Jules Valls.
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I refrattari.
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Traduzione di: Felice Cameroni.
1927. Sonzogno Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: CATIA RIGHI per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Presentazione.
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Il volume I Refrattari contiene diversi articoli che Valls scrisse in periodi diversi. Allindomani della Comune lo scapigliato Felice Cameroni, con lo pseudonimo Il Pessimista, ne inizi la traduzione pubblicando questi articoli sul quotidiano della scapigliatura lombarda Il Gazzettino rosa e poi ancora in appendice al periodico La Plebe dellEditore Bignami. In volume fu pubblicato in Italia la prima volta dalleditore Croci nel 1874 e in seguito dallo stesso Bignami. Il testo che presentiamo ha la prefazione di Cameroni che offre il suo spunto politico e sociale per inquadrare la lettura di questo testo di Valls.
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Lambiente che Valls descrive  quello della Bohme, gi descritto da Murger, il modello di vita dellartista emarginato prodotto e scaturito dal ceto medio urbano. Comprendeva letterati, musicisti, poeti, critici ed estremisti politici. Loro retaggio  anche la dottrina, che dobbiamo a Thophile Gautier, dellarte per larte e il dettato di pater le bourgeois, atto di ribellione che appare decisamente moderno ma che sarebbe impossibile se non ci fossero dei borghesi da pater.
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Questi comportamenti bohmienne sono infatti stati finanziati dalla stessa borghesia per decenni. I Bohmien di Parigi hanno rappresentato la prima vera controcultura della societ industriale: vestiti strani, capelli lunghi, vivere alla giornata, libert sessuale, alcol, droghe, propensione alla vita notturna, sono alcuni aspetti che la societ industriale ha permesso tacitamente che venissero adottati da segmenti non trascurabili della popolazione.  
Caratteristiche che si ripetono con punk, hippy, beatnik, teddy boys etc.
Il tutto venne immortalato nella fotografia di Nadar.
Da segnalare il capitolo su Gustave Planche e lultimo, amaro e intensissimo, sulla vita del gigante che sa a memoria lIliade e che si strugge damore attraverso tutti i mestieri della vita girovaga del circo e dei saltimbanchi. Se pensiamo che tra gli amici di Nadar ci fu anche Jules Verne possiamo dire che quellambiente della controcultura bohmien contribu ad aver originato la fantascienza, il fantasy, lhorror elementi che non possiamo non scorgere tra le pieghe orrende della vita del gigante baccelliere.
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I REFRATTARI.
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Indice.
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I REFRATTARI.
1. Definizione.
2. Come desinano i refrattari.
3. Ove alloggiano!
4. Le notti nere!
5. Ove lavorano?
6. Come finiscono?
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GLI IRREGOLARI DI PARIGI.	
1. Fontan Crosue: Avventure d'uno spostato, narrate da lui stesso.
2. Poupelin, detto "Le mie carte."
3. Il signor Chaque orientalista.
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I MORTI.
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UN REFRATTARIO ILLUSTRE:  Gustavo Planche.
DUE ALTRI.
1. Il naso d'un santo.
2. Un appiccato.	
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LE VITTIME DEL LIBRO.
1. Primo,  il libro dell'infanzia.
2. Robinson.
3. I libri azzurri.
4. La storia di Giovanni Bart.
5. Il Corsaro.
6. L'ultimo dei Mohicani.
7. WALTER SCOTT.
8. Tutto ci brulica, ringhia, impreca, come un branco di schiavi.
9. RENATO.
10. ANTONY.
11. LORD BYRON.
12. DE MUSSET.
13. MRGER.
14. BALZAC.
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LA DOMENICA D'UN GIOVANE POVERO. OSSIA Il settimo giorno di un condannato.
1. Non s'impegna alla domenica!
2. La Morgue.
3. I caff.
4. L'amore.
5. Il verme solitario.
6. Non si desina alla domenica!
7. La cena del borghese.
8. L'osteria.
9. Il ritorno.
10. I droghieri.
11. I cambiovalute.
12. I carbonai.
13. Misteri.
14. Erbe e sanguisughe.
15. Farmacie.
16. I paradisi profani.
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IL BACCELLIERE GIGANTE	
1.
2.
3.
4.
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GIULIO VALLS. NOTE BIOGRAFICHE.
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Fine Indice.
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PREFAZIONE. di Felice Cameroni (Pessimista).
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"Nelle lotte dell'arte succede presso a poco come alla guerra. Tutta la gloria conquistata risplende sul nome dei capi: l'armata si fa a pezzi per meritarsi qualche linea nell'ordine del giorno. In quanto ai soldati caduti, vengono sepolti l ove furono uccisi ed un solo epitaffio basta per ventimila morti."
MRGER.
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Li abbiamo veduti i refrattari, pallidi, muti, dimagrati battere colle ossa dei loro martiri il tamburo della rivolta ed agitare, sulla cima della spada, il vessillo rosso del socialismo. Del loro sangue rosseggiarono le vie di Parigi e le zolle di Satory; sulle fosse in cui stanno accumulati i loro cadaveri oggi ancora, si odono l'insulto dei cortigiani, il cinico cachinno e le calunnie della stampa venduta.
Nel capolavoro di Valles, li vedremo vender la camicia per un pezzo di pane; calzare, in mancanza d'altro, stivaletti da donna; rifiutare il saluto per non istaccare dal cappello le logore tese; dissimulare agli altri ed a loro stessi gli strazi della miseria, subirla come una fantasia e cercare nello stoicismo quel coraggio e quella virt, che li deve trascinare all'ospitale.
Li vedremo questi avvocati, questi medici, questi poeti, questi filosofi, questi commediografi, questi giornalisti, desinare dalla lattivendola con tre soldi, gironzare sulla neve con la fame nello stomaco e l'ardore nella mente, morire d'inazione in una soffitta, lasciando come spoglia al proprietario non pagato un volume di Proudhon, gli Chtiments di Hugo ed un manoscritto sull'ordinamento economico del genere umano.
Quanta verit nelle tetre pagine in cui il Comunardo ci dipinge i refrattari, che cercano riposo fra le tombe dei cimiteri e consumano la notte o nelle fangose vie di Parigi, o in una sala da giuoco, fingendosi parieurs, o sulla poltrona d'un amico, che non teme sporcare i suoi mobili coi cenci del compagno di studio! Ed i professori di liceo profetizzavano la presidenza d'un tribunale, od un portafogli da ministro... per questi refrattari!
Li vedremo invidiare le fatiche dei muratori e dei facchini; chiedere un posto da pedagogo e non ottenerlo, per mancanza di camicia; farsi arrestare per aver cercato lavoro, senza la medaglia ed il libretto d'operajo.
Oggi scrivono in un giornale di mode, domani s'occupano di chimica in un'enciclopedia. Compongono romanzi e commedie, elegie e prediche, canzoni gaje e necrologie; professano l'industria dei passeurs e quella dei bondieusards, conducente la prima alla Corte d'assise e la seconda in sagrestia.
E quanti insulti scatena la borghesia gaudente contro questi ribelli! Come  aspra la loro lotta di ogni giorno, d'ogni ora, contro le sistematiche prevenzioni, il disprezzo, o l'odio degli uomini serii delle classi autorevoli! Perch ritornano in Parigi pallidi e febbricitanti, dopo una notte d'insonnia, i bottegai vilipendono quei reduci dalle orgie. Perch cercano un sollievo al loro isolamento nelle tempestose discussioni al caff e si sforzano dimenticare la loro miseria col discorrere ad alta voce e coll'absinthe alle labbra, delle pi astruse questioni sociali, i buoni cittadini li additano alla polizia, come sanguinari comunisti, anarchici terribili, gente scandalosa.
Per avere sfidato i pregiudizii di una societ ipocrita e tirannica, i refrattari fotografati da Valls muojono all'ospitale d'una morte lenta, orribile, ignorata: soli, maledetti dagli uni, derisi dagli altri. I cadaveri di quei giovani dallo spirito intelligente, dalla costanza indomabile, dal sentimento squisitissimo, dal carattere eroico, vengono sepolti nelle fosse dei poveri, senza un'iscrizione che ricordi i loro nomi ai compagni di battaglia. L'uomo che ride di Victor Hugo  un essere felice, in confronto di questi martiri ignoti. Almeno gli arrise il casto affetto di Dea ed il filantropico stoicismo di Ursus. Invece, il refrattario di Valls vede scomporsi il proprio organismo, ottenebrarsi la mente ed avvicinarsi la morte, senza un sorriso di sorella, un bacio d'amante, o la stretta di mano d'un amico. Anank! Il refrattario alle esigenze del mondo, diventa un bandito. Ogni gioja gli  vietata.
Fortunati coloro che caddero colle armi in pugno. Per lenzuolo funebre ebbero almeno una bandiera: la scarlatta.
La Bohme di Mrger sta ai Refrattari di Valls, come il sorriso all'imprecazione. La prima  il ditirambo della scapigliatura, i secondi ne costituiscono il martirologio.  la stessa frazione di societ, studiata sotto due punti di vista. Mrger ne rivela l'inesauribile potenza di affetti, Valls la potenza di sacrificio.
Il primo guadagn col suo capolavoro un letto all'ospedale, il secondo l'esiglio e la miseria, fors'anche il supplizio. Questi attende giustizia dalla storia veridica; quegli ha gi ottenuta dal mondo (che lo lasci morire nello squallore) una postuma gloria. "La maggioranza lapida gli ingegni che si ribellano, per onorarne devotamente le reliquie."
 nei due capitoli i Refrattari ed i Morti che Valls tratteggia in tutta la sua evidenza, quella lunga agonia, Qui la Bohme ironicamente appella vita: dolori senza grandezza, supplizi senza gloria, morte ignorata. Alloggiano sulla scala d'una casa in costruzione, o sulla poltrona d'un amico, quando non hanno per domicilio qualche pianta nei sobborghi, o qualche cantuccio in un cimitero. Prima del desinare, bevono l'absinthe per destare l'appetito... che li tormenta a perpetuit... eppoi si dimenticano... per forza maggiore... di saziarlo. Soli in una soffitta (che sembrerebbe troppo povera ad una crestaja) devono dal cuore ulcerato far scaturire pagine folli di gajezza o soffocare le grida pi eloquenti dell'ispirazione, per non essere respinti dall'editore, dal giornalista, dal pubblico. Maledicono il sole, perch illumina la miseria dei vinti; imprecano all'aurora, perch interrompe il loro sonno sotto il baldacchino di un albero.
Se non muojono all'ospitale uccisi dalla fame e dalle sventure, si nascondono in un villaggio, associando l'impiego del maestro a quello dell'organista, oppure emigrano in America, in cerca d'oro e di libert. Eruditi baccellieri, preconizzati membri dell'Accademia, che sanno declinare la parola ribellione in tutte le lingue! Isolati, calunniati, frementi di sdegno quando vengono compianti, dopo aver costato tanti sagrifici alla propria famiglia, dopo aver subite le torture della bohme per quindici o venti anni, soccombono in questa lotta sorda, oscura, contro le esigenze della societ. Quei generosi hanno per epitaffio l'insulto degli egoisti; quei malaccorti sono derisi dagli abili!
Valls ne conobbe molti di questi irregolari, ce ne volle mostrare alcuni, per far riflettere i temerari e spaventare i felici.
Fontan Crusoe tanto piccino, che tutti i gilets potevano servirgli da paletot, recatosi a Parigi per diventar celebre come Hugo, comincia la sua gloriosa carriera col vendere persino l'unica camicia rimastagli e la continua col desinare a tre soldi. Durante il giorno, gironza per Parigi in caccia di qualche pezzo di pane perduto sul lastrico, o gettato a terra dai ragazzi; nella sera, studia trattati di chimica, per conoscere il grado alimentare dei legumi. Dorme nascosto in un sottoscala o presso il tronco d'un albero, sopra il portafogli contenente le sue opere edite ed inedite! Esercita ogni mestiere; garzone di droghiere, direttore proprietario, redattore e gerente del Bohme. Della miseria conosce tutti gli strazi, eppure mai un lamento! Ecco un secondo refrattario in Poupelin, un eccentrico, il quale crede d'aver creato l'Impero. Se non la presidenza del Consiglio, egli aspetta almeno il posto di sotto controllore provvisorio in un ufficio. Fra tanti faziosi, com' comica la macchietta d'un maniaco pel trono... e qual trono!... Se il cittadino Luigi Buonaparte divenne imperatore dei Francesi, lo si deve all'appoggio di Poupelin, che gli sacrific tutto: vigne, casolari e la quiete campestre.
Pur troppo, ad onta de' suoi zelanti servigi, non fu mai chiamato a formar parte di alcuna combinazione ministeriale: i Morny ed i Persigny ne temevano il primato. Disgustato dell'ingratitudine ufficiale, cerca un compenso nella pubblica opinione, estorcendo a tutti quanti lo avvicinano attestati della sua erudizione, moralit, continenza e bont di cuore. Come maestro elementare, le sue carte lo qualificano dotato di grande appetito, eredit della professione di cuoco da lui esercitata con lustro. E dire che l'Impero rovin senza pagargli il suo debito! Pretendeva s poco, Poupelin!
Pel terzo ci presenta Chaque, studente in legge, capitano dei volontari in Grecia, collaboratore della Revue des deux mondes, reporter della Sorbona a 50 lire al mese, professore a Pondichry, commensale dei sergenti nelle caserme, di cui tiene la contabilit, Mercurio dei collegiali che leggono i giornali incendiari, frequentatore assiduo delle sinagoghe, delle chiese evangeliche e delle sagristie, oratore nel cimitero di Monte Parnaso. Nel cappello sdruscito porta una scatola di latta contenente il desinare, nelle tasche qualche pezzo di formaggio. I suoi calzoni formavano parte, un giorno, dell'uniforme d'un prefetto. Nei momenti d'ozio, lasciatigli dalle svariate sue occupazioni, affila i rasoi.
Ed ora seguiamo Valls al cimitero. Egli, il destinato a salvar la vita fingendosi becchino, ci fa assistere all'agonia degli scapigliati, che preferirono il fango delle vie e l'ignoto della fossa comune all'afa della vita convenzionale, alle sfacciate menzogne delle lapidi erette dagli eredi dolenti.
Che il nobile vizioso e l'arricchito borghese, dalla zucca pesante quanto il portafogli, dalla coscienza elastica quanto le opinioni, dall'atrofizzamento completo del senso del bello e del giusto, cinicamente sghignazzino alla morte di quei ribelli, ne irridano gli strazi e con olimpico disprezzo distolgano lo sguardo dalle tombe di quelle vittime! Invano cercano dissimulare sotto la maschera dell'indifferenza e sotto l'orpello della superiorit, il sollievo ch'eglino provano, vedendo colme dei temuti nemici le fosse plebee del cimitero.
Finch la bohme consuma i suoi giorni nello sterile odio del presente e nel vagheggiare un ideale di cui non tenta la realizzazione, i gaudenti scherniscono quei pazzi, che disgustati dalle loro turpitudini si fanno refrattari e che virilmente libano le amarezze, gli sconforti, i dolori d'una esistenza malsana ed isterica, sul margine della societ.
Ma di tratto in tratto, il sognatore si fa uomo d'azione; allora gli occhioni di Musette e Mimi diventano rossi per le lagrime, e la paura dello spettro rosso entra nell'usurajo che vende la reumatica ospitalit del quinto piano o della soffitta, nel banchiere del piano nobile che specula sull'ordine e sui carrozzini e nel possidente del terzo piano, il quale teme nelle rivoluzioni il ribasso della rendita, il disturbo della solita passeggiata e le emozioni fatali alle funzioni gastriche.
Il refrattario scende in piazza... lui... il deriso dell'jeri... colle armi alla mano, l'imprecazione sulle labbra ed una parola nel cuore: la rivendicazione del diritto.
Sono i figli della borghesia, che agli agi d'una posizione assicurata, alle lusinghe d'un bel nome, alle lodi degli uomini seri, anteposero le angustie e l'ignoto della vita scapigliata, le calunnie e le derisioni della parte sana della societ.
Contro questi irregolari del proletariato che soffre, avanguardia che anela distruggere la schiavit dei bianchi, la forza che si dice diritto ricorre al sillogismo del cannone, del palco, e delle prigioni.
I refrattari, vinti nelle vie, raggiungono al cimitero i loro compagni uccisi dalla miseria. Accanto al poeta suicida, all'artista morto di sfinimento, al professore sepolto a spese dell'ospitale, giace il giornalista caduto sulle barricate, il dottore in legge fucilato in omaggio al codice, ed il critico ucciso per distrazione da un poliziotto.
Delescluze, Millire, Ferr, Rigault, Vermorel, Verdure, Flourens, Rossel non tardarono a seguire nel nulla Mrger, Planche, Nerval, Victor Noir ed i Derniers bohmes, cui di recente ha fatto sfilare sotto i nostri occhi Firmin Maillard.
La rivoluzione sociale fu l'epopea e, pur troppo, anche il canto funebre della bohme.
Coloro cui il dottore risparmia, uccide la violenza, ammantata a legalit.
Come muoiano e moriranno i refrattari lo vedete nel Manchon de Francine di Mrger, nelle pagine di Valls, nella storia della Comune e nelle lettere dalla Nuova Caledonia; come vivano, ve lo descrive con tutto il fascino dell'illusione, della giovinezza e dell'umorismo il romanziere della Bohme, colle pi tetre tinte della verit e della passione il fisiologo dei Refrattari.
Il capitolo dedicato a Gustavo Planche, il celebre critico della Revue des deux mondes, morto come Mrger all'ospitale, non  soltanto un bel lavoro, ma altres una buona azione. Nessuno meglio di Valls, il calunniato dell'oggi, poteva celebrare la memoria di Planche, il calunniato dell'jeri.
Al refrattario illustre tengono compagnia due ignoti, Cussot e Leclerc, due vittime della miseria, due robusti ingegni uccisi dal dolore. Il primo muore il giorno in cui la sorte permette al suo stomaco di funzionare, dopo tanti anni di riposo coatto: il secondo s'appicca nel cimitero del Pre-Lachaise, non riconosciuto da' suoi pa-renti e senza la postuma gloria del suicida Gerard de Nerval.
Su quella lugubre storia del Baccelliere gigante, che ha tutta l'impronta della verit sorpresa nel fatto, non oso dir parola, perch temerei scemare la profonda impressione ch'essa dovr per certo esercitare sui lettori. A mio avviso, la letteratura contemporanea novera poche pagine, le quali riproducano s esattamente la vita della bohme, che sulle piazze e nelle fiere si sferza le reni, solleva masse pesanti, fa la pertica, spicca salti mortali ed espone nani e colossi, selvaggi dipinti e mostri non mai visti. Valls appartiene alla scuola del verismo. Le avventure del Baccelliere gigante sono scritte con ineffabile accento di tristezza: l'ex professore divenuto saltimbanco, la lasciva Rosita, l'astuto pagliaccio, l'uomo scheletro che non dorme da dieci anni, la donna senza gambe, ch'ebbe figli ben formati come lei, il macellajo che nega pane al domatore, perch il leone ne sbran la figlia, tutte queste strane figure vennero scolpite con singolare efficacia. La passione s'associa alla curiosit, i lamenti degli affamati ai cachinni del pubblico, le stranezze della esistenza nomade agli amori, alla gloria, alle umiliazioni del dottore in lettere, elevato al grado di generale, sopra una baracca di saltimbanchi
Ma a Valls non bast lo studiare i Refrattari dal punto in cui lasciano la strada maestra per gettarsi sui margini della vita sociale. Egli ne volle indagare le prime letture e le influenze subite nella giovinezza, giacch assai pi dell'absinthe agita le menti il volume. Colle loro ipocrisie, i Gingillini e i Giboyer della letteratura compromisero la verit del motto: "Lo stile  l'uomo." Invece sussiste ancora il proverbio: "Dimmi cosa leggi e ti dir chi sei." Mentre ci crediamo originali, le gioje ed i dolori, le vendette e le risa, le passioni e le colpe, tutto in noi  copiato, riprodotto sui clichs delle opere a noi predilette. "Espressione convinta, o disperata, esclama Valls, gaja o funebre, che fa ridere o piangere, il libro vi domina! Esso vi segue dalle ginocchia della madre sui banchi della scuola, dalla scuola all'universit, dall'universit all'armata, al palazzo, al foro, sino al letto di morte, e l, secondo il volume sfogliazzato durante la vita, avrete l'ultima ora cristiana od atea, codarda o coraggiosa." E qui l'autore colla caratteristica sua breviloquenza ed originalit, passa in rivista i libri, e lo destano di solito le pi durature impressioni nelle diverse fasi della vita, da Robinson a Balzac, da Jean Bart a Mrger, da Byron a Musset, da Walter Scott a Dumas figlio. Collo specillo dell'anatomia tocca le piaghe aperte dalla letteratura in tutti, o quasi tutti questi cercatori di pericoli, difensori di vessilli, apostoli, tribuni, soldati, vincitori, vinti, martiri della societ, vittime del libro, insomma!
Considerati nel loro assieme, i diversi capitoli dei Refrattari costituiscono l'epopea eroica del coraggio sfortunato, l'elegia della miseria immediata. Come l'Assedio di Firenze fu una battaglia contro l'oppressione straniera ed i Miserabili contro l'oppressione indigena, il capolavoro di Valls fu l'ultima parola d'avvertimento detta dalla bohme alle classi privilegiate, prima d'impugnare le armi. "Io non agito una bandiera, esclama Valls, sulle tombe dei refrattari, ma domando giustizia, una parola di addio ai morti, un saluto ai feriti."
Ed i gaudenti risposero cogli assassinii in massa, coi pontoni, colle deportazioni, coi supplizi di Satory.
Compreso dalla necessit di non compromettere la temeraria causa dei Refrattari con tinte troppo forti, coll'accento della vendetta, o col lirismo della forma, Valls riusc a raggiungere il vero colla semplicit. I suoi personaggi palpitano di vita, le passioni sono analizzate collo scrupolo d'un fisiologo, gli episodi brillano merc il magistero dell'arte, lo stile  robusto, spoglio d'ogni orpello, incisivo.
Caustico come Heine, fantastico come Musset, scapigliato come Mrger, vero come Balzac, interessante come Champfleury e Maillard, l'apologista dei Refrattari in s raduna due doti che ben di rado trovansi congiunte: l'ispirazione del poeta, lo studio del filosofo.
Se Mrger lo precedette nella scoperta della Bohme, Valls ha il merito d'averla fatta conoscere in tutte le sue manifestazioni, dalla spensierata gajezza di Fontan Crusoe allo sconforto di Planche, dalle risate omeriche agli strazi della fame, dalle battaglie del pensatore ignorato a quelle del volontario in camicia rossa, dalla soffitta al cimitero. Sui suoi tipi potrebbonsi citare le parole gi indirizzate all'autore della Vie de Bohme: "I suoi eroi, i suoi figli, i suoi fratelli, i refrattari, non li ha esagerati; eglino sono piuttosto brutti che belli, assai male organizzati e mal foggiati. Se troppo spesso vanno ad imbrattarsi nel fango, vi si aggirano fieramente, non gi come mendicanti, ma come cinici, filosofi, schernitori. Eglino sono oziosi, ma con delizia: evitano la pena e non si curano della ricompensa. Felici, menano uno strepito d'inferno; infelici, si rassegnano."
No! i Refrattari di Valls sdegnano chinar la testa di fronte alla societ che li perseguita. Il tempo dei Planche  finito; oggi i refrattari muojono come Delescluze e Rossel, come Ferr e Vermorel, oppure sospirano in carcere o nell'esiglio il giorno della riscossa, come Grousset e Jourde, come Vermesch e Valls, in contumacia condannato a morte il 4 luglio 1872. Onore ai vinti della scapigliatura! L'utopia dell'oggi  la realt del domani.
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Felice Cameroni.
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I REFRATTARI.
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1. Definizione.
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Sotto il primo impero, ogni volta che si strappava alla Francia un po' della sua carne per colmare i vuoti fatti dal cannone nemico, eranvi, nel fondo dei villaggi, alcuni figli del contado che rifiutavano obbedire alla chiamata del grande imperatore. Che importava loro il volo delle nostre aquile al di sopra del mondo, e che si entrasse a Berlino od a Vienna, nel Vaticano o nel Kremlin?
Verso i casolari sdrajati sul fianco delle montagne, perduti nel fondo delle vallate, il vento non ispingeva le nubi della polvere e della gloria. Eglino amavano i loro verdi prati e le biondeggianti messi, eglino stavano uniti come gli alberi al suolo ove erano germogliati, e maledivano la mano che voleva sradicarli. Non riconosceva punto, l'uomo dei campi, alcuna legge umana che potesse rapirgli la libert e far di lui un eroe, mentre voleva conservarsi semplicemente un contadino. Non gi ch'egli tremasse all'idea del pericolo, al racconto delle battaglie; aveva paura della caserma, non della morte. Preferiva al viaggio glorioso attraverso il mondo, le gite solitarie durante la notte, sotto il fuoco dei gendarmi, intorno la capanna, ove era morto il suo avo dai bianchi capelli. In quel mattino, in cui dovevano partire i coscritti, quando il sole non era ancora spuntato, staccava il vecchio fucile appeso al disopra del focolare, il padre gli consegnava palle di piombo, la madre lo muniva d'un pane di sei libbre, tutti e tre s'abbracciavano; recavasi ancora una volta nella stalla per vedere i buoi, quindi partiva, perdendosi nella campagna.
Era un refrattario!
Non  di costoro ch'io voglio parlare.
I miei refrattari gironzano nel fango delle citt, non hanno virt ingenue, non amano veder sorger l'aurora.
Esiste nelle vie una certa razza di gente, la quale al pari di quei contadini, ha giurato esser libera; che non accetta il posto assegnatole dalla societ, ma vuol crearselo da s stessa, a colpi d'audacia, o di talento. Essi si credono capaci d'arrivare d'un sol tratto, colla sola forza del loro desiderio, col soffio ardente dell'ambizione. Sdegnano mischiarsi agli altri, prendere un numero d'ordine nella vita. Non potendo, in ogni modo, subire un sacrificio troppo lungo, si gettano attraverso i campi in luogo di restare sulla via maestra, e se ne vanno battendo la campagna, lungo i rigagnoli di Parigi.
Li chiamo refrattari.
Son refrattari quelli che hanno fatto di tutto e non sono nulla, che frequentarono tutte le scuole, diritto, medicina, e che non hanno n grado, n brevetto, n diploma.
Refrattari: quel professore che vendette la toga, quell'ufficiale che mut la tunica nella camicia rossa del volontario, quell'avvocato che si fece commediante, quel prete che si fece giornalista.
Refrattari: quei pazzi tranquilli lavoratori entusiasti, sapienti coraggiosi, che consumano l'esistenza miserabilmente, cercando il moto perpetuo, la navigazione aerea, il dahlia azzurro, il merlo bianco.
Refrattari: quegli inquieti, che hanno sete del turbine e dell'emozione, che credono aver sempre, e ad ogni costo, una missione da compiere, un sacerdozio da esercitare, una bandiera da difendere.
Refrattari: chiunque non ha una professione, uno stato, un mestiere; che non pu dire d'essere qualche cosa: ebanista, notaro, dottore o cazolajo, che non possiede altro bagaglio se non la sua mana, stolida o grande, meschina o gloriosa, sia ch'egli si dedichi all'arte, alle lettere, all'astronomia, al magnetismo, alla negromanzia, o che voglia fondare una banca, una scuola, una religione!
Refrattari: tutti quelli che, non avendo potuto, o voluto, o saputo obbedire alla legge comune, si sono dati in bala del caso. Poveri pazzi! si sono calzati gli stivali per un lungo viaggio, e si trovarono a met cammino in ciabatta.
Refrattari: infine, tutti quelli che esercitano mestieri non compresi nell'elenco sociale: inventore, poeta, tribuno, filosofo, eroe...
La societ vuole farne dei precettori o dei notari. Essi si scostano, s'allontanano, vanno a vivere d'una vita a parte, strana, dolorosa.
Il refrattario delle campagne, almeno, ha per s l'amicizia della gente del villaggio, l'amore delle belle ragazze dei dintorni; se ne parla nella sera; egli trova sempre sotto qualche pietra provviste di polvere e di pane. Egli ha a temere solo i gendarmi, e quando questi gli si avvicinano troppo, abbassa il proprio fucile, e se s'avanzano ancora, fa fuoco.
Il refrattario di Parigi, invece, marcia attraverso le risate e gli scherni, senza astuzia o finzione, col petto scoperto e l'orgoglio scintillante come una face. Arriva la miseria che vi soffia sopra, lo afferra pel collo e lo getta sulla via. Caratteri robusti, spiriti generosi, nobili cuori, vid'io di frequente sciuparsi o morire, per aver riso... i ciechi!... sul naso della vita reale e per aver schernito le sue esigenze ed i suoi pericoli. Essa li far perire, per vendicarsi d'una morte lenta, con un'agonia di dieci anni, piena di strazi senza grandezza, di dolori comici, di supplizi senza gloria!
Volete voi seguirmi e percorrere meco questo cammin? Sulla via v'hanno alberghi, strani assai.
Io li conoscerei fra mille persone i refrattari!
Un paletot di taglio elegante arso dal sole e macchiato dalla pioggia, pantaloni che furon grigio perla, un abito a coda di merluzzo, scucito dalla miseria, che serv per tre quaresime e cui vidi trottare l'ultimo autunno sotto il temporale, l'inverno sotto la neve! E la calzatura! sempre meravigliosa! scarpette da ballo, scarpe da pescatore, stivaletti da donna, ci che trovano, infine - persino delle pantofole, quando ve n'ha. Pur troppo, ne ho veduti di quelli che hanno passata la loro esistenza - come vicini di casa - in pantofola e senza cappello.
Vidi altres cappelli troppo larghi, fabbricati per teste grossissime e quindi tenuti in mano durante le settimane, i mesi, gli anni. Conobbi alcuni, che non lo levavano mai, perch le tese dondolavano e perch sarebbe stato necessario prendere il cappello pel tubo, onde far un saluto. Quelli che lo sapevano, davano in uno scoppio di risa, ed i refrattari facevano eco. Per dissimulare la loro miseria e non subirla come un giogo, la portano come un abito fantastico.
Assumono un'aria d'ispirato o d'eccentrico, di umorista o di puritano, Diogene o Bruto. Nascondono sotto il velo dell'originalit le loro angosce e la loro onta, dovessero dar dei colpi di temperino nelle scarpe nuove per iscusare i tagli delle scarpe del passato e dell'avvenire. Consentono ad essere considerati pazzi, a condizione di sembrare meno poveri: lascian dire che traslocano, per aver l'aria di posseder qualche mobile.
Ecco la storia di molte figure strane e di molte teste alla Ebreo Errante. Soavi delle barbe che si lasciano trattare come socialiste, perch costa tre soldi il farsela radere, e con tre soldi si desina, nella camera di un refrattario.
Fra loro, del resto, ed il povero volgare esiste l'istessa differenza che passa tra un vinto ed uno schiavo. Eglino non hanno l'aspetto di mendicanti, ma d'emigrati. La loro origine traspira fieramente dalle rughe del volto: vi leggo ben altro che gli strazi d'un corpo che soffre, vi leggo i dolori dell'orgoglio offeso.
E non pertanto, ridono! Ci  necessario! Se non assumessero mai la maschera, se non attaccassero dei campanelli al berretto verde, i loro visi pallidi ci incuterebbero paura, noi non permetteremmo il contatto tra i nostri abiti e quei cenci, tra la tranquilla nostra noja e la loro tristezza piagnona e stolida: la eccentricit compensa la miseria, getta dei fiori su quei pezzenti. Eglino ridono: ecco il loro coraggio e la loro virt: ridono per non piangere. Quelle risa io le conosco: valgono quanto le lagrime dei coccodrilli.
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2. Come desinano i refrattari.
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Come! Me lo domando qualche volta con ispavento. Provo la vertigine, discendendo in quegli stomaci vuoti. Conobbi alcuni refrattari, che non avevano mai ricevuto un soldo dal loro paese, che non avevano mai guadagnato mille lire, che dico? cento scudi in tutto il corso della loro esistenza, che non avevano mai ucciso o rubato, e che pure hanno vissuto, di questa maniera, otto, dieci, dodici anni, compresi quelli bisestili.
Come fanno per non morire? Neppur essi ve lo potrebbero spiegare! La loro unione fa un po' la loro forza. Si conoscono tutti in questa Vandea. Poeti infangati, professori sgommati, inventori senza credito, scultori senza scalpello, pittori senza tela, violinisti senz'anima, eglino s'incontrano fatalmente, un giorno, una notte, a certe ore, in certi luoghi, sul margine della vita seria; essi si sentono, si riconoscono, s'associano; organizzano la resistenza, collaborano contro la fame.
L'uno stabilisce il piano, l'altro fa le corse. Hanno il naso fino, questi chouans! Odorano un pezzo di castrato ad una lega di distanza: sanno cacciare nel bosco, inseguire, prendere al volo una colazione alla forchetta od un desinare alla cioccolata - quanto capita insomma. Una choucroute la sera, una zuppa con cipolle il mattino, una piccola qui, un'altra l.
 un diploma che si festeggia, bevendo; denari per un esame che si mangiano;  di tutte le folle, di tutte le feste il refrattario!
Egli paga il suo posto coi frizzi, racconta episodi sui giornalisti, declama versi al dessert.
Sonvi inoltre dei casi fortunati: un duello in cui fa da testimonio, un desinare all'ospitale col medico, o in cantina col caporale.
Talvolta  un uomo agiato, senza soldi pel momento, che viene ad associare la sua penuria ignorante e timida alla loro miseria audace e sapiente, e presso il quale trovasi sempre qualche cosa da vendere: un paletot, bottiglie vuote, una pipa turca...
Tutte le umane ridicolaggini pagano un tributo al refrattario.
Artisti e borghesi, poltroni e bravacci, sapienti e pazzi, chiunque ha versi da leggere, una storia da raccontare, una donna da maledire, il signore che vuol passare come artista, l'uomo che vuol avere un organo, vigliacchi di cui si assumono le querele, ubbriachi da difendere, tutti quelli che hanno bisogno d'un colpo di spalla o di mano, d'un elogio, d'una consolazione, d'un servizio, lo trovano sempre l - il refrattario - per dividere la zuppa e l'emozione.
Calembours che fanno ridere, versi che destano ammirazione, manie che si adulano, velleit che si stuzzicano, cene d'addio, pranzi di fondazione, banchetti nuziali, o funebri.
Ecco il refrattario!
Egli mangia un po' di pane merc le brighe degli uni, i vizi degli altri; fa colazione per una fortuna e desina per una disgrazia. Insensibile del resto come la pietra, muterebbe in vino persino le lagrime.
Se gli cade dal cielo qualche soldo, va a sedersi, il refrattario in una di quelle taverne, nelle cui vetrine navigano, in insalatiere dipinte con galli azzurri ed in piatti sverniciati, fagiuoli all'olio, spinaci all'acqua, e pere al vino.
Giovani di venticinque anni, venuti al mondo per diventare sottoprefetti, deputati, magistrati, li ho veduti entrare dai lattivendoli di San Germano, colla loro scodella sotto un braccio, una libbra di pane sotto l'altro, come muratori.
Eglino si fanno bagnare la zuppa e comperano un pezzo di bue - a lesso, o coi pomi di terra - che mi spaventerebbe meno, vivo e furioso, negli anfiteatri di Madrid.
E potevano essere s felici! Sono cos verdi gli alberi del loro paese, s fresco il vino, s bianche le lingerie! Ma no! Venga la fame, venga il freddo, non si penser pi ai grandi fuochi che si accendono laggi, durante i desinari della domenica, alla gallina cotta nella marmitta ed al castrato arrostito nel forno. Si preferisce gironzare sulla neve, la fame nel ventre, ma la fiamma nel cuore! Cos si credono liberi! E si dicono tali!
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3. Ove alloggiano!
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Nelle vie tetre, nei crocicchi sporchi, negli alberghi sospetti, sulla scala delle case nuove, sulla poltrona d'un vecchio amico.
Per alcuni mesi, io ebbi per vicino, nella gran biblioteca di Santa Genoveffa, un refrattario, il quale, tutte le sere a dieci ore, quando essa si chiudeva, prendeva il cappello e partiva per Versailles.
Ci avveniva nel rigido inverno del 1863. Uno dei suoi amici, giovane agiato, che aveva preso in affitto all'annata, da quelle parti, un padiglione con giardino, gli affidava la chiave in dicembre ed egli recavasi col tutte le notti, a 17 gradi sotto lo zero.
Una volta trov un contadino steso nel mezzo della via e per met coperto dalla neve. Si chin sopra di lui, riconobbe che viveva ancora, gli soffi sopra, gli freg le mani, ma quando sent comunicarglisi il freddo, ebbe paura di soccombere anche lui: continu la via in fretta lasciandolo morire.
Vidi casi ancor pi tristi! Vidi della gente, che valeva quanto noi, insanguinarsi le mani contro le mura d'un cimitero, per recarsi a dormire fra le tombe. Se fossero stati sorpresi, si sarebbe creduto ch'essi davano la scalata per tagliare le dita ornate di gioielli, o per violare la morte.
Ma un asilo  indispensabile.
Ciascuno, manuale in calce od in versi, uomo ordinario o fenomenale, deve avere in qualche parte, a due pollici o a duecento piedi al disopra del suolo, al piano terreno od al nono piano, almeno un angolo, una nicchia, un buco ove alloggiare; un canile, un baule, una botte, una bara.
Oh! gli strazi delle notti bianche, com'essi le chiamano!
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4. Le notti nere!
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Il letto sfugg; non si volle lasciarlo riposare in nessun luogo, il refrattario.
Uno gli disse che aveva presso di s la moglie; da un altro gli proibirono di salire.
Egli se ne va gironzando intorno le porte dei caff, delle birrarie, e dei bugigattoli (che la polizia tien aperti per dar la caccia al suo selvaggiume) sperando sempre trovarvi un asilo. Ma nulla gli riesce: gli studenti hanno bevuta l'ultima tazza, il bicchiere della veglia: escono, ciarlano assieme, poi rientrano.
Il silenzio  generale, non si ode che il passo grave dei poliziotti i quali battono il selciato, chiacchierando a bassa voce.
Ancora cinque ore da trascorrere! Le ore, queste eterne nemiche, cui fa d'uopo uccidere nell'ombra, senza che la polizia se ne accorga!
Quando appariscono gli agenti nel loro nero mantello, il refrattario deve trovar forza sufficiente per affrettare il passo, assumere un portamento onesto, un'aria premurosa; se  la seconda volta che li incontra,  necessario zufolare un motivo allegro, far mostra d'andare a zig-zag, come un ubbriaco, il quale non trova la sua strada.
Egli s'allontana, si siede, quando non vede poliziotti, sui gradini delle scale che conducono ai ponti, in faccia dell'acqua che scorre, e che invita al suicidio.
Qualche volta il tempo  brutto. La pioggia attraversa gli abiti, agghiaccia le reni; fa d'uopo continuar la strada ad ogni costo, colla camicia grondante ed aderente al dorso, la testa ed i piedi nell'acqua!  in queste tristi notti, che i refrattari vanno in campagna, che visitano il bosco di Boulogne ed assistono all'aurora da Montmartre.
Questo luogo serve di meta; ci fa passare il tempo e fa camminare pi presto. Si ha la probabilit, di trovare lungo le mura dei forti qualche crepaccio, ove nascondere il corpo gelato, spremere un po' i cenci, mettere i piedi nelle mani per riscaldarli: il sobborgo serve in quelle notti! Al di fuori, nella campagna, non vi sono che i malfattori ed i refrattari.
Eglino ritornano nel mattino, i capelli grondanti acqua sulla fronte, il cappello deformato, le falde sporche, lucide, imbrattate di fango, per recarsi a dormire sopra qualche sedia, presso un amico, che non isdegna ospitarli sotto quell'uniforme d'annegato!
 orribile tutto ci, non  vero? questo annegato ha percorso le classi, ha riportato tutti i premi al collegio,  costato 20.000 lire per istruirlo, fu ricevuto baccelliere a Clermont, e nella sala dell'universit profetizzavasi che sarebbe divenuto ministro.
I refrattari, che hanno gi roul, godono l'entrata in qualche circolo, casa di giuoco autorizzata, ove si specula sulle carte per tutta la notte. Essi vi si recano, si confondono con quelli che scommettono, parlano il gergo del giuoco; il capo dello stabilimento li crede della partita ed eglino restano l, in piedi dietro le sedie, coi granchi nelle gambe, il vuoto nella gola, il ventre piatto ed il cuor grosso! Conobbi dei giovani, che per mesi interi non ebbero altro alloggio, se non lo sdruscito canap del circolo ove si gettavano sbadatamente, come per prender fiato dopo la perdita al giuoco; ed essi dormivano cos, fra due partite, d'un sonno malsano, sino a che, per mancanza di giuocatori o di poste, si chiudeva. Allora, qualunque fosse il tempo, sotto la pioggia o la neve, nel fango o sul ghiaccio, era d'uopo partire, i piedi gonfi, le ginocchia rotte, intirizziti pel freddo del mattino e per la febbre, sotto una redingote biancastra, tunica di Nesso tutta lacera, che non si pu staccare se non a brani, quando la pelle ha divorato il panno. Gli abiti si sciupano presto in questa eterna famigliarit ed i calzoni spalancano, per di dietro, occhi pieni di stupore.
Verso le sei del mattino, le chiese, s'aprono; il refrattario entra, prende l'acqua benedetta, va a sedersi nel fondo di qualche cappella, ove dorme finch le venditrici di sedie lo disturbano.
Adora si leva e si trascina, appoggiandosi ai parapetti e ricadendo di tratto in tratto sulle panche.
I bottegai, vedendo passare qualcuno di questi poveri diavoli, cogli occhi rossi, le mani sporche, la camicia gualcita, le scarpe infangate, dicono che sono giornalisti i quali ritornano dall'aver cenato assieme alle commedianti.
Ma se vuole un letto, camicie e pane, direte voi, che lavori!
Quando ritorna nel mattino dalla sua corsa notturna; quando  intirizzito da sei ore di freddo, di fatica e di paura; quando giunge a voi coll'occhio infocato, le ginocchia tremanti e non chiedendo altro se non un lembo di tappeto per riposarvi le membra rotte,  allora forse che vorreste inchiodargli la penna fra le mani, schiaffeggiandolo col vostro disprezzo, se le sue palpebre, stanche da non poterne pi, si chiudono?
Oppure, quando la fame lo strazia, lo sferza al ventre, lo spinge pallido e torbido attraverso la via, in caccia d'un pezzo di pane?
Ma voi dunque non vedete ch'egli sta per isvenire?  da due giorni che il suo stomaco non lavora pi! Se questa sera non mangia, domani morir!
Lavora!  ben facile a dirsi.
Ma dove? presso chi? Se sapesse qualche cosa: disporre in una vetrina le merci, fare una somma, misurare il panno, mostrare un tessuto, tener la contabilit, un portafogli, una cassa! Egli non sa nulla, il povero diavolo, se non un po' di latino e di greco, ch'egli vender al mese o all'ora, sotto forma di lezioni. Ove trovarle?
Ammetto ch'egli abbia messo la mano sopra un allievo - contratto conchiuso, cosa detta, appuntamento fissato;- tutto ci  lettera morta, vana probabilit, s'egli ha i piedi nella miseria!
Inutile tutto il suo coraggio, sterili le sue speranze; le sue scarpe ridono, i calzoni sorridono, la biancheria manca.  necessario colmare questi vuoti, riempire le lacune, salvare la mise! Gli amici sono l; egli corre presso l'uno e presso l'altro, qua e l. Ma a mezzogiorno lo si attende. E non ha altro se non una redingote troppo stretta ed un gilet troppo corto.
Che fare? Recarsi cos vestito a costo di farsi deridere dai servi, e spaventare i parenti? Egli non vi andr, meno per orgoglio che per raziocinio: lo sa che verrebbe congedato, se destasse il riso o la compassione.
E poi il tempo che manca! Ce ne vuol tanto a trovare il pane!
Nell'ora in cui brilla una speranza, s'apre una porta, o sorge una probabilit, in quell'ora appunto fa colazione un amico, presso cui trovasi una costoletta tutti i luned. Egli sta dubbioso, confronta, fa un passo verso la lezione, ed un altro verso la colazione: lo stomaco decide, il refrattario recasi presso l'amico.
Durante il tempo di queste esitazioni, l'amico se ne esce. "Deve trovarsi non pi lontano dell'angolo della via." L'affamato a corrergli dietro, a guardare da ogni lato, a chiamarlo. Nessuno! Ecco una costoletta svanita, una lezione perduta!
Resta il triste mestiere del maestro di scuola a trenta lire al mese, un po' meno d'un soldo l'ora. Eppure  necessario ch'egli abbia il coraggio d'accettare questa esistenza, prima che la miseria l'abbia segnato col suo marchio.
L'agenzia di commissioni non gli rilascerebbe una lettera di fiducia, se lo vedesse senza camicia. E se anche gliela accordasse, sarebbe fatica sprecata!
Il direttore, dopo aver contemplato dalla testa ai piedi quest'uomo timido e lacero ne' suoi cenci, lo ricondurrebbe sino alla porta della scuola, dicendogli "d'aver gi combinato con un altro." S'egli lo trattiene per bisogno, o per piet, quello sfortunato diventer lo zimbello, la vittima, il cane degli allievi. Gli domanderanno l'indirizzo del suo mercante di camicie e dove ha posto il baule; un bel d gli nasconderanno i calzoni, perch non possa alzarsi ed attenderanno ch'egli pianga, per renderglieli.
Vale meglio impastare del gesso, scaricare i carretti, trasportare i mobili nei sobborghi! Ah! senza dubbio! se vi fosse del lavoro per essi, se potessero qualche volta guadagnarsi il desinare a forza di reni, questi baccellieri senza impiego, si vedrebbero la sera, colla cinghia al collo e gli uncinetti sulle spalle tirare i carretti sbuffando, e tentennare sotto i fardelli!
Ma se uno fra loro offrisse i propri servigi ad un muratore, volesse far da facchino, si guarderebbero le sue mani bianche ed il suo abito sdruscito; i manovali gli getterebbero addosso la calce, ed i fattorini gli darebbero dei pugni, se pure il poliziotto non lo arresta prima, domandandogli le carte.
Ov' il suo libretto, ove la sua medaglia? Che la domandi! dirai tu. E tu lo vorresti, o miserabile, vorresti che si riducesse a tal punto, il tuo antico amico di collegio? Uccidetelo, perdio, ma non assistete alla sua agonia!
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5. Ove lavorano?
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Eglino scrivono nelle enciclopedie, nei dizionari, nelle biografie, a due centesimi ogni cento lettere, nei giornali per signora a tre lire per colonna.
Eglino fanno pei compositori da trivio, parole per romanze, gaje, tristi, sentimentali o lubriche.
Per 15 lire vendono una commedia al caff dei ciechi; per 20 inviano una cronaca ebdomadaria al foglio pi letto di Monaco.
Ne conosco alcuni, che scrivono opuscoli per valacchi; altri prediche per curati di sobborghi.
Un altro ha una speciale reputazione per ispiegare sistemi, per istendere programmi ciarlataneschi e visioni d'illuminati.
Brindisi per banchetti, frizzi strani, orazioni funebri, sonetti per donna, zii ed avi, eglino scrivono tutto ci, se l'occasione si presenta.
Complimenti, epigrammi, canzoni per Parigi e pei dipartimenti; - 10 lire per quattro strofe contro la moglie del notajo, e sulla dama di compagnia del giudice di pace.
Ed i volumi ch'egli lava, quelli che ristaura! tesi, ricordi, viaggi, impressioni d'imbecilli!...
Una prefazione alle poesie d'un novizio vale 20 lire; al volume d'un maniaco 40.
Ve ne sono alcuni che scrivono i libri degli altri, da cima a fondo, per un pezzo di pane, sei mesi di nutrimento, due scadenze pagate!
Quelli che conoscono la calligrafia si fanno copisti: lavorando undici ore, guadagnano cinque lire.
Infine, due industrie famose, quelle dei passeurs e dei bondieusards.
Sono passeurs quei figli di fornai, che per seicento lire si prestano a passar l'esame da baccelliere per qualche visconte ed a sostituirsi loro per carpire il diploma, ch'eglino non possono meritarsi; mestiere codesto pericoloso, dacch la Corte d'assise vi s'immischi.
I bondieusards costituiscono una professione, che non  nel dizionario, n nei libri ecclesiastici. Eppure la bondieuserie ha procurato di che vivere a pi d'un cristiano.
Non importa chi abbia potuto esercitarla, purch non sia stato un pittore. Trattavasi di colorire le immagini che si vendono nelle campagne: l'agnello pasquale, il cuore di Ges, le pecore del Signore.... Un bondieusard esperto poteva colorirne giornalmente sei dozzine. Un bondieusard passabile, n troppo volteriano, poteva guadagnare la sua salute nell'altro mondo ed i suoi quaranta soldi in questo.
Furonvi dei novizi, che conoscevano n i colori, n l'evangelo; facevano i san Giuseppe gialli e gli inferni rosei.
Accanto ai bondieusards, avvi il bondieutisme, la religione di coloro che si convertono nell'inverno e ritornano eretici nell'estate.
Ne conobbi alcuni che, durante il gran freddo, si rifugiavano in braccio alla religione, presso il refettorio, intorno al calorifero.
Essi ingrassavano nell'estasi! Quando avevano un doppio mento, e vedevano - attraverso la ferriata della cella - ritornare le rondinelle, uscivano e correvano ad ingoiare l'absinthe.
Cosa singolare, e fatta per meravigliare la gente non iniziata ai dolorosi segreti di una vita s strana! Questi poveri diavoli, che non hanno quattrini per comperarsi del pane, che non trovano nell'eterno loro ozio un'ora per lavorare, scrivere, scolpire o dipingere, li si veggono trascinare la loro miseria e compire la sdruscitura delle loro maniche sulle tavole di marmo dei caff! Noi insultiamo la loro accidia, noi crediamo ai loro vizi!
Andiamo adagio nel condannarli; compiangiamoli, prima di imprecarli!
Eglino si creano col la salute per qualche ora, la giovinezza d'un momento, eglino spiano una cena per la sera od un materasso per la prossima notte!
Eglino giuocano colla tradizione. Prendono una mezza tazza prima del pranzo, e poi non desinano punto; il pubblico s'inganna, ed essi pure. Trovano chi loro paga qualche liquore, ma nessuno che loro procuri del pane. Si pu confessare che si manca del superfluo, ma non gi del necessario; si pu dire d'aver sete, ma non d'aver fame.
Al caff la gioja, l'oblio, le risa, le canzoni; laggi invece, nella triste via, al sesto piano, la Siberia in dicembre, i piombi di Venezia in estate! Non si sa abbandonare l'atmosfera tiepida e gioconda del caff, per risalire sino al proprio bugigattolo ed arrivato l mettersi al tavolo coll'occorrente per iscrivere. E lo si ha sempre? una sera  la carta che manca, un'altra volta  il calamajo vuoto; quante mezze volont, intenzioni quasi coraggiose, arrestate di tal maniera, per s stolidi motivi; cincischiate da queste miserie, e che stanno dubbiose, poi svaniscono per mancanza d'un po' di legna nel focolare o d'una candela!
Occorre un coraggio straordinario per seppellirsi vivo in una camera, a dieci lire il mese, senz'aria, senza fuoco, senza tabacco, solo, per lottare col proprio pensiero, nell'isolamento, per far iscaturire dal proprio cuore ulcerato frasi gioconde o pagine serie. Lotta dolorosa, ove anche il dubbio vibra il suo colpo di pugnale!
Questi articoli, queste commedie, questi romanzi, questi versi, quando saranno accettati, stampati, pagati? Quando? Fra sei settimane, sei mesi, un anno forse! Quanti espedienti da cercare frattanto! Saranno poi ricevuti quei lavori? Perch lo siano, non soffocher l'affamato le sue grida pi eloquenti, le sue pi coraggiose ispirazioni? Non temer egli forse, se non tarpa le ali alle sue idee, di spaventare gli editori prudenti, i giornali timidi? Io lo vedo vile avanti il suo spirito, gettante cenere sulle sue frasi e fiori sopra i suoi odii!
Nessuno al suo fianco che lo consoli, lo conforti, lo baci! Nulla! nulla, se non lo spettro delle onte subite, dei mali sofferti, gli occhi che lagrimano, lo stomaco che soffre! Ah, come sono tristi queste serate, fra le pareti affumicate delle camere a nolo, al monotono rumore del vento che soffia o della pioggia che cade! I refrattari sgranano il rosario dei terribili ricordi, che su loro impresse la miseria! Solitudine popolata soltanto dai dolori, silenzio ove altro non s'ode, se non la rauca voce dei rimorsi!
Loro sono indispensabili le atmosfere agitate e turbolente, ove i proprii strazi vengono scordati nella gajezza degli altri... Da questa vita falsa, dalle gioje equivoche emana, ahim! un vapore malsano, non propriamente un odore d'orgia, ma un fatale profumo di libert. Le menti non s'intorbidano, ma gli spiriti s'inebbriano. Dopo aver camminato tutto il giorno nel fango... sino al cuore... eglino si recano al caff per gettarsi nella discussione sino al collo, veder ardere il loro piccolo punch e gettar fiamme coi loro paradossi. Vogliono dimostrare che essi... i mal vestiti... i mal calzati... valgono quanto gli altri. "Eglino hanno qualche cosa qui." I vinti del mattino diventano i vincitori della sera.
La vanit vi trova una soddisfazione; s'abituano a questi piccoli trionfi, a queste orgogliose dissertazioni, a queste divagazioni senza fine, a queste eroiche temerit. Del tavolo da caff fanno una tribuna, ove la birra di Strasburgo sostituisce la tazza d'acqua zuccherata parlamentare.
Eglino parlano l, sotto il gas, quei libri che dovrebbero scrivere al lume della candela; le sere passano, i giorni si consumano, hanno fatto a voce trenta capitoli e non hanno scritto quindici pagine.
Vengono chiamati astuti e sono giovani illusi; libertini, e sono invece pazzi.
Tocchi loro, qualche giorno, di bere un po' di vino e di tagliare un pollo, si grida allo scandalo, all'orgia, alla torre di Nesle.
Perch hanno ben cenato una sera, si dimenticher che non hanno mangiato abbastanza da vari mesi; loro si getter in faccia, se vengono a dire d'aver fame, quest'orgia asiatica a cinque lire per testa, questa serata a venti soldi l'ora.
E fosse pure!
Fosse pure che una volta tanto, per caso, mandino al diavolo la tristezza, chiedano dei ravanelli, facciano cuocere un coniglio, si permettano un dessert, il caff, qualche liquore, comperino un londres, o si paghino una corsa di piacere, essi che ingojano a pieni polmoni l'aria grave e malsana delle vie oscure, l'aria soffocante dei luridi bugigattoli! Quand'anche consacrassero... quei dilapidatori... una lira per un mazzetto di fiori e cinque ore per vedere come sono fatti i teatri in cui metteranno in iscena i loro ricordi ed i vostri pregiudizi, potete voi insultarli e calunniarli?
Nell'ultima capanna del mio paese, si beve del vino qualche volta, si uccide un porco ogni anno e si hanno sei dita di sanguinacci pei poveri.
Il calzolajo ha il luned, il galeotto ha le feste, il soldato ha il 15 agosto; eglino soli non avranno n riposo, n oblio, n luned, n sanguinaccio? Come? Per intiere settimane hanno trangugiato formaggio d'Italia su pane di segale, hanno bevuta dell'acqua non troppo pura! Eglino provano il disgusto per tali pasticci e la nostalgia delle vivande arrostite.
Ah! come farebbe loro bene una goccia di vino!
Va, bevi allegramente, riempi il bicchiere, povero diavolo!
L'hai ben guadagnato!
Al refrattario sono vietate le distrazioni pure, le gioje fresche!
Quelle gite d'estate di cui parlano i libri, quelle pazze corse in campagna, le domeniche nei boschi di Crillon, i venerd santi di Musette, io ne conosco molti, che non li gustarono mai!
Se avevano venti soldi, era per comperare un po' di pane, o per ritirare dal Monte la camicia. Che bella gita sotto un sole di piombo, su vie sassose, colle scarpe rotte! Non poter sedere sotto i pergolati, bere del vino nuovo e mangiare delle fragole! Andarsene attraverso i campi, la lingua secca, i piedi sanguinolenti, il ventre vuoto! Inquietare i contadini, far abbaiare i cani e far riflettere i gendarmi!
Un giorno, in cui sapevano ch'io possedeva cinque lire, alcuni refrattari mi fecero pagare una gita in campagna. Coi loro capelli lunghi, le loro figure livide, la lugubre gajezza, eglino destarono la paura nei contadini. Facevano il segno della croce al nostro passaggio: se ne discorre ancora a Chatenay.
Si dice che alcuni individui, venuti non si sa da qual paese, attraversarono nel 18... il villaggio, ed avvelenarono le fontane...
Mai un raggio di letizia o di giovent! Mai un fiore in un bicchiere, un garofano rosso, un giglio bianco, un piccolo mazzettino di viole d'un soldo!
Si maledice il sole quando sorge, il sole che fa spuntare le foglie e le rose, ma che fa rilucere le macchie dell'abito, arrossire i cappelli e mette in piena luce la miseria dei vinti! Valgono meglio i giorni tristi, i giorni di gelo, in cui il freddo rende deserte le vie; i giorni di pioggia, in cui tutti i panni sono eguali avanti il fango; tempi sinistri, che permettono le camicie equivoche e le calzature sdruscite. Nella neve, non si vede che mancano le suola!
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6. Come finiscono?
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 l'ospitale che oggi ancora ne prende il numero maggiore: la miseria li uccide uno dopo l'altro. Si dice che non si muore di fame.  un mero inganno. Non si muore subito, ecco tutto: occorrono dieci, dodici, o quindici anni, secondo il caso.
Un bel giorno si sentono la gola secca, la pelle ardente: sputano, tossiscono: ci annoja i vicini; vanno quindi all'ospedale, ne escono, vi ritornano e vi muojono. Nella tasca del loro paletot lasciano una pipa con un po' di tabacco, un dramma condotto a met, qualche manoscritto in fondo di un baule, in una stanza ammobigliata da cui uscirono senza pagare l'alloggio, per poi ricoverarsi all'ospitale.
Una sera, in una birraria, un amico dir bevendo: "Sapete? il tale  morto!" "To' quel povero diavolo... era divertente. Battista, una tazza!"
Alcuni invece, in un giorno di maggior tristezza, recaronsi in qualche cantuccio e si uccisero con un colpo di coltello nel cuore, e con una palla nella testa.
Altri lemme lemme ritornarono al villaggio, ove la morte li ha fatti eredi d'un pezzo di terra, d'un casolare col giardino. Eglino chiacchierano l coi vecchi, sopra una panca di pietra, alla porta del Leon d'Oro e guardano le diligenze che passano.
I letterati, quelli che erano venuti a Parigi per diventar ministri dell'istruzione pubblica, quelli l partono come professori per un collegio comunale dell'Alvernia o delle Lande: si mettono un abito nero, portano gli zoccoli, e scrivono nel giornale della localit. Costoro finiscono sempre col vincere il loro superiore.
Gli inquieti, gli ardenti, gli uomini d'azione, quelli l s'allontanano quando i loro capelli cominciano ad incanutire senz'essere divenuti capi d'un'armata di volontari... o d'una banda a Batignolles, in mancanza di meglio! Addolorati per aver sciupata la giovinezza in una lotta senza testimoni, fra pericoli senza grandezza, sotto un cielo grigio, eglino se ne vanno nel paese del sole e delle avventure, nelle novelle Californie che si scoprono sugli infocati lidi del Messico, nei pampas della Plata, non importa con chi, purch siavi a sfidare la morte!
Valorosa gente, questi fanatici della lotta! Datemi trecento di questi uomini, qualche cosa come una bandiera, gettatemi sopra una terra, ove si possa far onore alla Francia, nelle vie di Venezia, se lo volete; gettatemi sotto la mitraglia, in faccia ai reggimenti, e vedrete che cosa sapr fare dei cannoni e degli artiglieri, alla testa de' miei refrattari!
Alcuni mirano il cielo dal fondo dell'abisso, chiamano Dio in soccorso, e se ne vanno qualche sera a bussare alla porta d'uno di quei conventi, ove gironzano in bianchi lenzuoli certi morti, il cui cuore batte ancora. Ne ho visti tra due mendicanti nel deposito di San Dionigi, tra due guardiani nel cortile dei pazzi a Bictre!
Ed ecco ove arrivano, per aver voluto combattere i pregiudizi del mondo! Ad una morte per sentieri fangosi, soli, isolati, maledetti, sotto l'uniforme del povero.
Una volta indossata, questa divisa  per essi la camicia di solfo dei condannati, che li ardeva viventi.
Qualsiasi sforzo per lacerare questo mantello, strapper un grido di dolore, una lagrima, un singhiozzo!
Le sofferenze dei suppliziati duravano un momento: - il tempo necessario per arrostire un uomo; - quello dei miseri, di cui tesso la storia, durano invece anni: - il tempo di consumare uno spirito. Quelli che vengono trascinati sulle carrette, i vigliacchi che non sanno morire, quelli che sono gi cadaveri quando arriva l'ora del supplizio, quelli l non urlano sotto la mano del carnefice. Succede lo stesso a coloro che non hanno coscienza delle proprie torture. Quelli che non sentono la vita non possono sentire la morte.
Ma coloro i quali conservano sempre vivo l'orgoglio, come un occhio acceso, coloro i quali diventano pallidi quando vengono compianti, credete voi che non soffrano?
La guerra tosa un po' i suoi eroi: loro si amputa, all'indomani della vittoria, un braccio od una gamba, oppure viene loro fornito un occhio di cristallo ed il mento d'argento. Una volta dato il colpo di sega, tutto  finito. Ma il cuore mutilato, pugnalato in questa lotta sorda, offeso dai colpi di fuoco della vita, non lo si strappa dal petto e non si pu sostituirgliene un altro. Non si fanno cuori di legno. Esso resta l attaccato, sanguinolento, col pugnale fitto in mezzo. Ricchi un giorno, celebri forse, questi feriti nelle battaglie tenebrose potranno profumare la piaga, asciugare il sangue, cessare il pianto; ma le rimembranze apriranno sempre le cicatrici e strapperanno le bende. Baster una parola, un canto allegro o tristo, per risvegliare in quegli spiriti ammalati il pallido fantasma del passato!
I malaccorti!
Che si domanda loro? D'essere qualche cosa nella macchina; chiodo, cubo, o martello, quinta ruota del carro, non importa che! La societ non ist molto a guardare, purch non le si dia il cattivo esempio e non le si crei qualche pericolo.
Con me, o contro di me: ecco la sua inesorabile divisa. Abbiate uno stato, un mestiere, un'insegna. Chi vi impedisce d'avere in seguito anche del genio?
Essa ha ragione, sempre ragione. Disgrazia a chi respinge i di lei favori, e vuol marciare fuori del cammino, che la tradizione ha scavato!
O la via maestra, o cadere nelle acque che la fiancheggiano!
Per precipitare nel fango, ove vidi guazzare tanti spiriti, i quali furono brillanti ed altieri, basta che un mattino manchi il pane, e che si attenda sino alla sera per tentate di guadagnarlo. Se esita un'ora, se  vile un solo momento, pel refrattario tutto  finito, avesse pur egli talento per quattro, la virt d'un eroe e la salute d'un atleta.
Invano se ne pentirebbe e chiederebbe grazia!  troppo, tardi! la miseria lo tiene stretto e lo divorer completamente. Invano si dibatte fra gli strazi; egli scivola tra le erbe, sprofonda nell'acqua:  perduto..... Un homme  la mer!
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GLI IRREGOLARI DI PARIGI.
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Il lettore udr cose che gli sembreranno inverosimili. Si creder ch'io abbia inventato per mio capriccio; al contrario: ho addolcito le tinte, attenuato il vero, dimenticato qualche cosa.
I miei personaggi sono viventi: loro si d di gomito nelle vie di Parigi, li si incontrano nei sobborghi. Li ho seguiti nella polvere, nel fango, nella neve.
Scrissi la vita di Fontan si pu dire sotto una dettatura. Sul Calvario ove s'arrampicano questi pellegrini misteriosi e faceti, avvi Cristo, senza per che gli altri sieno i cattivi ladroni. Poupelin, che si presta al ridicolo,  il pi stimabile fra gli uomini. Il padre Chaque rassomiglia un po' a Barabba, ma io gli affiderei la borsa. Sono tutti uomini onesti.
Aveva altri ritratti da mettere nel quadro, ma il posto mi manca.
Spero che raggiunger la meta prefissami; far riflettere i temerari, spaventare i felici. E siccome noi siamo in Francia, paese dell'ironia gioconda, misi la farsa accanto al dramma, e il buffone presso i martiri.
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1. Fontan Crosue: Avventure d'uno spostato, narrate da lui stesso.
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"Arrivai a Parigi nel novembre 1851. Non l'abbandonai in seguito, se non per riposare qualche sera in provincia.
"Aveva nel borsellino 141 lire. Mi provenivano dalla vendita d'un piccolo mobilio e dalle economie che avevo radunate sul mio stipendio come scrivano nello studio di M. D., avvocato ad Auch, presso il quale guadagnava dodici lire al mese.
"La camera mi costava sei franchi; la lavatura della biancheria non mi costava niente; un'antica amica di mia madre me la lavava per riconoscenza. Dormiva qualche volta presso i parenti, presso gli amici di collegio, il che mi permetteva di risparmiare qualche soldo, per potermi poi recare nella capitale.
"Tentarono ogni via per distogliermi da questo viaggio; si temevano per me i torbidi rivoluzionari del 1852, e specialmente mi minacciavano la miseria, la fame ed il freddo. Infatti, doveva soffrire tutto ci. La mia risoluzione era irremovibile. Feci il baule. Era quasi pieno, grazie all'eredit d'uno zio, il quale m'aveva lasciato i suoi abiti: co' suoi gilets, aggiungendovi le maniche, avevano fatto delle specie di soprabiti, poich io sono alto soltanto quattro piedi: la mia piccola figura ha costituito la disperazione della mia giovinezza, ed  la tristezza della mia et matura. Eppure, a qualche cosa essa mi giovava gi, e pi tardi mi fu utile ancora. Quand'io dormiva sotto gli alberi e pioveva non avevo che a ripiegarmi un po' per non bagnarmi; allora benedicevo la fortuna che m'aveva fatto piccolo, perch potessi nelle ore della disgrazia sfuggire ai rigori delle stagioni ed alla furia degli uragani. Inoltre io potevo, di tal maniera, dormire nelle valigie de' miei amici.
"Qual voce misteriosa mi chiamava a Parigi? la voce della gloria, di una vita di rinomanza, che ancora non m'abbandon, giacch se non raggiungo la gloria quaggi, sar per averne una pi splendida in qualche altro pianeta. Su ci  impossibile che mutino le mie idee.
"La diligenza Lafitte e Gaillard mi condusse nella via Sant'Onorato. Presi una camera nello stesso albergo delle messaggerie. Era notte, mi sentiva stanco: mi addormentai profondamente. L'indomani, al risvegliarmi, in quella stanza grande e fredda, mi sentii invaso dalla paura. Il ricordo delle miserie che mi avevano minacciato mi ritorn alla mente cos formidabile, che sarei tornato indietro, se troppo non mi fossi spinto avanti. Ma il calice era pieno; faceva d'uopo berlo sino alla feccia. Mi levai sotto il peso del timore panico che mi padroneggiava, mi gettai ginocchioni ai piedi del letto, implorando la misericordia celeste, e domandando a Dio un sostegno nella mia debolezza.
"Durante la giornata, mi feci condurre dal fattorino dell'albergo nel centro del quartiere latino, ove presi a pigione una stanza in via della Harpe. Mi recai quindi alla scuola di diritto per iscrivermi al primo corso.
"Sono scorsi quindici anni da quella prima iscrizione e non feci ancora la seconda. D'allora in poi non ho pi ricevuto denaro, e quasi mai ho guadagnato qualche quattrino.
"Sollecitai per aver un posto di scrivano pubblico. In una piccola botteguccia avrei scritto lettere per gli artigiani e pei contadini, e, guadagnandomi il pane avrei compilata la mia opera.
"Giunse il colpo di stato. Non ricevetti alcuna risposta alla mia domanda! i miei quattrini se ne andarono, ed un bel giorno mi trovai senza niente affatto. Andai a vendere un atlante, che m'era costato sette lire. Me ne diedero una.
"Pensai allora a domandare risorse immediate e serie alla letteratura; scrissi un'elegia, intitolata: Spettro nero.
"Vendetti il fondo della mia valigia, e col ricavo feci stampare quell'elegia.
"Come i rapsodi antichi percorrevano le campagne e pagavano il loro scotto ai banchetti colle canzoni, mi recai al vecchio Louvre per mutare in pane la mia poesia.
"Arrivato col, non ebbi coraggio di metterla in mostra: gli altri mercanti mi deridevano e mi urtavano.
"Incontrai finalmente un venditore di almanacchi che era stato, lui pure, poeta. Ma, diceva egli, il tempo in cui Luigi 14 proteggeva le lettere era passato, il perch vendeva almanacchi e nocciuole della fortuna, in attesa ch'esso ritornasse. Egli era un buon uomo, e mi pag in contanti sei o sette esemplari dello Spettro nero, cui voleva mettere in vista, dicendolo scritto da un condannato a morte.
"Lo lasciai, portando meco altre 192 copie, di cui affissi una dozzina presso l'Ambigu comique. Tesi una corda, vi unii cogli spilli lo Spettro nero ed esso ball al soffio del vento. Alcuni attori, che uscivano dal teatro, s'arrestarono avanti questa mostra e si misero a parodiare la mia elegia. Otto giorni prima tale profanazione m'avrebbe fatto piangere. Essa invece mi lasci tranquillo: quel giorno: aveva troppa fame. Gli attori comperarono due o tre esemplari, i viandanti quattro o cinque, ne smerciai una dozzina. Mi ritorn in cuore la fiducia e dissi fra me stesso: Il tempo dei Gilbert non  pi! L'indomani ritornai col, e tesi di nuovo la mia corda. Pass un uomo, il quale mi domand se avevo il permesso ed alla mia risposta negativa, mi fece portar via tutto. A chi facevo del male? Perch mi si impediva di guadagnare la vita?
"Vendetti tutto, libri ed abiti, uno zufolo e la berretta. Non sapevo pi a qual porta bussare; mi trovavano troppo piccolo in tutte le agenzie di collocamento dei professori e dei maestri di scuola.
"Aveva per un asilo: mi davano alloggio a credito nel mio albergo, ma passava intiere giornate senza mangiare.
"Una sera, per isfuggire le torture della fame, mi levai la camicia e la vendetti. Tutto era finito. Non poteva pi uscire dalla bolgia, in cui doveva restare per quindici anni. Per togliermi dall'abisso, sarebbe stato necessario che qualcuno m'avesse vestito, dalla testa ai piedi. Ma non si trova ogni giorno gente disposta a simili sacrifici. Un uomo che non ha pi camicia  perduto, se anche avesse del genio.
"Come vissi allora, non posso dirlo.  la storia di tutti quelli, che passarono per tali sventure. Nella giornata, mi recava ai corsi della Sorbona sino a quattro ore, in cui si chiudevano le scuole. Allora gironzava intorno l'Odeon, attraverso le vie, sino a che s'apriva la biblioteca di Santa Genoveffa. In quella sala passava la serata, leggendo di preferenza libri sulle banche, e studiando le alte questioni dell'economia sociale per giovare all'umanit col mio sapere. Qualche volta, scoraggiato, aprendo la geografia di Maltebrun, volava col pensiero a quei paesi benedetti, in cui l'uomo trova il suo desinare appeso ai rami, sotto forma di frutti saporiti.
"Mi  certamente avvenuto di passare tre giorni e tre notti consecutive senza prendere alcun alimento, ma ci accadde di rado.
"Il mattino del terzo giorno o nella sera del secondo l'inquietudine diveniva in me talmente viva, che non poteva star fermo. La resistenza fino allora opposta alla fame, era necessariamente svanita. I dolori dello stomaco sono appena sensibili, non si prova in quella parte se non una sofferenza confusa. Dopo trent'ore cominciano a manifestarsi violenti battiti di cuore. La giornata  piena di febbre e se passa la sera senza cibo, la notte che segue  turbata da sogni d'allucinato; le orecchie rintronano, la testa gira, comincia il delirio. Nel sonno derivante dalla debolezza, si vedono tacchini arrostiti, capponi al lardo e ci risvegliamo colla gola infiammata e secca, in uno stato di sfinimento, che  vicino a trasformarsi in sincope.
"Fa d'uopo scendere nella via e quasi morente battere il selciato, per non morire; tutto il sangue che vi resta sale al vostro volto, quando passate avanti l'uscio del portinajo, il quale potrebbe accorgersi che avete fame. Finalmente eccovi fuori! Questa volta si trova da mangiare; lo si trova, giacch nel caso contrario si muore.
"Ma il supplizio non  finito, n svanito il pericolo. Colui che vi nutre non lo fa per assistere ai tristi sbadigli dell'agonia, e se si vuole assidersi ancora alla sua tavola,  necessario nascondergli la propria miseria! Si mangia ci che si presenta: della choucroute e della salsiccia, del manzo alla moda o del coniglio; si desina! Fallo inevitabile, ma grave! Non era necessario che un po' di brodo; lo stomaco era troppo debole per sopportare il peso delle vivande e la digestione riesce difficile, come il digiuno era orribile. La gente che vi vede ammalato, grida al vizio! qualche volta mi dissero ubbriacone, quando pi mi dibatteva in dolorose convulsioni.
"Se io calcolo quale sia stato il costo medio della mia spesa alimentare, arrivo alla cifra di venticinque centesimi per giorno; talvolta ho speso sei soldi, persino sette o dieci, ma il pi frequente tre.
"Quei giorni l, comperavo due soldi di pane dal portinajo ed un soldo di grasso dal friggitore. Questi sventrava il pane che gli consegnavo, con un tridente ne immergeva due o tre pezzi nella padella colma di grasso, e me li rimetteva dopo averli coperti di sale e bagnati d'aceto. Pagavo cinque centesimi, e finalmente poteva dormire. Senza coltello, mangiare del grasso non  cosa n elegante, n pulita: ma che volete? per diversi mesi non mi fu dato economizzare un soldo, per l'acquisto di un coltellino.
"Discendevo lungo la Senna e l mordevo il mio pane.
"La trippa  una vivanda per nulla nutriente che non sazia, ma riempie lo stomaco durante la digestione. Non se ne muore, ma non se ne vive: non si hanno pi n nervi, n muscoli.
"Perci, talvolta sostituiva al grasso il bue: occorrevano pur troppo due soldi di pi. Correva al mio restaurant favorito, in piazza Maubert.
Col, per quindici centesimi, avevo del manzo fresco, nutriente e sano. Domandavo un pezzo di bue col lardo e facevo un desinare succolento. La mia serata era gaja, il mio spirito sereno; amavo gli uomini e m'inchinavo avanti la volont della provvidenza.
"Quando avevo sei soldi, passeggiavo lungo tempo, consultavo i miei ricordi, e interrogavo la mia prudenza.
"La discussione era lunga, mi domandavo se l'antivigilia avevo desinato bene. Non correvo con isbadataggine l, ove mi chiamava la voce del piacere. Ebbi sempre per principio di mangiare carne il maggior numero di volte possibile; cos equilibravo le sostanze.
"In quanto ai legumi, studiavo con ardore nei libri del chimico Payen quali contenevano maggior quantit di azoto - perch  l'azoto che d la vita - ma pur troppo feci questo studio un po' tardi; la imprevidenza mi lasci per alcuni anni nell'errore su tale questione. M'accorsi, non senza tristezza, che il pomo di terra, su cui tanto aveva contato, era di tutti i legumi il pi vuoto e malsano, e che le lenticchie, di cui non mi curavo punto, meritavano maggior stima, perch occupano il primo posto nella scala dei legumi. Mi era meno ingannato sul conto dei fagiuoli, i quali segnano il punto di mezzo.
"Qual gioja fiera e dolce provava, dopo aver consultato il mio barometro alimentare! Potevo correre dalla lattaja vicina e comperare inoltre un po' di tabacco! Comperato lo sigaro, ritornavo non gi fumandolo, ma succhiandolo, sino dalla lattaja, ove l'accendevo e domandavo con una voce, che cercavo render calma, due soldi di caff nero.
"Vi giungevano camerati, di cui aveva fatto la conoscenza alla Sorbona, sotto l'Odon, intorno al laghetto del Lussemburgo, presso le fontane, e si discorreva. Si discorreva di tutto ci che interessa il nostro povero uman genere, delle razze estinte, delle leggi future, dell'emigrazione delle anime, dell'immortalit, ecc. ecc.
"Quelli l erano i giorni in cui possedevo sei o sette soldi!
"Mi  capitato pi volte di non desinare per andarmene la sera al caff e restarvi. Quelli che non hanno il culto della propria intelligenza e si rassegnano a vivere come bestie, mi gettino la prima pietra!
"Ci che mi sosteneva un poco era la vendita fatta ai cenciajuoli di vecchi calzoni, d'antichi gilets, respinti dai mercanti d'abiti e che i camerati, spesso egoisti, mi lasciavano portar via, come si permette ai viandanti di raccogliere sotto gli alberi i pomi caduti.
"Il primo affare di questo genere da me combinato aveva per oggetto, parmi, una blouse da speziale macchiata di siroppo, ma che una semplice lavatura poteva rimettere a nuovo. Essa era costata tre lire: la rivendei per quindici soldi ad una buona e grassa femmina, che troneggiava sopra un cumulo di cenci, illuminata dagli sprazzi d'una candela sepolcrale, in un canto della via Galande.  con lei che continuai queste vendite intermittenti; ma assai di rado raggiunsi la cifra del mio primo negozio, giacch il prodotto de' miei scambi non sorpass quasi mai i cinque o sei soldi.
"Come ero felice, quando stringevo nelle mie mani i quattrini! Felice al punto, che non credevo aver pi fame. Quante lotte dovetti sostenere con me stesso per ispingermi a' contratti colla mercantessa!
"Passeggiavo dieci volte al quai alla piazza Maubert prima di decidermi. Avevano tante volte rifiutati i miei cenci con isdegno ed ironia! Allora provavo una delusione terribile, come voi quando vi sapete ingannati dall'amante. L'onta s'associava ai miei dolori.
"Quando il paletot od i calzoni non erano troppo sdrusciti, avevo paura che mi si prendesse per uno scroccone: tali inquietudini m'assalivano nel momento in cui stavo per recarmi dal cenciajuolo. Ma la fame mi vi spingeva, era d'uopo decidersi. Se non riuscivo presso uno, mi recavo presso un altro. Sisifo soffriva meno a salire sulla sua roccia, ch'io affamato ad offrire i miei abiti laceri.
"Una sera (in quell'epoca davo nella mattina una lezione d'un'ora, che mi veniva pagata dieci soldi, in una pensione dei grandi quartieri) m'ero voltato e rivoltato sulla mia sedia alla biblioteca di Santa Genoveffa, divorando una pagina di filosofia e non avendo nulla masticato da lungo tempo. Erano le nove, non si usciva se non alle dieci, non avevo speranza alcuna, ma mi sentivo acceso dalla febbre. Parto correndo, come se fossi divenuto pazzo: discendo dal quai alla piazza Maubert. Gelava tanto da rompere le pietre, mi levo un vecchio gilet che tenevo sotto un abito d'estate, e, riprendendo la mia corsa, ritorno indietro. Mi precipito nella via della Bcherie, da una cenciajuola.
"- Quanto volete di questo gilet? mi domanda.
"- Quattro soldi.
"In quel momento, esce come da sotterra un uomo con la blouse sporca, il quale cos m'interpella.
"- Voi vendete questo gilet?
"- Si!
"- Vedremo prima se  vostro.
"-  mio!
"Aveva appena risposto, che, afferrandomi per le maniche, mi leva sotto il vento ghiacciato della sera il paletot che era l'ultimo mio abito, e mi fa provare il gilet, misurandolo sulla mia taglia. Avrebbe potuto risparmiare di svestirmi. Al primo colpo d'occhio, il gilet appariva troppo grande, giacch tutti i gilets per me sono tali.
"Era necessario giustificarne il possesso.
"- Mi fu dato dalla tale persona, nella via Sainte-Fiacre.
"- Rechiamoci col, mi rispose quell'individuo.
"Volgendo il canto di quella via, noi passiamo avanti ad un posto militare. Il mio conduttore mi fa entrare, ed io lo faccio senza diffidenza alcuna. Pensavo che avrei ottenuta una spiegazione e che tutto sarebbe finito ben presto.
"Invece sono trattenuto e gettato in violone.
"Non rividi il mio uomo che all'indomani.
"- Come, gli dissi, tutto gelato e stanco, per un gilet di quattro soldi mi fate passare una notte al posto?
"- Non v'era la persona da voi indicata in quella via.
"Fu quella la sua unica scusa. Non risposi; per poco che avessi alzata la voce - ed io non ne avevo neppure la forza - mi avrebbero tenuto in carcere.
"Erano nove ore. Mi attendevano per la lezione. Arrivai in ritardo di venti minuti: fui trattato severamente, il direttore mi domand se avevo passata la notte con donne, e mi diminuirono di tre soldi quella lezione.
"Quando non avevo n un romanzo incompleto, n calzoni stracciati da vendere; quando non avevo neppure un soldo, n un centesimo; quando avevo fame, molta fame, allora incominciavo la caccia.
"Uomini pietosi, che devono aver sofferto levano dalle loro tasche un pezzo di pane secco e lo mettono con cura in un canto, sull'orlo d'una finestra, o sul parapetto d'un ponte.
"Io camminavo, guardando di sottecchi i nascondigli. Questa caccia seriamente fatta produceva quasi sempre un risultato. Talvolta m'era d'uopo investigare tutto un quartiere di Parigi, percorrere tra l'andata ed il ritorno, due o tre leghe; ma ben di rado non mettevo la mano ed il piede sopra un avanzo di pane, un po' di mollica od un pezzo di crosta. Giammai ci che trovavo bastava a saziarmi l'appetito, ma rianimava le mie forze, le gambe ritrovavano una specie di vigore, e potevo camminare sino al momento in cui il caso gettava un po' di cibo sul mio passaggio.
"Talvolta il mio sguardo, acuto come quello d'un selvaggio, scorgeva di lontano, in un angolo, sull'orlo d'una fessura, un pezzo di pane.
"Ma quel luogo era assai frequentato, la folla lo percorreva in ogni senso: temevo esser veduto. Era necessario attendere, attendere che il momento fosse propizio. Talvolta, mentre aspettavo quell'istante, un altro, il quale forse aveva minor fame della mia, ma minor vergogna, metteva la mano su quel pezzo di pane, e se ne andava, mangiandolo.
"Una sera, verso le undici, mentre correvo affamato, scorsi sui banchi circolari del Ponte Nuovo almeno una ventina di piccoli pani.
"Quale gioia! Eravi col di che mangiare per due giorni! Ma appena potei toccarli coi denti malgrado la mia fame furiosa. Erano certamente avanzi che datavano da otto giorni, il fondo della cesta di qualche oste l vicino. Erano pi secchi dell'esca e pi duri della pietra; si rompevano come vetro sotto i denti.
"Se non avessero avuto sapore, sarebbe stato possibile mangiarli, bagnandoli nella Senna che scorreva l sotto: ma il loro gusto acre non mi permise la piccola festa ch'era balenata alla mia speranza.
"Il disinganno fu amaro.
"L'ora pi fruttuosa o pi propizia per questa caccia, era quella dell'uscita dei fanciulli dalle scuole. I bimbi gettano via il loro pane, i miserabili lo raccolgono.
"Eppure, ebbi il coraggio di correre in cerca di croste perdute o lasciate qua e l a bella posta, avendo sotto il braccio dozzine di grossi pani biscotti. Li avevo comperati colle economie fatte in un posto, ove era rimasto alcune settimane, e contavo rivenderli nei dintorni di Parigi. Dopo alcune inutili escursioni nei sobborghi, mi trovai solo co' miei biscotti: "Non ne manger, dissi fra me, che nell'estrema necessit." Ma una sera non mi fu dato trattenermi; l'indomani non ne avevo pi. Avevo mangiato i miei fondi.
" facile comprendere come in questa situazione non godessi credito, n tenessi aperto un conto corrente presso la Banca. Tre o quattro volte mi capit, nei giorni in cui soffriva troppo e che mi era necessario un po' di riposo, di non poter pagare nei negozi di latte, di cui da lungo tempo era un avventore.
"Come mi sentivo inquieto al momento in cui partivo!
"Continuava a ritardarlo. Infine, approfittando d'un istante fortunato, in cui vedevo il padrone sorridere, o carezzare il suo bambino, mi avanzava, dicendogli: "A domani!"
"A domani! Ci ha voluto esprimere pi d'una volta: All'anno che viene! Alla prossima rivoluzione!
"Cos mi chiusi anche la via dei lattivendoli, ove mi trovavo bene e dove si pensava come me intorno alla tavola; e ci perch non possedevo, n l'indomani n i giorni seguenti, i quattro soldi di cui era debitore. Il tempo passava. Se qualche denaro mi cadeva dal cielo, non osavo ritornare dal mio creditore. L'avevo fatto attendere per s poco!
"Consultai il mio portafogli, e vi trovai che debbo quarantanove soldi in tutto ai restaurants di Parigi ed un piccolo pane ad un prestinajo della via San Giacomo.
Non conosco i Monti di piet se non per esser passato loro davanti; e se fui dominato talora dall'invidia, ci avveniva appunto, quando vi vedevo entrare qualcuno. Quelli l avevano abiti pi del bisogno, tela e stoffe! Tuttavia l'invidia non  nel mio carattere; questo maligno sentimento non pu durare in me.
"Lo si vede: ho orribilmente sofferta la fame.
"Ebbene, questi dolori sono un nulla in confronto di quelli che si provano per mancanza d'un ricovero.
"Durante i miei quindici anni di soggiorno nella gran citt, almeno tre ne trascorsi, giorno e notte, sulla strada.
"Per interi trimestri non mi fu dato svestirmi, e dormii sulla nuda terra. Per cento undici notti consecutive, non ebbi altro tetto che l'azzurra vlta del cielo, e nei giorni successivi a quelle notti, mi trovai in s visibile miseria, che nessuno os offrirmi un letto, n una poltrona per riposarmi qualche ora.
"Le epoche della mia esistenza all'aria aperta, senza, interruzione, sono l'inverno del 53, quasi tutto l'anno 57 e la bella stagione del 63.
"Dal 53 al 54, dormii in via dei Grs e sotto l'Odon. In via dei Grs, partendo dalla via della Harpe alla Biblioteca, eranvi due o tre gradini avanti una casa: all'alto di questi tre gradini, a sinistra, saliva una scala: a destra, un muro attiguo ad un altro edificio. Prima vi esisteva una porta con vetri tolta dippoi, non so per quale ragione, e disposta in isbieco a fianco del muro.  dietro a quella porta ch'io dormiva.
"Scopersi quell'asilo una notte, in cui aveva investigato ogni angolo, senza trovare un riparo agli sguardi indiscreti ed un nascondiglio contro le pattuglie della polizia. Per quattro mesi dormii l sotto, ma d'un ben tristo sonno!
"Durante le prime notti provai un'orribile paura: mi ricordai che sognavo ad alta voce e che andavo soggetto all'incubo. S'esso mi assaliva di dietro all'uscio, quest'ultimo mi sarebbe caduto addosso: i vetri si sarebbero rotti: sarei stato scoperto con macchie di sangue, arrestato, perduto.
"Perci non mi riposava in quel luogo, se non quando la fatica mi gettava a terra come un masso; e pi non mi muovevo, come se fossi stato un morto.
"Era il freddo che mi risvegliava. Mi trovavo sulla nuda pietra, umida e ghiacciata, il sangue congelavasi nelle mie vene; se avessi avuto abitudini intemperanti, sarei morto venti volte! Mi levavo, uscivo a carponi sotto la porta a vetri, tendendo l'orecchio per assicurarmi che non passavano in quel punto i poliziotti. Allora mi ponevo a correre intorno alla Sorbona con tutte le mie forze, per riscaldarmi un poco. Rientravo e mi sdrajavo, per levarmi di nuovo dopo un'ora, quando provava ancora i brividi del gelo.
"Fui arrestato cinque o sei volte, come vagabondo. - L'indomani mi facevo reclamare da un compaesano, che si moveva a compassione per me.
"Quel soggiorno di poche ore in carcere, in luogo di nuocermi, m'era salutare. Col mi sentivo in paradiso, e v'attingevo la forza per ritornare la sera nel mio inferno. Non fui mai scoperto in quell'angolo, ed  facile capire che non lo feci conoscere ad alcuno. Nella sera stessa della mia scarcerazione, ritornavo dietro la porta, ma non ne uscivo che nell'ultima estremit, mordendomi qualche volta un braccio, quando avevo freddo, per ridestare la circolazione del sangue.
"Nessuno sapeva ch'io mi vi trovassi, od almeno potevo crederlo; partivo quando i pi mattinieri uscivano di casa, ed essendo piccino occupavo poco spazio e mi nascondevo benissimo.
"Una volta per, a due ore del mattino, sotto uno splendido chiaro di luna, contemplavo, in un momento d'insonnia, le stelle, quando attraverso all'aria fredda, in un silenzio degno dei mari polari, venute non so da dove, e con una voce da fantasma, udii queste tra parole:
"Egli  l."
"Credetti che i miei capelli fossero divenuti bianchi, come la neve che copriva la via. Quelle parole in una notte s triste, m'avevano fatto rabbrividire di paura. - Attesi qualche minuto o forse qualche secondo, ed uscii pallido, come un uomo che stesse per essere assassinato e che udisse avvicinarsi l'assassino. Non ritornai mai pi dietro quella porta. Per lungo tempo udii quella voce misteriosa mormorare al mio orecchio la frase:
"Egli  l."
"Siamo nell'agosto 1857: ho pubblicato da poco tempo un opuscolo di otto pagine, avente per titolo: Un galoppo attraverso lo spazio. Baso su questa pubblicazione speranze che non si realizzano, e l'esistenza senza ricovero incomincia: anzi continua senza interruzione sino all'anno 1858.
"In quell'epoca vado ad alloggiare presso le fortificazioni, sotto un albero, presso la porta di Vanves. Non potevo pi passare la notte nell'interno di Parigi: la nuova organizzazione dei sergents de ville, triplicati, quadruplicati, me lo impediva.
"Quand'io vidi il signor Haussmann giungere agli affari, ci che io sapevo della sua indomabile energia mi fece d'un tratto indovinare l'avvenire, n mi illudevo sulle fatali conseguenze che mi sarebbero derivate da questa nomina. Si stava per rifabbricar Parigi, distruggere le piccole viuzze, sopprimere l'ombra e pi non vi sarebbe stato posto pei pensatori senza domicilio, negli angoli oscuri. I nostri pronipoti troveranno comodi questi miglioramenti, ma io non credo essere fazioso e resto nei confini della pura verit, dicendo che ne ho molto sofferto.
"L'albero sotto il quale riposavo esiste ancora e talvolta la domenica vi vado in pellegrinaggio, mi vi siedo con religioso rispetto e vi resto un po' per riconoscenza. N credo dovermi astenere da questo omaggio, i giorni in cui la terra  bagnata. Lo era ben di pi, quando umida per le acque dell'uragano, si rammolliva durante il mio sonno ed assumeva l'impronta del mio corpo addormentato!
"Le sue foglie erano numerose, larghe e costituivano un tetto, sotto cui un galantuomo poteva riposar tranquillamente. Mi addossavo al piede del tronco, assiso sopra un portafogli con due tasche, in cui stavano le mie opere, e mi rannicchiavo.
"Quando m'ero cos ricoverato, mi sentivo felice; ma per giungervi, quante pene!
"Partivo da Parigi il pi tardi possibile, d'ordinario a dieci ore, quando si chiudeva la biblioteca, od alle undici, allora soltanto, in cui i miei due soldi mi permettevano d'entrare da qualche lattivendolo. Ritardavo finch potevo la partenza, per la ragione che m'era necessario arrivare al mio albero, nell'ora in cui non passava alcuno.
"Non mi metteva dunque in viaggio, se non all'ultimo momento. E come era penoso quel cammino!
"Trovavo la forza di tenermi svegliato nelle vie di Parigi per timore dei poliziotti; ma, arrivando sulla strada di Vanves, soccombevo al sonno. Non pi polizia! La via era deserta, circondata da campi e non vedevasi nei dintorni che una povera casuccia.
"Dormivo camminando. Sovente accadeva, che il sonno diventasse profondo: i miei ginocchi si piegavano e cadevo a terra d'un tratto. La caduta mi risvegliava e riprendevo la strada.
"Una notte, in seguito ad una caduta di quel genere, mi sollevo e ricomincio il cammino. Ma avevo perduto la tramontana; in luogo di girare a destra, avevo preso a sinistra; invano cercai la solita strada. Attraverso la nebbia che pesava sui miei occhi, vedevo case a me ignote. Eppure camminavo, camminavo sempre. - Affranto dal sonno, caddi pi volte, l'ultima volta per risvegliarmi quando il sole appariva all'orizzonte. - Ero disteso nel mezzo d'un ponte, almeno ad una lega dal mio domicilio fortuito: se una vettura fosse col passata, sarei stato fracassato.
"Una volta in letto, tutto non era finito. Qui, come in via dei Grs, dovevo levarmi almeno ogni tre quarti d'ora e saltare per un altro quarto, onde riscaldarmi i piedi. In questi intermezzi di circostanza, giravo come i magi verso l'oriente, per vedere se i primi albori non facevano biancheggiare l'orizzonte.
"Qual gioja, quando appariva in cielo la stella del mattino! Ella precedeva d'un'ora la levata del sole. Ma come guardavo tristemente le radici del mio albero, quando non si mostrava ancora! Era d'inverno, e le notti sono lunghe e fredde sotto un olmo.
"Infine aspettavo che suonassero cinque ore e discendevo verso Parigi. Comperavo del pane quando aveva qualche soldo e andavo a rifocillarmi con una frittata in un'osteria aperta di gran mattino, sul passaggio degli ortolani che si recano al mercato, oppure mi riparavo nella tiepida chiesa di San Sulpizio.
"Con qual gioja udivo suonar l'Angelus, che doveva aprirmene le porte!
" dall'interno dei forti, intorno ai quali andava errando; che udii i tamburi battere la diana del primo gennajo 1858. Il freddo era stato intenso durante la notte: avevo dovuto correre quasi sempre intorno al mio albero. Sul mattino vidi la verde prateria biancheggiare, coprendosi di brina. I tamburi da lontano battevano allegramente, e la sera, quando ritornai, non vidi sul mio cammino che fanciulli contenti e padri ubbriachi.
"Io succhiavo bucce d'arancio, per ingannare la fame.
"Nel 1862, in primavera, ricaddi nella miseria; mi manc persino il letto. Ritorno a dormire sotto l'Odon, ove gi dissi d'aver dimorato, senza citarne il come.
"Ognuno sa che alle porte dei teatri sonvi barriere, innalzate alla sera per trattenere il pubblico e che si smontano dopo il suo ingresso. Il custode dell'Odon appoggiava le sue barriere al muro ed io mi ponevo dietro di sotterfugio. Mi trovavo perfettamente al sicuro, grazie alla precauzione di disporre quelle barriere in modo che gli interstizi fossero coperti, cosicch la sciabola dei sergents de ville, quando tastavano il terreno, non trovava altro che legno. Per lungo tempo fummo in due: avevo un compagno amabile, antico e disgraziato economo di collegio, che sapeva molto e parlava bene. Noi discorrevamo di politica e di religione, all'orecchio. Infine la conversazione cadeva, ci auguravamo buona notte, ci disponevamo sul selciato e ci addormentavamo.
"In seguito ad un arresto nel 1862, non mi coricai pi presso l'Odon, che di tratto in tratto, e mi misi in cerca d'un nuovo alloggio.
"Il mio albero presso le fortificazioni esisteva ancora, ma si trovava prigioniero. Il sobborgo era stato annesso, ed era stata illuminata la strada rasentante le fortificazioni. I sergents de ville vi esercitano la sorveglianza assieme alle pattuglie dei gabellieri.
"Fa d'uopo spingersi sull'aperta campagna.
"Resto nel dipartimento, ma oltrepasso il perimetro dei sobborghi.
"Scelgo nel territorio d'Auteuil un albero che non vale quanto l'altro, e tutte le sere mi riposo alle sue radici.
"Una volta per, non potei rientrare nel mio domicilio...
"Vi ricordate di quel banchetto dato ad una tavola della California sotto i grandi alberi, ove alla luce delle lanterne, sotto un cielo tiepido, vuotammo in quattro, tre litri da sedici, il cui spirito ardente aveva acceso il fuoco nelle nostre vene e l'ispirazione sulle nostre labbra! Gerard difendeva la monarchia; noi eravamo per la repubblica; Bolumier recit colla sua voce vibrante un'Olimpiade; Paysan ci narr la storia del battaglione garibaldino di Le Flotte. Ah! noi non pensavamo che alla felicit dei popoli; noi non amavamo che il bello; noi non volevamo che il vero! Voi pagaste cinque lire e quaranta centesimi, e noi partimmo.
"Ciascuno disse che rientrava in casa ed io pure lo dissi al pari degli altri.
"Voi credevate ch'io abitassi sulla strada d'Orlans, difatti mi vi recai... per continuare il cammino sino ad Auteuil, e l mi riposai al chiaro di luna.
"Ma in quella sera, un po' gajo, forse un po' brillo, mi prese l'idea di dormire altrove. Dietro una verde siepe, vidi un monticolo in cui si trovava un foro, che poteva servire da nicchia. Mi lasciai scivolare l dentro e dormii.
"Durante la notte piovve, l'acqua pass sotto di me per mezzo d'un piccolo rigagnolo scorrente nell'erba. - Non avvi gioja veramente pura, e nei cieli pi azzurri scoppiano lampi. Non poteva prendermela col buon Dio, se metteva un po' d'acqua nel mio vino.
"Le esigenze della civilt turbavano talvolta la mia vita notturna e mi guastavano la villeggiatura.
"Una volta fui scoperto da una guardia campestre armata d'un fucile carico e che mi minacci di far fuoco nel momento in cui credeva volessi fuggire: certamente essa m'avrebbe colpito, se non mi fossi arrestato. Era la sua consegna e l'avrebbe irrevocabilmente eseguita.
"Partimmo per la gendarmeria di Sceaux, a cui doveva consegnarmi. Ma lungo la strada discorremmo.
"Mi rivolsi al suo cuore, facendogli la confessione della mia miseria. Egli rispose alle mie confidenze colle sue. Era un vecchio montagnardo di Caussidire, sempre repubblicano, e che per vivere aveva dovuto nascondere la sua coccarda. Un notabile del paese, che in un giorno di sommossa era stato da lui difeso, gli aveva ottenuto le insegne ed il fucile di guardia campestre. Era divenuto scettico, non credeva pi negli uomini, ma le mie teorie socialiste gli piacquero e ci trovammo pi volte dello stesso parere. Al mattino, mi lasci andare, dicendomi fratello, e promettendomi che non mi avrebbe pi risvegliato sotto il mio albero, se non per riprendere la discussione l dove l'avevamo troncata.
"Sentiva che eravi in quell'uomo un'educazione politica da rifare e che poteva rianimare in lui la nozione del vero, se appena avessi avuto un po' di tempo. Ma per questa incerta speranza, dovevo esporre la mia libert? Fui io colpevole abbandonando quel compito? - Non lo credo, tanto pi che l'antico montagnardo m'aveva confessato amare assai il vino, e che avrei avuto a fare pi d'una volta con un allievo avvinazzato, il quale mi avrebbe mal compreso.
"Non approfittai della sua offerta, e m'astenni dal recarmi sotto il mio albero.
"Durante qualche tempo, dormii qua e l sotto qualche pianta, ma il rischio d'essere scoperto era grande e le notti d'estate, meno dolorose delle notti invernali, erano forse pi affaticanti.
"In estate il giorno sorge presto. Quella stella del mattino, cui accoglieva con letizia in dicembre, la salutavo con un sospiro in maggio, e nulla mi rattristava pi dell'aurora.
"Al pi tardi, alle tre e mezzo, una pallida luce rischiarava la strada. Cominciava a passare qualcuno. Non poteva pi restar l. Faceva d'uopo fuggire, continuare il sonno camminando e risvegliarsi quando picchiavo la testa in qualche albero.
"N potevo rientrare in citt s presto. Si diventa sospetti di vagabondaggio a quell'ora, nelle vie, quando si marcia d'un passo vacillante, con scarpe senza talloni, sotto abiti forati. Continuavo a passeggiare nelle strade poco frequentate, la testa nell'aria fresca, i piedi nella rugiada. Quando passava una persona, coglievo fiori nell'erba, come un uomo meditabondo.
"M'arrestavo in fine su qualche sentiero, e l, assiso presso una siepe, facendo sembianza di leggere e mettendo sui miei ginocchi qualche romanzo incompleto, sonnecchiavo presso ai campi pieni d'odore ed alle capanne piene d'uomini.
"Dopo qualche mese di prova, finalmente mi fu dato di dormire sotto un tetto, fra le lenzuola."
Ma Fontan tronc in questo punto le sue confidenze.
Un fatto domina questo curioso racconto.
Non  il freddo, la fame, la fatica, la veglia che spaventa l'irregolare di Parigi. Se la terra fosse libera, egli avrebbe fatto bravamente il suo letto sotto al cielo, attendendo di trovarvi la tomba.
Egli non invecchi, la sua tinta  rosea, lo stomaco di ferro, e non soffre mai raffreddore!
Non parler della sua gajezza, che  proverbiale. Ha sulle labbra un dolce sorriso: giammai un lamento amaro contro la societ.
Dissi gi che la sua piccola taglia, ed il fatale disordine della sua toilette - disordine irreparabile, eterno, in causa dell'enorme somma che gli sarebbe stata necessaria per provvedersi d'abiti - gli rendevano impossibile una professione libera. Egli non poteva ingrandire, e, ad onta dei suoi prodigi d'eroismo, non arrivava mai a possedere trenta soldi, per comperare una camicia, o quaranta per provvedersi di scarpe senza talloni.
Cos fatto e vestito, non gli restava altro guadagno se non quello della sorte, od i lavori faticosi. Ma era troppo debole per portare fardelli! Quanto al guadagnarsi la vita, facendo non importa cosa, egli lo tent, ma non glielo permisero.
Cerc al mercato di adempire le commissioni, ma  proibito dai regolamenti il portare un pane di burro od un sacco di polpi. Sappiamo gi che non aveva potuto esporre nella via il suo Spettro nero, od io lo vidi tremare avanti le spie della polizia, quando faceva, senza permesso, il commercio dei biscotti o dei vetri per gas.
Nulla si pu vendere, nulla tentare, nulla fare, senza autorizzazione, o senza medaglia.
E domandarne una? Si esita...  mettersi per tutta la vita al bando della societ!... Non si risorge pi, il pregiudizio pesa su voi e sui vostri figli!...  una palla ai piedi, una piaga al cuore! Si avesse pure con che comperare una cassetta per lucidar le scarpe, non lo si osa per cento ragioni!
- Non l'avrei fatto, diceva Fontan, per rispetto alle lettere.
- Che ritorni al suo paese! diranno gli uni.
- E le scarpe?
- Io mi sarei ucciso, gridano gli altri.
Fontan invece non ha mai pensato al suicidio.
- Noi ci dobbiamo alla societ, dice Fontan.
E poi questo sarebbe capitolare, ed egli non vuol gettarsi vinto tra le braccia della morte, dopo averla fatta aspettare quindici anni!
Egli ha tentato tutto quanto poteva, copie di tesi, ricerche per gli archeologi. Ha dato lezioni, l'eterna risorsa! ma lezioni a dieci soldi. Sotto il suo costume, i prezzi abbassavano. Serv da fattorino presso uno speziale e da segretario presso Paolo Feval.
 in seguito a questo segretariato, che fond colle sue economie, in collaborazione con un certo Constant Arnould, il Senza soldo, che men rumore. Fu il redattore in capo, gerente e proprietario del Fanciullo terribile, che appar due volte: fece stampare un'elegia e due opuscoli, collabor al Bohme ed al Rappel.
Come portatore dei giornali (di cui era il redattore in capo) guadagnava quelle due lire per settimana; di cui abbiamo veduto la distribuzione intelligente e costante.
Con quaranta soldi, mangiava e di tratto in tratto beveva il caff.
Gli domandai, dopo averlo udito raccontare le sue avventure, se voleva essere segretario, per me e per un mio compagno, onde scrivere una produzione, cui compilavamo a parole accanto al fuoco; e gli proposi, come retribuzione, il suo vitto.
Sapeva bene ci che faceva, e la speculazione era buona. Lo pregai di fissare egli stesso l'onorario.
- Quanto al mese?
- Amo meglio dirvelo apertamente e subito, rispose egli. Non potrei vivere come un tempo. Anzitutto mangerei tutti i giorni.
- Che volete?
- Una mezza tazza di caff.
- Avanti!
- Gli sigari.
- Diamine!
- Non dilunghiamoci troppo; mi sono necessarie venti lire al mese.
Ecco l'uomo, che se fosse caduto sotto la mano di un commissario crudele, sarebbe stato condannato come vagabondo e precipitato sino alla morte, di deposito in deposito, di prigione in prigione.
Ma io non ho la sua rassegnazione. Temo, se continuo, che parole di rivolta mi facciano ardere le labbra!
Meglio della nostra collera vale nella sua semplicit lo spettacolo di questa esistenza eroica e triste.
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2. Poupelin, detto "Le mie carte."
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In una sera d'inverno, or son tre o quattro anni, vidi d'un tratto attaccato alle mie falde uno strano ometto, che aveva la testa troppo grossa, le braccia troppo brevi, motivo per cui aveva evitata la coscrizione.
Era vestito d'un pajo di pantaloni da ragazzo e d'un soprabito da vecchio; coperto d'un cappello di feltro duro, enorme, giallo di pelo e che lo schiacciava come un rimorso. Lo mirai con interesse. I buffoni m'attirano.
Egli rimarc quello sguardo e carezzandosi la redingote, disse:
-  necessario presentarsi ben vestito. Del resto, ho sempre amato la teletta.
Chi era costui? D'onde veniva?
Dodici anni prima, aveva alloggiato nel mio albergo, e dopo dodici anni, mi riconosceva ancora. Io pure mi ricordai di lui, e siccome mi confess con franchezza di aver tutto sacrificato pe' suoi abiti, e sofferto perci anche la fame, lo condussi meco per sostenerlo.... e studiarlo.
Egli si chiama Poupelin, e pretende d'esser stato lui a creare l'Impero.
Nessuno se n'avr a male, nemmeno l'imperatore, lo spero, di questo racconto, ove sono riassunti gli sforzi e gl'infortuni d'un Warwick nano.
Prender Poupelin dalla sua nascita e lo condurr sino al nostri giorni.
Nel 1848 era un piccolo proprietario campagnuolo in due o tre comuni della Charente Inferiore, e poteva vivere de' suoi pezzi di terra, se li avesse coltivati. Ma Poupelin aveva fatto la terza classe e letto Plutarco!
Sorse la repubblica. Addio campi e cascina! In luogo d'ingrassare le galline, volle allevare le aquile. Poupelin si fece patrono della candidatura Luigi Napoleone Bonaparte.
Ognuno si ricorda essere stato il dipartimento della Charente Inferiore quello che primo invi quel principe come rappresentante alla Camera. Poupelin condusse al voto tre villaggi. All'epoca dell'elezione presidenziale, egli sostenne in favore di questo candidato lotte piene di gloria e di pericoli. Due o tre volte fu sul punto di rimanere schiacciato. Egli non poteva rendere i colpi di pugno che riceveva, avendo le braccia troppo corte. Infine, coperto di busse, livido di colpi, vide cogli occhi gonfi, il nome del suo protetto uscire dall'urna.
Il principe L. N. Bonaparte era presidente. H. I. P. Poupelin era rovinato.
La propaganda esige spese, o piuttosto la gloria costa assai. Per farsi un nome ed inalzare un piedestallo alla sua eloquenza, Poupelin parlava ai borghigiani dall'alto de' suol barili, cui egli riempiva di vino e cui essi vuotavano.
Diede altres banchetti, ed ogni volta che ammazzava un porco, distribuiva salami agli imperialisti.
Il suo piccolo patrimonio fu disperso, ipotecato; sicch, venuto a Parigi, bastarono pochi prestiti per compire la sua rovina. Ma Poupelin credeva che all'indomani della vittoria, non lo dimenticherebbero e non sarebbero con lui avari.
Aspirava alla deputazione.
Per sua disgrazia riusc uno dei delegati della Charente Inferiore, incaricati di felicitare il principe. L'ajutante di campo generale Roguet li accolse sul ponte della fregata e Poupelin lo arring.
Egli non ha voluto dettarmi il suo discorso, n la risposta che ottenne, ma quando racconta questo episodio, parla sempre in prima persona, cambiando di posto, facendo gesti e mutando voce. Si direbbe che legga una tragedia.
- Generale!
- Buon Charentais.
- Lasciate ch'io vi esprima...
- Giovinotto, dite pure!
Il generale fu amabile, e come sempre, felicit vivamente l'oratore, assicurandolo della riconoscenza dell'imperatore, manifest la speranza di rivederlo, ecc., ecc., eppoi si separarono.
Poupelin rientr in casa propria. Pens per qualche tempo alle colline natali, ricordossi le buone ore passate nelle sue vigne, sotto il sole che l'aveva veduto nascere. Ma il cittadino la vinse sull'uomo, e scrisse a Cognac.
Scrisse che non si doveva contare sul suo ritorno. Le cure della pubblica cosa lo trattenevano presso l'Eliseo. Ma potevano star sicuri, che non dimenticherebbe il villaggio ove aveva giuocato da fanciullo e che le sue migliori simpatie le nutriva per quella Charente, ove era ingrandito (non troppo).
Terminava promettendo che farebbe tutto, per ottenere una fontana sulla piazza.
In quel momento un reggimento passava nella strada, coi tamburi alla testa. Siccome eravi un imbarazzo di vetture, la musica si ferm sotto le sue finestre. Poupelin apparve al balcone, salut e disparve. Egli sapeva che nella vita pubblica non si deve prodigare la propria persona.
L'indomani, si rec all'Eliseo.
Poupelin entr col suo portafogli sotto il braccio: veniva, senza dubbio, per lavorare col presidente, e, siccome era gi tardi, camminava con lestezza. Lo fermarono alla porta.
- Vedo, diss'egli alla guardia, che fate il vostro dovere, da buon servitore e da buon soldato. Datemi il vostro nome, perche richiami su di voi l'attenzione del principe.
-  il vostro nome che dovete darmi, rispose il guardiano cui lo strano costume del suo protettore inatteso lasciava ancora incredulo e diffidente.
- La vostra intelligenza uguaglia la vostra devozione, rispose Poupelin declinando il proprio nome.
La guardia ritorn dopo qualche minuto, rispondendo che non lo si conosceva.
- Dite, grid egli con un gesto alla Mirabeau, dite che  l'elettore della Charente, il quale viene a visitare l'eletto della Charente.
Dopo tre quarti d'ora d'attesa, durante i quali Poupelin credette che preparassero per lui gli appartamenti, lo si lasci entrare.
Un uomo, sulla soglia d'un corridojo un po' triste, tenevasi in piedi, vestito di nero.
Poupelin chin la schiena, lev le braccia e cominci cos:
- Il vostro nome, ad un tempo, fa tremare e rassicura.
- Io mi chiamo Pitou, rispose quell'uomo.
Se Poupelin fosse stato superstizioso, si sarebbe fermato. La sua carriera di cortigiano cominciava male: non si confondono i presidenti cogli uscieri.
Egli doveva ritornare alla ferrovia e non pensar pi alla fontana.
Invece rest.
 necessario dire quante volte batt alle porte dei ministeri, quante persone insegu, arring, stanc? Non conoscevano che lui intorno l'Eliseo e per qualche tempo, fu creduto un inviato di Mazzini, di Mazzini lo scellerato, che aveva scelto quest'ometto comico, grasso, chiacchierone, per consumare un delitto.
Discese d'illusione in illusione sino ad abitare al set-timo piano della via dell'Albero secco, ove ebbi l'onore di conoscerlo. Eppure sperava ancora!
Ma no! Sorse l'Impero, Napoleone Terzo govern, fece la guerra, senza giovarsi n de' suoi servigi, n de' suoi consigli. Ebbe cambiamenti d'ambasciatori, crisi di gabinetto, chiam a s uomini nuovi; ma Poupelin non entr mai in alcuna combinazione.
Infine, affaticato, un po' triste, pens a ritirarsi per qualche tempo almeno, e lo vidi quel giorno in cui rientr in casa con un foglio di carta ministeriale. Durante la sera, scrisse al capo del gabinetto delle Tuileries una lettera semplice e degna.
Egli annunziava l'intenzione di rientrare nella vita privata.
Lasciando ad altri la cura degli affari, egli andava a riposarsi dalle lotte d'un tempo sotto il tetto dei suoi padri. Era ormai deciso a rifiutare tutto ci che il governo avesse pensato offrirgli. Ma per mostrare che non serbava il broncio, che la sua era stanchezza e non rancore, dichiarava che accetterebbe con riconoscenza la croce della Legion d'onore. Pregava Sua Eccellenza di appoggiare colla massima sollecitudine questa domanda e di sottomettere al pi presto la sua nomina alla firma dell'imperatore. Stava per partire, ed avrebbe desiderato attaccare il nastro all'occhiello della sua redingote da viaggio. Da quel giorno lesse tutte le mattine il Moniteur sui muri delle municipalit, cercando il proprio nome fra i decorati. - Cominciava a perdere la pazienza, quando un giorno vide sulla lista un nome che rassomigliava al suo. L'ortografia non era esatta, ed uno dei suoi pronomi era falso. Scrisse tosto al ministro per ottenere la rettifica, facendo rimarcare, senz'astio, ma non senza tristezza, come la fortuna, persino ne' suoi favori, gli si mostrasse avversa. Nondimeno ringraziava Sua Eccellenza, che aveva accordata alla sua devozione una ricompensa gloriosa, bench un po' tarda, e che sarebbe stata l'unica eredit de' suoi figli, se ne avesse avuto.
Il Moniteur rest muto, e quando Poupelin si present al ministro per spiegarsi, apprese che non si era commesso un errore, e che non era punto lui il decorato.
Questo fu il colpo di grazia, e dicesi che persino la sua fede politica ne fosse scossa. Non gi ch'egli l'abbia rotta coll'imperatore, no; anzi cos ne parla: "Lo veggo sempre con piacere quando passa" ma, con un sorriso tale da rompere un pezzo di legno, aggiunge, che senza l'impero avrebbe ancora le sue vigne e una pi elegante teletta. Da quel momento in cui gli fu rifiutata la croce, Poupelin consacr a certi uomini del ministero un odio implacabile e, per dare alla sua persona un po' d'autorit, frequent il mondo, raccogliendo certificati in suo onore, per provare ch'egli era appoggiato dalla folla e temuto ai potenti. Di l l'epica storia della sua salvietta, ed il soprannome di Mie carte.
Fino dal suo ingresso nella vita politica, Poupelin erasi detto, che non s'attinge un'autorit seria, se non nella simpatia dei contemporanei e che la vera garanzia, nei tempi democratici,  la testimonianza degli uomini. Cos, si rivolse sino dal principio alla loro memoria ed alla loro franchezza. Egli aveva tenuto, dal principio della sua carriera, un registro esatto ed inesorabile delle proprie azioni.
Le prime pagine del suo portafogli raccontano come resistesse alla sommossa nelle campagne: vi sono noverati tutti i trionfi ottenuti e le bastonature subite. Una certa sera, nell'albergo del Caval bianco, abbatte, co' suoi argomenti vittoriosi, un farmacista orleanista; un altro giorno lo sollevarono pesto, coll'occhio giallo ed il naso gonfio; un giacobino erasi seduto su di lui.
Tutti vi apposero la firma: il sindaco ed i suoi aggiunti, il commissario ed i gendarmi, i funzionari che trovavansi in giro, ed i touristes che passavano di l.
Tutto ci prima della presidenza! Ma poi, sotto l'Impero, mutano i certificati. Non  pi il soffio ardente della politica che agita le pagine. Poupelin, non potendo essere pastore di popoli, si fa educatore di fanciulli: ai nostri figli insegna l'alfabeto e le quattro regole dell'aritmetica, ed  ai maestri di scuola che domanda i suoi certificati. L'un d'essi scrisse:
"Certifico che il signor Poupelin gode d'un eccellente appetito." E Poupelin scrisse in margine: "Un buon appetito  la prova d'una coscienza tranquilla." Nel 1860, il livello ribassa sensibilmente. Poupelin fa scrivere nel suo portafogli, ch'egli conservasi tranquillo, che, vedendolo passare, nulla si rimarca in lui d'insolito, n di goffo nell'incedere. Le garanzie sono assai serie, ma i fatti meno gravi.
Un giorno, vede camminare un prigioniero tra due gendarmi e sente inumidirsi gli occhi. Tosto tira un calamajo dalle tasche, e da quelli che l'attorniano si fa scrivere queste parole: "Noi dichiariamo che un signore, a noi ignoto, ma un po' rachitico, vedendo passare un prigioniero, si commosse vivamente e pianse."
In una bella sera d'estate, al numero 11 dell'antica strada dell'Inferno, lasci cadere il suo portafogli nella fossa comune. Noi udiamo delle grida orribili. Poupelin con una mano sosteneva i suoi abiti e coll'altra strappavasi i capelli. Corse al posto dei pompieri e ritorn con uno zappatore, che si gett nell'abisso per ripescare i documenti.
Queste carte non si possono toccare, se non quando si gode l'intimit di Poupelin: altrimenti non le mostra che ai funzionari ed ai gendarmi.
Mi ricordo il giorno solenne in cui lo vidi.
Era una domenica di giugno. Io ed un mio compatriota partivamo pel Lussemburgo, avendo tra di noi Poupelin, il quale non ci doveva nascondere pi nulla.
Prendemmo la strada della Senna, i quais; discendemmo sui ponti, poi rimontammo. Splendeva un sole torrido. Infilammo il ponte dei Santi Padri, fiancheggiammo le Tuileries. Poupelin era commosso, ma calmo.
Il mio amico, avanti questo silenzio e sotto un cielo infocato, cominciava a pentirsi della passeggiata. "Noi ci troviamo, mi disse egli, credendo di non esser inteso, sulla traccia d'un gran delitto."
Per tre volte, entrammo nei caff e ne uscimmo con Poupelin alla testa. Infine, al pian terreno d'una tetra osteria, Poupelin si sbotton l'abito, snod le vecchie bretelle che cingevano il portafogli, l'aperse levandolo colla sua mano sinistra, lo batt nel mezzo colla destra, dicendo: "Non  per umiliarvi, ohib! ma voi non possedete carte come queste!"
Infatti, il mio amico non portava seco alcuna carta, perch troppo sensibile. Poupelin trionfava.
Prima di levar la seduta, ci sottomise un processo verbale della giornata, pregandoci di firmarlo, se non vi trovavamo qualche cosa di compromettente.
Era cos espresso:
"Noi certifichiamo d'esser andati a passeggio col signor Poupelin e di non aver trovato in lui durante la gita nulla che potesse tradire una natura malvagia e velenosa."
Firmammo.
Che fece Poupelin dopo il colpo di stato?
Come il mestiere d'anneritore di vetri pei giorni d'eclisse, cos il mestiere di fabbricatore d'impero ha i suoi momenti di riposo: vi sono le morte stagioni.
Noi l'abbiamo detto: Poupelin  maestro primario.
Ma egli esercita di preferenza nei sobborghi e principalmente verso Passy, Boulogne, Auteuil, Saint-Cloud.
Me ne spieg il perch.
"L'imperatore ama respirare un po' d'aria pura, ed io posso incontrarlo qualche giorno. Noi discorreremo assieme.  necessario che ci troviamo soli." E vivendo di questa speranza, Poupelin va di qua e di l nelle piccole pensioni del sobborgo, cercando, quando conduce i ragazzi a passeggio, o quando un quarto d'ora di libert, i luoghi ove pu, di preferenza, per un motivo o per un altro, incontrare l'imperatore.
Un giorno si trov faccia a faccia coll'imperatore, il principe imperiale ed una dama d'onore in un viale del bosco di Boulogne. Era il momento opportuno e trovavasi in gran teletta. Per una fatalit senza nome, in quel giorno aveva dimenticato le sue carte!
Vi sono ben poche scuole nei dintorni di Parigi, in cui non sia stato professore, pedagogo od attendente alla cucina; talvolta tutte queste mansioni esercit in una volta. Delle tre funzioni (devo dirlo?) l'ultima  quella da lui preferita, ed  a temersi, malgrado tutto, che per sempre egli sia perduto alla politica.
L'eloquenza gli nuoce!
Lo feci entrare, qualche anno fa, in un ospitale ove avevo degli amici. Lo trattarono come un affamato. Ebbe doppia porzione di vivanda e di vino.
Ma dopo qualche tempo, fu segnalata una mortalit considerevole nella di lui sala. Gli ammalati cadevano come mosche: era Poupelin che li uccideva.
Approfittava delle sofferenze che li inchiodavano a letto, per raccontar loro la sua esistenza e legger le sue carte. Egli inquietava gli agonizzanti, ne turbava gli estremi momenti; lo videro estorcere firme persino agli infelici, che stavano spirando. Si allarmarono contro di lui.
Poupelin, che aveva un viso da canonico, dovette andarsene. Da quel giorno, il capo del servigio constat una sensibile diminuzione nel numero dei morti.
Poupelin s'allontan, e, disgustato degli uomini, recossi nel sobborgo, ove aveva lasciato un po' di biancheria.
Vi trov i suoi abiti, un posto nella casa, salsiccia nei giorni festivi ed una cuoca che l'adorava. Essendo fallito lo stabilimento, Poupelin pens fondare con quel cordone bleu un piccolo negozio; ma ella lo piant per un dragone.
Allora riprese il bastone da pellegrino, e torn a percorrere i piccoli paesi.
Da molti anni, Poupelin conduce questa vita vagabonda ed incerta, andando da un'estremit all'altra del dipartimento, toccando anche quello della Senna e Marna, ma di preferenza recandosi all'ovest presso l'imperatore e marciando sopra tutto di notte. Ci perch lo arrestino e possa mostrare le sue carte.
In qualunque tempo, egli non lasci mai sfuggirsi n una lettera d'un maestro di scuola, n un invito a colazione d'un collega, n l'intimazione d'un funzionario.
Infatti, Poupelin  conosciuto dai magistrati. I venditori di zuppe sono cattivi pagatori; gli devono cinque lire ad Arpajon, uno scudo a Gonesse, 52 soldi a Saint-Mand. Egli recasi l ove lo chiamano i suoi interessi, consolato dall'idea che potr mostrare le proprie carte. Gode d'una certa celebrit a dieci leghe di circuito, e quando, di buon mattino, alle prime ore del giorno, i contadini che si recano in campagna, veggono un uomo assiso sui gradini della municipalit, il quale attende che si risvegli il villaggio, dicono: " quell'ometto che fa vedere le sue Carte."
Che mai  avvenuto, in quella vita extra muros, dell'ambizione di Poupelin, e che resta de' suoi sogni di gloria?
Poupelin, al pari di molti uomini politici, ha perduto la fede. Egli va ormai a precipizio. Per l'ultima volta, nello scorso anno, ha usato delle protezioni che gli restavano, onde essere ammesso come sopranumerario - sottocontrollore nell'amministrazione delle Piccole vetture; ma finora non ha potuto condurre a buon termine i suoi tentativi. Oggi non s'aspetta nulla da alcuno, fuorch dalla sorte, e spera nella Provvidenza.
Per lungo tempo ha dormito in casa mia, steso in un vecchio fauteuil, come Mos nella sua cesta: anzi, sopra di lui venne fatta una romanza avente per titolo: Poupelin salvato dalle acque. Di notte, abbandonava talvolta la sua poltrona e nelle tenebre s'avvicinava al mio letto per risvegliarmi e domandarmi, tirando le coltri, se credevo in Dio. Quando nel mio cattivo umore, lasciava trapelare un po' di scetticismo, Poupelin cercava convertirmi; ma, ci facendo, tentava piuttosto rassicurar s stesso. Questa egoistica preoccupazione rivelavasi nella sua ostinata indifferenza per la vita futura. Egli non parlava mai dell'altro mondo, rivolgendo ogni sua cura a questo. In una parola, voleva un Dio giusto e buono, che non gli desse l'eternit, ma gli trovasse sulla terra un piccolo posto, con cui avere tavola, alloggio e qualche soldo. Quando i miei argomenti demolivano i suoi, ritornava piegato in due verso la sua culla e lo vedevo alzare, sospirando, le sue piccole braccia al cielo. E si accontenterebbe di s poco, ora! Pi non reclama il pericoloso posto di ministro o d'ambasciatore!
"La Francia, dice egli, ha possessi nell'Oceano, di cui non approfitta, n sa che fare. Che mi trasportino col! Avrei una capanna, dei polli: vi farei prosperare volatili europei e potrei raccogliere i naufraghi. Se una donna volesse seguirmi, l'accoglierei a braccia aperte: se no, attenderei che la sorte ne spingesse una sul lido, e se le convenissi, tutto sarebbe combinato. Le apporterei i miei 38 anni di vita quasi casta, il mio cuore... e le mie carte."
Tale  l'ultima idea a cui s'attacc Poupelin, e che mi sviluppava or sono otto giorni. La sottometto all'esame del governo, che potrebbe far custodire le sue galline e riparare dodici anni d'ingratitudine.
Poupelin vorrebbe anche un'uniforme.
Io non capisco, in mezzo all'Oceano, sopra uno scoglio, di quale splendore potrebbero brillare una redingote col colletto a ricami ed un berretto di cuojo bollito. Ma  una sua debolezza: appaghiamola. Essa non rovinerebbe l'impero, e d'altronde inspirerebbe maggior rispetto ai visitatori e confidenza alle vittime dei naufragi.
In attesa di ci, Poupelin ha una specialit poco conosciuta e da lui fondata:
 professore dei ragazzi idrocefali.
Avviso alle famiglie! Scrivere via Voltaire 10, od al signor A. B. al Jookey-Club.
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3. Il signor Chaque orientalista.
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Costui  baccelliere. Pag la sua prima iscrizione alla scuola di diritto nel 1831, un'altra nel 48; ne prende una all'indomani di tutti i grandi avvenimenti. Profess in Francia ed all'estero.
Non  un ingenuo, lui! ha saputo organizzare la resistenza contro la vita.
Lo vedrete!
 necessario dire in quali circostanze l'abbia conosciuto.
Era ad una lezione della Sorbona. Egli non vi manca mai, giacch assiste a tutte le conferenze. Quel giorno la sala era affollata; vi si soffocava. Tutti volevano un po' d'aria, levavano il soprabito, si sbottonavano.
Una sola persona, in piedi, in un canto, restava abbottonata e coperta.
Non gi ch'egli non avesse caldo; il sudore che gli inondava il viso provava il contrario, ma per una singolare anomalia, quel sudore era bianco, come se l'uomo avesse avuto il cranio di gesso. La sua persistenza nel tenersi coperto dal cappello, solletic la mia curiosit, sicch per tutto il tempo della lezione fissai il viso di quel pierrot bagnato.
Uscimmo; io dietro a lui. Egli affrett il passo. Lo vidi rimontare la via della Harpe, s'avvi verso il Lussemburgo ed entr in una bottega.
L s'assise, e si scoperse la testa. Nel medesimo tempo prese un cucchiajo dalla tasca, e dal cappello estrasse una scatola di latta, che un d aveva contenuto sardine, ma che in quel giorno racchiudeva certamente del riso al latte.
Scoperse la scatola, la ripose nel cappello e si mise tranquillamente a mangiare. Rinchiuse quindi la scatola, riponendosi il buffet sulla testa.
S'alz ed usc.
Non l'avrei abbandonato per un impero, e mi posi a camminare dietro di lui. Entr in un albergo del quartiere latino. Avevo avuto col degli amici. Il proprietario stesso mi conosceva.
Lo interrogai su quell'originale, ed egli mi rispose con due parole: "Si chiamava Chaque, era un antico Pallicaro, oggi Orientalista." Non volle o non pot aggiungere altro, ed io restai meditabondo avanti queste misteriose informazioni, domandandomi se nel vecchio Oriente eravi il costume di portare la cucina nel cappello, e quale potesse essere la professione di Pallicaro in ritiro e di Orientalista in camera ammobigliata.
Non mi diedi n tregua, n riposo, finch non sollevai quel velo, ed infine mi fu dato trovarmi colla sfinge della scatola.
In quel giorno aveva il cappello vuoto; ma le tasche orribilmente colme; ne cav successivamente, per deporli sul tavolo del caff, una frittata avvolta in una carta, un pezzo di bue alla moda in una calza di lana: poi domand la Revue des deux mondes.
Ve lo confesso che mi sentivo confuso.
Il mio uomo era imprigionato, bench al largo, in una redingote color vino, incrociata sul ventre e chiusa da un solo bottone, ma che doveva esser ben cucita, se si pensa a tutto quello che doveva portare.
A destra ed a sinistra eranvi gibbosit muoventesi ed affettanti forme di scodelle e di salsicciotti. Una cravatta dell'antico regime aggiravasi due volte, come un tappeto, intorno al collo e s'ingolfava nei pantaloni, pantaloni di drappo nero con una lista d'argento.
Siccome guardava quella lista con occhio meravigliato, egli mi vide al di sotto della Revue, e, pizzicando il tessuto sulla coscia, mi disse: " il pantalone del prefetto della Dordogna."
Mi sarei rovinato per quell'uomo l; gli offersi quella consumazione cui voleva, alla condizione che si svestirebbe moralmente avanti di me; poi, siccome mi avevano detto che sapeva la lingua dell'Indostan, mi proposi per suo allievo.
Mi rispose che ne avremmo parlato in seguito e nel medesimo tempo m'offerse i suoi servigi nel caso in cui avessi dei rasoi da affilare. Si divertiva alle mie spalle? Oppure si divertivano alle sue? Perch? Divenni tanto pi impaziente di conoscerlo.
Oggi so di Chaque tutto quanto se ne pu sapere. Su queste esistenze bizzarre s'aggira un mistero, ch'eglino stessi non s'incaricano di dissipare.
Per cominciare dal principio, d'onde viene quel nome strano di Chaque? Fino ad un certo punto, fu un aggettivo assai vago e poco compromettente. Ed ecco che passa allo stato di nome proprio, portato da un pallicaro, il quale affila i rasoi.
Ov' nato? Non l'ho potuto sapere e nessuno trover, lo credo, le fila della sua origine.
 segnalato, per la prima volta, nel 182... a Parigi, via sant'Onorato, con quaranta soldi nel gilet. Egli recasi a far visita al duca di Choiseul, Gabriele di Choiseul, nipote del ministro di Luigi 15, pari di Francia, amico di Lafayette, a quell'epoca governatore del Louvre. Il duca di Choiseul appare spesso nella storia di Chaque. Ove l'aveva conosciuto, come, perch?  ci che s'ignora, e l'antico pallicaro non lo disse a' suoi contemporanei.
"Io gli rassomigliava," dice egli; e le sue confidenze non vanno oltre. Fatto sta, che a vent'anni quel giovanotto  messo in relazione con tutto il gran mondo politico d'allora. Egli frequenta il barone Ternaux, Alessandro Lamethe, Languinais, Laffitte, il figlio di madama di Stal, Malthn, Dumas, i signori de Laborde, Delepert, de Saint-Leon, Pricatory, che disse di lui stesso, a me davanti: "Non ve ne hanno due di questi uomini in Francia." - "La mia eloquenza persuasiva ed affascinante, la mia persona, in cui rifulgeva un'intelligenza rara, tutto ci piacque."
I Greci domandano volontari, che li conducano alle battaglie. Chaque  investito d'una missione dal comitato di Parigi, composto delle pi alte illustrazioni del regno, che incoraggiano l'insurrezione ellena. Gli si paga il viaggio, si mettono venti scudi nel suo sacco. Il duca di Choiseul gli regala la sua uniforme d'antico maggiore generale della guardia nazionale.  sotto questo costume tutto adorno d'oro, che Chaque sbarca in Grecia, ove accampano, armati sino ai denti, i soldati dell'indipendenza. Canaris in persona li comanda.
Chaque s'avanza nella sua divisa risplendente, ed  salutato da frenetici urr.
Alla battaglia dei Due Mulini, presso Argo ( lui che lo dice) comand una compagnia, ed alla sera del combattimento fu portato in trionfo. Il ministro della guerra Adam Duncas gli serr la mano e bev con lui.
Era a Zante, allorch Byron, cinto degli allori del Parnaso, approd a Missolungi.
Frattanto l'uniforme da maggiore era sciupata ed i venti scudi mangiati. Egli non aveva una posizione fissa e doveva vivere da avventuriero. "Andavo a bordo del vascello francese a dividere il biscotto del marinajo, o vagava nelle fertili campagne dell'antica Ellade, ora in cima alle montagne, ora nel fondo delle vallate, nutrendomi d'oliva, frutto di Minerva, o della cipolla che fa piangere."
Alla fine, parte dalla Grecia e ritorna in patria: il suo entusiasmo si riscaldava tutte le sere in cui desinava male e partiva per la Grecia; cos fece due o tre viaggi, ed un bel giorno li si videro narrati, in una lingua ad un tempo famigliare e solenne, sotto la forma d'un ottavo, coi tipi di Firmin Didot.
Sfogliazzai, quel volume. Chaque ne ha sotto il capezzale un esemplare dorato sui margini e legato in pelle di pesce.
Del resto, la Revue des deux mondes, ella stessa, apr le sue colonne al volontario dell'insurrezione, il quale vi pubblic due lettere segnate: Chaque, soldato dell'indipendenza.
La sua opera  intitolata: LE MIE CAMPAGNE IN GRECIA. DI CHAQUE. Antico Pallicaro. Sfortuna ai filo-elleni!
Per dieci anni, finch rest un esemplare dell'edizione, nessuno di quelli che avevano avuto parole di incoraggiamento per la causa greca, fu sicuro d'alzarsi tranquillo. Le calme gioie del focolare, la pace delle passeggiate, erano turbate dall'apparizione del pallicaro.
In nome della nazione martire, e nell'atto di mostrarvi le sue ferite, egli offriva il suo libro ed era un piccolo scudo, dieci lire, un luigi, che cadevano dalla borsa dei filo-elleni.
Tutte le illustrazioni dovettero sobbarcarvisi.
L'infelice Villemain  l'oggetto d'una speciale persecuzione.
Invano sua madre chiude gli usci e veglia: Chaque trova sempre qualche mezzo per penetrare in casa a brandire sulla loro testa l'eterno esemplare. L'intelligente segretario dell'Accademia francese deve possedere in qualche parte, in uno scaffale della sua biblioteca, due o tre esemplari delle Campagne in Grecia. Del resto, la fortuna dei signor Villemain e quella di Chaque sono legate da nodi ancor pi stretti.
Chaque era incaricato dal Messaggiere della sera (mediante 50 lire al mese) di rendere conto, con qualche linea, dei corsi allora s popolari della Sorbona. Cos viveva nel commercio degli uomini considerevoli, vendendo a buon prezzo qualche suo esemplare qua e l, ed occupando la mano a redigere qualche articolo per giornale.
Un giorno appare, tra un articolo di Capefigue ed un altro di Malitourne, un resoconto delle lezioni di Villemain, ove sono citati i brani pi fioriti ed eleganti del suo corso. Su tutta la linea, un concerto d'elogi. Il rumore del trionfo arriva sino alle orecchie del professore, il quale - letto il resoconto - ad alte grida esclama: " bello tutto ci, ma non  mio."
Succede una spiegazione, e ne esce che  la prosa di Chaque, quella che per un giorno fu creduta prosa di Villemain: "Giammai, scrisse il Giornale di Parigi, l'eminente professore erasi spinto s alto." (Maggio 1827).
II colonnello Fabrier, che aveva diretta la spedizione in Grecia, non doveva (come lo si immagina) sfuggire alle persecuzioni di Chaque. Ma con un solo colpo di mano egli pot pagare il suo tributo: in un banchetto di filo-elleni a Metz, distribu centocinquanta Campagne di Grecia, arrivate al mattino presso di lui.
Chaque attendeva a' suoi affari con un'ingenua bonomia, e dava prova d'una pazienza feroce, discorrendo col guardaportone, aprendo portiere e gettandosi alla testa dei cavalli, come se stessero per rompere il freno.
Nell'interno, al lume delle candele, egli parlava d'Omero e si paragonava a Camoens. Infatti lo si vedeva attraverso gli uragani, agitare le sue Campagne, come il poeta portoghese, che teneva al di sopra dei flutti i Lusiadi.
Un giorno recasi da Marziale Daru, zio dell'attuale membro del Jockey-Club. Il barone Daru era fanatico, ostinato bonapartista. Un quadro rappresentante l'imperatore copriva una parete della sala. Chaque guarda quel ritratto e scoppia in lagrime.
"Ecco l il grand'uomo che lasciarono morire!" Sviene sopra una sedia, e non lo sollevano, se non merc venti lire.
Ma la Sorbona ed i filo-elleni si stancarono. Si consultarono e fu deciso di ottenere una cattedra per l'autore delle Campagne in Grecia, lungi dalla Francia, al di l del mare. Era il solo mezzo per liberarsene.
Andarono dal ministro. Egli compat le torture de' suoi illustri amici, e Chaque fu nominato professore al collegio reale di Pondichry. Finora non lo dissi: questo Camoens senza pregiudizi  un letterato, dotto nelle lingue morte, erudito nei classici e che non si addormenta mai senza leggere una pagina d'Orazio. Sulla sua porta scrisse il celebre verso:
Abstinuit venere et vino, sudavit et alsit.
E questa massima fu da lui religiosamente osservata. Non si conobbe mai di lui una relazione colpevole: egli  celibatario, n mai, lo credo fermamente, am. - Sotto le palme di Pondichry, si copriva gli occhi quando passavano lascive e seminude le figlie dell'ardente Asia.
L'Universit adunque non si comprometteva, confidandogli una cattedra nel collegio transatlantico. Le sue opinioni letterarie sono sane ed il veleno del romanticismo non si  infiltrato in lui.
"Se lord Byron avesse lavorato, dice egli; ma aveva tante noje! avrebbe toccato l'elevatezza di Giacomo Delille."
Chaque accett con entusiasmo la sua missione alle Indie.
"Sempre divorato dalla sete dei viaggi, avido di imparare e di conoscere, mi lanciai, felice, verso quelle contrade, cui non ha ancora consacrato la storia, ma illustrato la favola.
"Noi sbarcammo alla costa di Coromandel.
"Volendo mostrare alle popolazioni di quel litorale, che era un amico, il quale veniva nel loro seno, eseguii discendendo sulla spiaggia, un minuetto ed una gavotta, che furono coperti dai simpatici bravo di tutto un popolo.
"Gli Indiani mi portarono in trionfo al palazzo del governatore, ove passai due anni."
Che fece egli mai in quel periodo di tempo? E il collegio? Come pass quella vita asiatica, cominciata con un minuetto? Chi lo sa? Quando gli si domanda perch ritorn, risponde:
"Ritornai per l'eco d'una rivelazione, che aveva oltrepassato i mari." E nel medesimo tempo si rimprovera quel ritorno precipitato.
"Avrei dovuto restar laggi, imparare la lingua della Persia e dell'Indostan, ed ora, carico d'onori, professore alla Biblioteca imperiale od al Collegio di Francia, vivrei nella gloria e nell'agiatezza."
Egli non sa n il persiano, n l'indostano, ma avrebbe potuto impararli.
Ecco perch lo si chiama orientalista.
Chaque, di ritorno in Francia, resta nell'Universit. Lo si invia come reggente nei collegi comunali ed infine a Mont-de-Marsan, capoluogo del dipartimento delle Lande, cui deve abbandonare per una querela col proprietario della scuola.
Ritorna a Parigi, avido di vendetta. Domanda giustizia e non gli si d ascolto. Allora intraprende una persecuzione accanita, terribile. Per tre anni, egli tiene il direttore del personale dell'istruzione pubblica in continui imbarazzi. Per cento gioved di seguito, egli si presenta al suo gabinetto e d la caccia nei corridoi a quest'uomo, cui in una produzione poetica appella "Il Nerone dei collegi comunali."
Si tratta del signor Delebecque, l'attuale deputato ed amministratore delle ferrovie del Nord.
Non potendo pi rientrare nell'Universit, l'ex-reggente, il ballerino delle isole si fece professore libero, libero di morire di fame, se non avesse avuto gusti modesti, filosofia e genio. Egli ebbe tutte queste doti, n credo che sianvi in Francia molti uomini pi saggiamente corazzati nell'ombra contro la miseria.
Egli non si  mai coricato senza aver mangiato, l'antico pallicaro! ed ha sempre avuto in un angolo, una cassa od un sepolcro per riposarvi.
Tutto gli pag tributo: ospizi e caserme, locande, collegi, religioni, persino il cimitero!
Ha desinato cento volte in qualcuno degli ospitali di Parigi. Come tanti altri fu ammesso per compiacenza nel servizio, ove aveva il tempo di rinvigorire.
In seguito ad una malattia di questo genere, fu ammesso come convalescente all'asilo di Vincennes. Eravi col una biblioteca ed un bibliotecario: questi mor e quasi quasi Chaque lo rimpiazzava.
Lo si conosce nelle caserme. Egli vi d lezioni di grammatica e di geografia, racconta la storia dell'impero senza dimenticare le sue campagne in Grecia. Copia memorie per gli ufficiali, ajuta il sergente maggiore nella contabilit e presta il 101.mo ai coscritti. Perci a lui  riservata la miglior zuppa, beve per sopramercato qualche liquore ed avvi per lui qualche bicchiere in cantina. Alla porta, i poveri mendicano la sua protezione ed il sergente distributore regala a quelli cui egli raccomanda un po' di brodo e qualche pezzo di pane di pi. Nelle grandi feste viene invitato, e se lo rubano di mano il 15 agosto.
La casa di giuoco gli fornisce al mattino il biscotto dei giuocatori fortunati, nel madera o nel malaga.  un buon pasto per la giornata. Tonificato sino dall'aurora, pu attendere con questo confortante, che gli capiti il desinare.
I licei l'hanno nutrito per sette anni, dal 1845 al 52. Modesto, senza posto, non potendo diffondere i benefici dell'educazione nelle classi puramente aristocratiche, egli s'accontentava d'insegnare a leggere ed a contare ai ragazzi del liceo Enrico Quarto.
Il portinajo fu uno de' suoi allievi e l'illuminatore gli ha fatto onore.
Quasi tutti i subalterni, del resto, venivano a domandargli lezioni o servizi. Lo incaricavano di scrivere le lettere ai parenti od all'amante. In mercede, da tutti i refettori gli arrivavano delle vivande, pane e frutta. Gli portavano casserole di riso e di carne cotta, ch'egli vuotava nella sua redingote, portandole col brodo e col burro con s. Non soltanto mangiava egli stesso, ma poteva persino invitare e ricevere persone: si trovava sempre un po' di salsa nelle sue tasche. Nei giorni d'uscita era corrispondente.
Chaque gironzava sul canto delle vie che attorniano il liceo e quando gli allievi, che avevano lasciato il loro corrispondente per andarsene chi sa dove, ritornavano senza pilota, se non senza bussola, egli si avvicinava loro, e colla bont d'un padre, li riconduceva sulla retta via. Egli adempiva questa mansione con due, tre o quattro, comparendo in abito dopo aver indossato un mantello ed imitando al bisogno l'Inglese. Aveva domeniche da quattro lire, talvolta persino di cinque.
Durante la settimana, serviva da Mercurio alla divisione dei grandi.  lui che introduceva i salami nella piazza e vi faceva penetrare i giornali incendiari. I giovanetti di cui era l'istruttore diventavano suoi complici: si mangi molto aglio e si bevette molto veleno delle dottrine faziose sotto il suo celebre patrocinio.
Di rado lo pagavano in denaro, perch i collegiali non ne hanno: ma ereditava vecchi vestiti, tuniche, kpis, gilets, calzoni.
Lo vidi passeggiare in costume da collegiale alle Tuilleries, ove i liceisti lo guardavano con terrore. Era nel 1859 e Chaque combatt in Grecia nel 1821. In quale classe trovavasi egli adunque? Aveva cominciato tardi?
Del resto, (secondo la mania di quasi tutti gli spostati) ha il debole dell'uniforme; e nel 1848 lo si vide per lungo tempo passeggiare colla divisa di allievo della scuola politecnica, senza spada ed in pantofole.
Uno de' suoi abituali fornitori era uno studente che si preparava alla scuola di San Ciro; un allievo denominato Ronneu; il capitano che fu ucciso a Sebastopoli; il figlio del prefetto. Ed ecco come si spiega il famoso pantalone dalle liste d'argento, di cui parlammo nel principio di questa storia. I calzoni del padre s'erano frammisti a quelli del figlio.
Il marchese De l'Aubpine, che fu sotto prefetto, trovasi lui pure rappresentato nella guardaroba dell'orientalista, ove si rinvengono a dozzine calzoni d'altri tempi, abiti d'antan; nei giorni di pubblica festa Chaque s'abbiglia colle spoglie dei fortunati. Superstizione che nasconde una sorda ambizione! Quell'uomo non ha dato l'addio alla vita pubblica; egli attende la sua ora. Vedrete che qualche giorno si presenter come candidato politico nel dipartimento delle Lande!
Bench allevato nella religione cattolica, Chaque facendosi un dovere della tolleranza, non teme di accettare ci che le altre sette possono contenere di buono, n respinge, per partito preso, ogni pratica. Lo si vede alla sinagoga, nel giorno di sabato, pregare cogli Ebrei e volgere il capo, quando ne esce, davanti i salumai.
In qualit di credente, i forni ebraici, istituzione di beneficenza, patrocinata dai banchieri del giudaismo, gli bagnano per un soldo una enorme zuppa.
Ha il suo boccone di pane alla comunione dei protestanti e si comunica, secondo il grado della fame, nello stesso giorno, nei vari templi di Parigi.
Morde, colla fede di un figlio della chiesa cattolica il pane benedetto, che la religione apostolica offre nelle grandi messe e nei giorni di cerimonia. Le pie dame di San Severino, di San Sulpizio e di San Tomaso non hanno bastanti elogi per il suo fervore, anzi si parla assai della sua assiduit nelle sagrestie.
Non venne se non un Mormone in Francia. Chaque ha trovato mezzo di conoscerlo e di desinare con lui, per farsi spiegare la sua religione. Lo condusse poi a zonzo nei caff sino a mezzanotte, sotto pretesto che non era convertito a sufficienza.
Ma il luogo da lui frequentato,  la strada del cimitero.
Egli ha scelto quello di Monte Parnaso, ove vengono sepolti i buoni borghesi, ponendosi sulla via percorsa dai feretri.
Quando passa un feretro, Chaque col fazzoletto agli occhi, la testa scoperta, si unisce, raccolto e grave al triste gruppo dei dolenti e, arrivando sino agli eredi, parla loro della persona che non  pi:
"Ella aveva virt veramente serie, dice egli trattenendo a stento un singhiozzo. Ella non pu partire senza un addio." E propone al parente, di cui serra la mano con effusione, di fare un discorso sulla tomba.
Egli ha l'orazione funebre gi preparata, leggibile facilmente ed il cugino stesso potrebbe recitarla sulla fossa. Chaque, se lo si vuole, bagna la carta con lagrime; se lo si desidera, prende egli stesso la parola, ed io lo intesi pronunciare, coi capelli al vento, sulla tomba di un liquorista:
"Addio, Ernesto, addio! o piuttosto a rivederci in un mondo migliore!" Terminata la cerimonia, Chaque ripiega la sua orazione sepolcrale e segue la famiglia dei dolenti sino al negozio di vino, ove succhia una coscia di coniglio, e divora melanconicamente il formaggio dei trapassati.
Tale  l'ultima professione di Chaque, orientalista, ex reggente, antico pallicaro, che s'ispir ai ricordi della Grecia antica ed al suo amore per la Grecia moderna.
Egli  piagnone a Monte Parnaso.
...
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...
I MORTI.
...
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...
Sto per visitare quelle tombe, su cui nessuno recasi a piangere; sto per salutare d'un ultimo addio quegli esseri ignoti, gettati nella fossa comune e che davvero non furono rapiti dalla morte, ma uccisi dalla vita.
Non crediate ch'io voglia sciorinare il processo del mio tempo, n accusare il mio secolo di crudelt! I morti di cui parlo, non furono assassinati, ma spezzati, fulminati dalla fatalit. Or sono dieci anni, avrei forse alzato un grido di guerra e chiamato alle armi, trascinando, come nelle sere delle rivoluzioni, il cadavere delle vittime sotto il bagliore della collera. Sarebbe stata una satira od una Marsigliese, il Dies ir e non il Requiem.
Oggi, essendo meno giovane ed avendo visto morire molti uomini e scomparire molte cose, oggi non mi lascer trasportare dall'ira. No! non getto una spada sulla bilancia, perch trabocchi; voglio soltanto destare la compassione in quelli che, senza volerlo e di buona fede, sotto il lacero stendardo della tradizione, hanno avvelenata l'esistenza ed affrettata la morte di quei bravi uomini, il cui unico delitto consisteva nel voler vivere alla loro guisa, sull'ali dell'illusione, e che immolarono il loro corpo, in onore del loro spirito, coi piedi nel fango e l'occhio rivolto all'orizzonte. Io non voglio fare della loro tomba una tribuna ed arringare dal fondo del cimitero; ma vedendo passare tante donne in lutto, fra il triste echeggiare delle campane, mi ricordo di tutti quelli che da dieci anni intesi tossire, sospirare e morire; poveri esseri, sempre umiliati, perseguitati, feriti, sempre ammaccati, sempre grondanti di sangue, che della vita hanno conosciuto soltanto le notti senza sonno, i giorni senza pane, i silenzi pesanti ed i volgari rumori. Si conobbero appena le loro battaglie e si credette a stento al loro coraggio. Il principio della loro esistenza fu oscuro, la loro fine ignorata, triste, terribile. Meno felici del forzato ucciso, per esempio, avanti tutti i compagni di pena; meno felici del corsaro, fucilato sul ponte della nave e gettato con una palla al piede nell'abisso!
Il torto... generoso per... della maggior parte di coloro, che hanno scritto della miseria, si  quello d'essersi lasciati dominare dal dolore, d'essere stati i soldati del loro sentimento e d'aver mal propugnata, volendola elevare, compromessa tentando glorificarla, la triste causa dei martiri, uccisi bestialmente, senza fracasso, senza gloria, dal freddo, dalla fame, dall'onta, nelle soffitte, negli ospizi, sull'angolo delle vie.
La societ non vuol vedere in questi infelici se non ribelli. La miseria non le appare che attraverso la pallida nebbia delle filantropie, ed il fumo rosseggiante delle rivoluzioni, colla schiuma alle labbra, la polvere sulle mani.
A fianco di questa miseria classica, che ha una storia, avvene un'altra - la vera, l'orribile - cio quella che non ha stendardo, n eleva gridi o scintille, quella che uccide le sue vittime a lento fuoco, quella che tutti gli anni seppellisce nella polvere e nel fango un battaglione d'uomini e che spegne la fiamma del loro cervello, spezza il cuore nel loro petto ne divora i polmoni e beve il sangue.
S, vi sono nei cimiteri cadaveri di gente, che non mor per abuso della vita, per capriccio d'un flagello, n per fuoco, cholera, o per guerra; non morta di malattia o vecchiezza, di dolore o d'amore, ma morta di freddo, morta di fame.
La miseria in abito nero! disse Balzac. Ma quella ha diritto di cittadinanza nel mondo; ella  ammessa, tollerata, riconosciuta! Nelle tasche di quell'abito nero pu esservi un portafogli da ministro.
Pur troppo, avvene un'altra, che non  conosciuta, che non possiede n passaporto n portafogli, che non pu mentire, che sbadiglia a traverso ogni cucitura, di cui s'odono battere i denti e gridare il ventre, che non ha pi nulla per coprire le sue piaghe, i cui eroi senza nome, affamati, tremanti di freddo, etici, portano gilets troppo corti, redingotes d'invalidi ed abiti della prima comunione sopra spalle di trenta anni. Gente che fa ritornare di moda i pantaloni all'ussara e consuma gli ultimi gibus; s numerosa da non credersi, tanto orribile da far ridere, tanto grottesca da far piangere; gente che viene scacciata dalle camere ammobigliate; che vien messa alla porta dalle case oneste: che va a zonzo, coll'occhio fiero e le gambe tremanti, intorno ai restaurants sospetti ed ai locali dagli anditi tenebrosi.
Eppure, se ne conta appena uno, in questa vita di privazioni e di sofferenze, che siasi allontanato dalla via del dovere ed abbia violata la legge? Hanno lasciato sul cammino qualche brandello della loro fierezza, ma hanno ancora il diritto di portar alta la fronte: l'onore non isfugg dalle fessure delle loro ferite.
E cos si sciupano i verdi anni nel dubbio, nella amarezza, nella disperazione! Cos passa la giovinezza e gi sono grigi i capelli, rovinato lo stomaco, avvizzito il cuore a trent'anni! Ella riesce ad uccider tutto, questa miseria, l'amore al pari dell'ambizione. N fiori, n profumi, n amante! Non si osa far ricadere sulle deboli spalle femminili la pesante croce di tanti strazi! Neppure un sorriso, una parola tenera, una stretta di mano, una lagrima, un bacio! Ah, compiangiamoli que' giovani stesi l, nel cimitero, cui nessuna donna mai consol colla sua grazia, n am col suo cuore. Al mattino d'un duello, in fine d'una giornata senza pane, eglino non sentirono mai nella loro mano febbrile cader la mano commossa d'un'amica: Al loro letto di morte, nel momento dello spirare, quando sentivano imminente la fine dell'esistenza, eglino non videro al loro capezzale una persona, per calmare i loro tormenti sul limitare dell'eternit.
In luogo d'applaudire il loro eroismo, di consolarli nella loro orribile tristezza, noi non sappiamo che respingerli con piet, insultarli con collera. Noi ci sentiamo irritati, perch quei refrattari non vengono meno nella mischia, perch non nascondono il loro vessillo. E non pensiamo, che se al primo scoppiare dell'uragano, i combattenti abbandonassero il loro posto, se i soldati disertassero nelle prime ore della lotta, spaventati e codardi, il genio guadagnerebbe assai di rado le sue battaglie.
D'altronde, loro costa tanto, il sagrificare il sogno alla realt, di soffocare il grido del loro spirito!
Bench muojano sconosciuti, senza lasciare alla societ il loro testamento, io li celebro per l'ostinato coraggio, per la gloriosa testardaggine!
Il mondo crede poco a queste dolorose esistenze, a queste morti sinistre! Affaticato dai declamatori, che hanno voluto mutare ogni piccolo uomo, morto all'ospitale, in un gran genio, ogni vittima in un eroe, esso grida: Chi va l? ogni volta che uno di quei poveri gli passa accanto. Sono sospetti tutti i loro dolori! Questa diffidenza  generale, ma io che passai qualche ora in quel campo, io so che ogni giorno perde soldati il 101 reggimento. Questa notte, mentre scrivevo un addio ai morti accanto al focolare semispento; mentre nelle stanze delle madri si parlava di coloro a cui nel mattino si avrebbe augurato il buon anno ed offerto dei semprevivi; attraverso le vie, in mezzo al freddo, sotto un cielo grigio, gironzava forse una dozzina d'infelici, che possedevano un diploma di baccelliere nelle tasche dei loro abiti sdrusciti.
 loro colpa! grida il nostro egoismo, indignato di tale spettacolo e da tali figure! Chi l'ha dimostrato? Sappiamo noi quale fu la loro infanzia, come passarono la giovinezza, a quale ora naufragarono, come perdettero corpo e spirito in questa tempesta senza lampi? E dovranno morire perci? Noi non uccidiamo i carcerati colla fame, noi non uccidiamo i pazzi!
Che diventi matto od assassino; avr un letto e del pane. Fino allora, trasciner i suoi passi ammalato, abbrutito, fra le umiliazioni e gli stenti.
Gettate un uomo sulla strada con un abito troppo largo sulle spalle, i calzoni troppo corti, senza faux-col, senza calze, senza un soldo; ed avesse pure il genio di Machiavelli e di Talleyrand, cadr nel fango della via.
Come si muore presto e come lo spirito si guasta in questa atmosfera malsana! Le ali nella polvere, colpiti al cuore, pari d'un uccello ferito, il pensiero s'irrita e dispera. Esso si dilania dibattendosi, non isfugge se non perdendo parte di s stesso, al pari del lupo, il quale, caduto nell'insidia, si amputa la zampa coi denti. Tutto se ne risente, linguaggio, carattere, talento!
E v'ha un altro pericolo! La miseria senza bandiera conduce a quella che possiede un vessillo e che degli sparsi refrattari costituisce un esercito. Essa conta ne' suoi ranghi minor numero di figli del popolo, che figli della borghesia. Vedeteli! Essi marciano pallidi, smorti, dimagrati; battono la carica colle ossa dei loro martiri sul tamburo della rivolta ed agitano, come uno stendardo sulla punta della spada, la camicia tinta di sangue dell'ultimo dei loro suicidi!
E dove finisce la loro vita? Noi vedemmo a che conducano queste religioni della rivolta, queste teorie della lotta! La libert nulla vi guadagna, la miseria vi perde, ma nelle vie scorre il sangue.
Eppure, sono necessari questi uomini che dimenticano d'aver un corpo da mantenere, per innalzarsi febbrilmente nelle regioni del pensiero.  necessario che cadano a centinaja prima del trionfo dell'idea.  necessario che essa maturi in molte menti, e tormenti molti spiriti. Non malediciamo quelli che s'offrono in olocausto, non ridiamo sul passaggio delle vittime e lasciamo almeno compiersi piamente quella ecatombe.
La loro elemosina vale quanto la nostra. Basta uno solo di loro a pagare i debiti di tutti. In mezzo a questa folla di pezzenti, sorge talvolta un raggio. Dal fondo d'uno di quegli spiriti ammalati, dal fondo d'uno di quei cuori feriti, scatta una nota che va al cuore dell'umanit, sulle frementi pagine d'un libro, sull'ala d'un canto sublime, fissata sulla tela, effigiata nel marmo! Avvi un mondo nella testa di quella statua, avvi un lembo di cielo in un canto di quel quadro.
"Sono pazzi!" gridano taluni. Ma la follia dell'jeri  la saggezza del domani, l'empiet della vigilia la religione dell'oggi, l'ateo d'una generazione il dio di un'altra. Ipocriti! Noi biasimiamo la loro audacia, noi condanniamo la loro temerit, felici nel fondo di noi stessi, d'assistere alle cruenti loro lotte, lieti del pittoresco della mischia, ed irritati soltanto, perch quegli atleti non gridano: Ave Csar!
Ma non sono unicamente gli ignoti quelli che combattono, singhiozzano e muojono nelle angosce della miseria!
Laggi, avvi sepolto un uomo, che noi tutti conosciamo e che merit durante l'esistenza d'essere molto insultato e calunniato: Gustavo Planche.
Bench di lui assai pi giovane, gli fui quasi un amico. Se non ho assistito ai suoi ultimi momenti, se non l'ho visto nell'ultimo giorno, l'ho per seguito negli anni durante i quali scese a passo a passo sul triste pendio, sull'oscuro cammino, che doveva condurlo all'ospitale.
Quanti sacrifici gli abbia imposto la miseria, quanto coraggio gli abbia tolto, quanto talento gli abbia forse rapito, nessuno lo sa, tranne coloro che gli furono a lato nella vita, ed hanno potuto sorprendere il segreto della sua amarezza. Quanto si crede (usando il gergo della societ), che abbia annualmente guadagnato il gran critico, l'uomo di cui ogni articolo valeva un libro ed il cui nome serviva di stendardo alla celebre Rivista, ove inseriva i severi suoi giudizi sui contemporanei? Ci che guadagna un calligrafo a copiare le parti degli attori: dodici lire alla pagina; alla fine della sua vita duecento lire il foglio. Ecco come si pagava il suo talento. Che soffrisse scrivendo, fa d'uopo, per comprenderlo, aver assistito alla concezione di qualche articolo, in cui il suo pensiero spaziava sugli uomini e sulle cose del nostro tempo. Lo dissero maligno, crudele, acre. Maligno non era punto; crudele non voleva esserlo; acre, ci  vero. Senza saperlo, senza diventarne complice, suo malgrado, egli era colpito, invaso dalla tristezza. La miseria lo faceva tetro ed il suo genio ne risentiva. Il veleno montavagli dal cuore alla testa e guastava l'inchiostro al pari del sangue.
Qualche minuto prima della sua morte, gli offersero sul letto dell'agonia un grappolo d'uva, fresca e dorata. Doveva aver costato molto: eravamo; credo, nel mese di giugno. Colui che gliela portava era un vecchio amico, conosciuto nei giorni del bisogno. Forse non desin due giorni questo povero uomo, per inviare un grappolo, colto prima della stagione, al camerata che moriva prima dell'ora.
N egli  solo. Accanto a lui, che ebbe fama e quasi gloria, che ebbe almeno nemici, quanti altri, appena noti, partirono prima del tempo, strozzati dal mostro!
Ed ecco ove arrivano! tutt'al pi  in un ospitale ch'eglino muojono, dopo aver illuminata, divertita od intenerita una generazione! Ancora una volta, non faccio ricadere su alcuno la responsabilit delle loro disgrazie, ma la diffidenza sorvola sulle nostre teste. Signori, avvi tra noi un malinteso! In ciascun uomo che impugna una penna, un pennello, un cesello, una matita, il borghese vede un essere inutile; in ogni borghese, l'uomo di lettere vede un nemico. Triste pregiudizio, stolida opinione, tale antagonismo. La nostra causa  la stessa, la coraggiosa causa dei parvenus! Il giorno ed il luogo per suggellare l'alleanza tra la giovane letteratura e la vecchia borghesia  bene scelto. Voi avete l, nel cimitero, i vostri morti, noi vi abbiamo i nostri. Frammischiamo i nostri semprevivi sulle loro tombe!
Rechiamoci sulle fosse di tutti, anche su quelle dei nostri nemici! Salutiamo l tutti quelli che caddero vittime d'un'idea, vittime del loro cuore, soldati di una bandiera, i figli di Bretagna che si fecero distruggere a Castelfidardo, e gli eroici volontari che irruppero sui regi a Calatafimi. Io ammiro ed amo tutto ci che  grande, ho una lagrima per tutti quelli che hanno scritto il loro nome col sangue, che sono caduti nella mischia, difendendo ci che eglino credevano essere la giustizia, ci che appellavano il diritto, De Flotte o Pimodan.
E qui m'arresto in preda alla tristezza, dopo aver toccate queste ceneri; in preda all'inquietudine, quando penso che sar letto dai morenti. Ma una parola di pi non li spaventer; non diventeranno pi pallidi.
Tutti finiremo al cimitero. Percorriamo il cammino con coraggio. Non perdiamoci in lamenti, divoriamo le nostre lagrime. Beaumanoir, bois ton sang.
Ed ora, se ho lasciato sfuggire parole troppo vive, che avevano il colore del rimprovero o l'accento dell'amarezza,  dal mio cuore che quel grido  sfuggito. Egli si  gonfiato pel ricordo dei dolori ch'io conobbi, delle agonie di cui fui testimonio. Non volli se non deporre una corona sull'orlo della fossa comune. Io non agito una bandiera, ma domando la vostra giustizia, colla testa scoperta, una parola d'addio ai morti, un saluto ai feriti!
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UN REFRATTARIO ILLUSTRE: Gustavo Planche.
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Gustavo Planche  morto. "Noi ce ne andiamo tutti" mi diceva egli, vedendo passare il feretro di uno de' suoi contemporanei, e nell'occhio melanconico leggevo il presentimento d'una morte vicina. Temevo che le sue convinzioni avessero a divenire ancor pi tristi e che dovesse esalare l'ultimo sospiro nell'angolo d'una soffitta, sopra un canile, senza un amico per istringergli la mano, prima che dalla morte fosse agghiacciata. Quell'uomo fu sempre infelice. Ne eccettuo gli anni che pass in Italia "i soli momenti giulivi della sua vita" diceva egli spesso; e ci raccontava sopra questo paese qualche episodio, ben semplice, appena gajo, ridendo a gola spiegata, persuaso che il suo racconto era uno de' pi ilari, dei pi umoristici. Intesi taluno rimproverare in Planche l'imprevidente maniera con cui dilapid ogni suo avere.
Come! Parte un bel mattino per l'Italia: l non vi sono n piaceri, n gioje, ma soltanto musei: San Pietro, il Vaticano, Raffaello, Michelangelo: va ovunque, da Roma a Firenze da Firenze a Napoli, impiega il suo patrimonio nel visitare le chiese e le gallerie, si penetra del sentimento delle grandi cose; beve a quelle sorgenti un po' di speranza e d'allegria: vuole strappare a quei sommi il segreto del genio; sa che, per tentarlo, possiede abbastanza autorit; egli sar degno del pubblico, sapr interamente tutti i soggetti, cui svolger alla penna.  in nome dell'arte, per la Francia, per noi, che ha spesa la sua fortuna e compromesso il riposo della sua vita: chi oserebbe biasimarlo e fargli un delitto della generosa sua imprevidenza?
Si aggiunse un'altra accusa. Gli crearono una reputazione di negligenza, quasi di sordidezza, che lo seguiva ovunque e lo faceva soffrire molto e sempre. Giammai egli perdon al signor Janin gli scherzi di gusto equivoco da lui permessisi nella Illustration e nei Dbats. "Che parli del mio talento! gridava egli con collera e forse con ragione; ma dire ch'io porto la cravatta alla Colin e che il mio cappello non vale due soldi!  ci degno?" E l metteva quel suo strano perch, con cui terminava ogni frase.
Lo vidi per qualche momento, allora che spediva ad un appendicista imprudente, prima un cartello di sfida, poi due testimoni, per regolare, secondo il suo linguaggio, l'affare, a norma del sistema militare. "O le scuse, o a venti passi;" ecco il suo motto. "Ma colui non risponder a queste provocazioni, aggiungeva egli, e passer per un fanfarone." Poi prendeva una vettura e recavasi presso Taxile Delord o Edmondo Texier, domandando consigli. Erano in Parigi i soli due uomini, sui quali contava e da cui si credeva un po' amato. In qualunque affare di questo genere, egli parlava di loro: Giulio Sandeau e Merime gli erano cari per altri titoli. Questo senatore fu, credo, l'unico uomo a cui non abbia mai domandato un favore.
Gustavo Planche amava la compagnia dei giovani: noi non parlavamo di letteratura, e gli prestavamo volentieri le nostre spalle, perch ci si appoggiasse sino alla porta. L ci serrava la mano, dicendoci sempre la stessa frase: "Ritorno sulla mia torre." Faceva sempre lo stesso gesto, appoggiava il suo volto contro l'uscio ed attendeva, come un povero, che il portinajo venisse ad aprire. Bisognava udirlo all'indomani raccontare le sue miserie, dire quante volte aveva dovuto suonare il campanello e pregarci di narrargli ancora qualcuno degli scherzi fatti al Pipelet, per consolarlo. Era tutta la sua vendetta. Rideva e non ne parlava pi.
Talvolta pregava uno di noi ad accompagnarlo sulla sua torre, e con lui salivamo i centocinquanta o duecento gradini. Si svestiva lentamente, metteva il suo berretto di cotone, accendeva un sigaro e discorreva a lungo con noi. Giammai sollev una questione letteraria. Era la storia della sua giovinezza, episodi sugli uomini della sua epoca; io ne ricordo molti. Eccone uno, di cui  protagonista un nostro gran poeta. Esso ci ha talmente sorpresi, che desidero narrarlo, per non averlo pi nel cuore. Un giorno, presso Renduel, l'editore, si discorreva di Planche.
- Si  recato da voi in uno di questi giorni? domand il libraio.
- Non me ne parlate, non viene pi da me, dacch gli ho prestato del denaro.
- Quanto vi deve? soggiunse Renduel meravigliato; vi pagher io.
Il poeta si mise a balbuziare e ad arrossire: aveva gratuitamente mentito. Renduel raccont quel fatto a Planche, che spesso ce lo ripet.
Ma io ritorno a quell'accusa di troppo grande negligenza verso se stesso, che per tanto tempo lo perseguit. L'hanno dipinto pi nero di quello che era effettivamente. Quel bravo uomo si lavava le dita almeno una volta al giorno ed usava molto sapone: le sue mani eran sempre bianche; le aveva assai belle e ne faceva pompa con una certa civetteria. Se la sua barba non era sempre ben fatta, si  che cresceva assai presto o che pur troppo non aveva sempre i cinque soldi di rigore per farla radere. Non era in lui, come fu detto, miseria e negligenza, ma povert! Molti s'immaginano che col suo nome, colla sua riputazione e col suo talento Gustavo Planche guadagnasse una vita agiata e colla penna si procurasse eccellenti rendite. Non ha mai guadagnato pi di quattromila lire l'infelice, ed ancora non giunse a quella cifra, se non nell'anno dell'Esposizione universale! Deducete le spese di vettura, assai considerevoli per lui, giacch non poteva camminare! Negli altri anni non guadagn nemmeno tremila lire. Mi ricorder sempre con quale gioia infantile egli mi annunzi una sera (la sera della prima rappresentazione d'una commedia d'Augier), che il suo articolo venivagli pagato non pi 200, ma 240 lire.
Non ne abbiamo mai riparlato: ignoro se il suo onorario fu aumentato dopo quel tempo l; ma che si calcoli il numero de' suoi articoli ed il loro prezzo e si vedr se aveva di che vivere. E talora gli accadevano terribili disgrazie. Il cassiere del signor Buloz lo pagava alla consegna del manoscritto. Una delle sue pagine occupava una pagina della Rvue: egli ne portava tre, quattro, cinque, talvolta sei, scambiandole contro gli scudi, e tosto pagava qualche creditore. Una volta scrisse a poco a poco, secondo il bisogno, un lungo articolo intitolato: Costumi e doveri della critica. Ne aveva gi esatto l'importo e ne attendeva la pubblicazione, quando il signor Buloz lo fa chiamare. L'articolo non pu passare, perch troppo violento. Pieno di rabbia e di tristezza, Planche ricomincia e riceve ancora del denaro. Nuovi ostacoli! Venne alfin pubblicato un terzo articolo, quello stesso che provoc le lettere di Janin e Fleury.
Il povero uomo trovavasi in preda ad una mortale inquietudine: si trovava debitore d'articoli pagati e non ammessi. I suoi timori erano senza dubbio chimerici, ed il signor Buloz non avrebbe mai reclamato quel denaro; ma le sue condizioni finanziarie lo tormentavano molto. Egli aveva fatto un sogno. Sperava vendere le sue Opere complete, e contava perci sulla benevolenza di Texier: diceva a s stesso che arriverebbe alla cifra necessaria per pagare certi debiti e passar sei mesi in campagna. "Buloz ha promesso di pagarmi ad un prezzo doppio un romanzo.
"V'infonder tutto ci che so.
"Vogliono che abbia a scrivere un libro; che mi vestano adunque, mi alloggino, mi nutriscano e vedremo." Quel romanzo non fu da lui neppure cominciato, n pot mai soggiornare otto giorni alla campagna, sulle sponde d'un fiume, in mezzo alle rose. Egli per amava mediocremente i piaceri campestri. Volendo condurlo meco a Trnes, gli dissi:
"Andiamo a cogliere le margherite!" "Delle margherite! delle margherite! rispose egli. Posso io riposare all'ombra d'una margherita?" Infatti, a questo colosso non poteva bastare come asilo quel fiore innocente, ed io avrei fatto meglio, proponendogli qualche altra cosa. Egli era povero, povero come Giobbe. In luogo d'arricchirlo, il suo nome diventavagli costoso. Si lamentava spesso dell'inconveniente d'essere conosciuto. Senza di ci, avrebbe potuto desinare ad un'osteria ad un tanto per mese, economia certa, perch vi si mangia a minor prezzo che al caff! Ma la notoriet! Ecco il motto che egli aveva trovato! Non era la fama, la gloria, ma la notoriet, la malvagia notoriet, che gli vietava di mangiare tranquillamente. Era mostrato a dito, giudicato ad alta voce, lo si poteva persino insultare: tutto ci era insopportabile.
Non poteva vivere neppure come uno studente. Alloggiava sempre in camere ammobigliate, cui le grisettes del quartiere latino avrebbero trovate ben meschine e squallide. Per lungo tempo abit il famoso albergo Gian Giacomo, ove Balzac fa discendere Luciano di Rubempr, ed ove hanno dimorato Sandeau e la Sand.
Egli pagava venticinque lire la sua stanza.  l che egli scrisse i celebri suoi articoli su Cousin e su Lamartine. Quale triste esistenza era la sua! Alla mattina, sotto un cielo piovoso, freddo, alzavasi per evitare le visite di qualche creditore importuno. Aveva paura di loro come un ragazzo del maestro. Partiva, appoggiato sulla canna, verso il Lussemburgo e l, triste, morente di freddo, siedevasi sopra una banchetta: i custodi lo guardavano con piet, forse con diffidenza: il sonno lo assaliva, un sonno difficile, penoso, affaticante. A otto ore, prendeva la via di Fleures, bussava alla porta d'un pittore, gettava della legna sul caminetto e riscaldavasi un poco.
Suo fratello, un degno ed eccellente uomo, era verso di lui pieno di riguardi e di bont. A lui deve Gustavo i mobili della torre. Trovavasi sempre l, per alleviare i dolori dell'infelice scrittore. Ma Gustavo Planche esitava a bussare alla porta di suo fratello, e sia prima, che dopo la sua partenza dalla via dei Cordiers, spesso trovossi in pena per riposare e passare la notte. Il timore dei creditori lo perseguitava senza tregua. Un giorno va al teatro Francese, senza un soldo e senza un alloggio per la notte. Aveva paura delle visite a domicilio. Siede all'orchestra accanto ad un amico, ad uno di quei vecchi amici a cui si  quasi felici di domandar un prestito, perch sono felici di farlo. Ecco il nostro gran critico divenuto ricco, avendo un luigi nelle tasche.  assai tardi: fa d'uopo trovare un alloggio. A quell'epoca, il Palazzo Reale era circondato da casipole: vie strette, oscure e tristi conducevano alla piazza. Appena qualche lanterna, per gettare un po' di luce negli angoli. Batte a diverse porte. Neppure una camera, n un letto. Infine, batte colla sua grossa canna sulle imposte d'una casa di sinistra apparenza. Gli danno un letto per tre lire. Paga e vi resta per un mese a tre lire. Non aveva mai potuto trovare trenta lire per saldare il suo debito in una volta. Lo credevano un viaggiatore. Nessuno sapeva che alloggiasse col, nessuno si arrischiava in quelle vie pericolose e non avevano scritto il suo nome sul libro dell'albergatore.
Una notte, dormiva saporitamente, quando ode battere alla sua porta. Il brav'uomo monta in collera.
"In nome della legge, aprite!" grid una voce. Egli si alza pi morto che vivo! "Chi siete voi? domanda il commissario mostrando la sciarpa; il vostro nome non  sul libro!" Ed ecco quel letterato circuito dalle guardie di polizia, oppresso da domande, sorvegliato, costretto a dire il suo nome, a confessare la sua miseria, ed umiliato, perch non gli credono subito. Forse si pensa ch'egli trovasi l pe' suoi vizii. Infine lo lasciano, s'abbiglia, indossa la redingote, prende penna e carte ed eccolo correre di notte come un forzato che fugge dal bagno.
In un altro albergo, era s timoroso, che alla fine del mese, quando scadeva il pagamento, dopo aver bevuto il caff nelle tazze portate dal vicino mercante di vino, le lavava egli stesso per paura che questa mansione annojasse il cameriere, e che la madre Onorata, la proprietaria, malcontenta non pensasse a domandargli il denaro. Poi si stendeva tutto soffrente sul letto, facendosi leggere il libro di cui doveva tessere la critica.
Il gran pubblicista non parlava mai di politica. Eppure si piccava d'audacia e non era mai s contento, come quando gli dicevano: "Ma sapete, signor Planche, che il tale brano del vostro ultimo articolo era ben ardito!" Egli sorrideva di quel sorriso giovanile, o piuttosto infantile, che illuminava talvolta la sua bocca piccola e disegnata con finezza.
Nel suo articolo su Brizeux aveva parlato di Cesare: frasi innocenti, come il bimbo che nasce. "Eh! eh! diceva egli, fregandosi le mani e lanciando il suo colpo d'occhio nello spazio, in alto potrebbero esser irritati contro di me."
Pi volte, mi disse, gli furono offerti impieghi degni di lui e con discreti onorari. Egli era salvato. Pagava i debiti, andava in campagna, scriveva quel tal romanzo. Ma restava indipendente? Avrebbe potuto parlare a sua guisa di certi uomini e dire tutto il suo sentimento? Ancora un motto di cui usava spesso: "Potr io dire il mio sentimento?" Egli rifletteva due minuti ed emetteva un sospiro. Per consolarsi, discorreva di medicina con uno de' suoi buoni amici, lo studente Collineau; era la sua grande pretesa!
Aveva cominciato, come si sa, dagli sudi di medicina e la sua felicit consisteva nel parlare di scienze naturali, anatomia, patologia e del resto. Tra noi, credo che non ne sapeva niente. Era meno istrutto di quanto lo si credeva generalmente. Bench si divertisse ancora a sottoporci questioni imbarazzanti, a domandarci dettagli su Giasone a proposito di Legouv e della sua tragedia, aveva dimenticato il greco e poco si ricordava del latino. Era gi molto il sapere il francese. Ed avrebbe occupato con onore una poltrona dell'Accademia. E vi pensava un po' per la gloria ed un po' anche pei gettoni. "Millecinquecento gettoni! Nel dizionario mi si metterebbe un biglietto da mille! Quasi una rendita! Ma io non avrei che un voto, uno o due;" e diceva quali. "Come mai Cousin, Villemain, Lamartine e tanti altri voterebbero per me, dacch ho scritto su loro il mio sentimento!"
Aveva senza dubbio ragione e non v'insisteva punto.
D'inverno, sorridevagli qualche giornata allegra. Il venerd trovavasi a tavola con alcuni amici: ciascuno pagava il suo scotto. Qualche convitato portava nelle sue tasche un gambero marino, oppure un pasticcio.
In quei giorni, ritornava pi gajo nel piccolo caff, ove aveva piantata la sua tenda. Gli rimproverarono queste abitudini: da quanto ho gi detto, esse verranno meglio comprese. Un alloggio triste e freddo, in cui non osava stare da solo in faccia alla noja ed alle sue disgrazie! Una dolorosa notoriet che gli impediva di frequentare le osterie! Andava al caff.
Tutto il mondo ha diritto d'andarvi e vi va. Ma se talvolta tentava di consolare le sue pene, se cercava nella coppa un po' d'oblo, chi avrebbe il coraggio di rampognarlo!
Gustavo era amato da tutti quanti lo conoscevano intimamente. I luigi, cui tirava con gran pena dal fondo del suo calamajo, li metteva con gioja nelle mani dei suoi vecchi e giovani amici. Egli non usava per alcuno delle sue relazioni e della sua influenza; non ne usava per s stesso.
Amava raccontare il duello da lui avuto. Ne ignoro il motivo; forse si trattava della Sand. Il suo avversario era il signor Capo de Feuillide; i testimoni, se me ne ricordo bene, il signor Buloz ed un medico suo amico, domiciliato nei dintorni di Parigi. Si batterono alla pistola. Non ho mai avuto l'onore di conoscere il signor Capo de Feuillide, non so se era grosso e grande, ma so per che Planche era visibile ad occhio nudo ed offriva una circonferenza rispettabile, quale non viene rispettata dalle palle. Eppure non era l il vero pericolo del gran critico.
Un contadino gironzava intorno al terreno scelto dai testimoni ed accettato dagli avversari: a fianco pasceva una grossa vacca dal pelo rosso. Gustavo Planche vede i due importuni, il suo cuore si commuove, riflette e chiama a s il paesano:
- Buon uomo, gli dice, quanto vale la vostra vacca?
- Vorreste, forse comperarla?
- Non sono abbastanza ricco per permettermi questo capriccio. Ma volete seguire un mio consiglio?
- Quale?
- Qui succeder una cosa un po' delicata. La vostra vacca potrebbe venir uccisa e ci sarebbe un male.
Nel medesimo tempo in cui encomiava la vacca, i testimoni contavano i passi.
- Conducetela via: sar pi sicura.
Ed il buon uomo ingenuamente condusse la vacca abbastanza lontano, perch non la si vedesse pi.
- Ecco gi presa una precauzione, non dimentichiamo l'altra, aggiunse Gustavo. Leviamoci l'orologio: se sono ferito, i frantumi di vetro potrebbero farmi male.
In quel tempo possedeva un orologio, e da ci la sua prudenza. Grazie a Dio, nessuno fu colpito n il signor De Feullide, n la vacca, n i testimoni. Uno di questi, dicesi, si era cercato un luogo sicuro. Quando un uomo  alto cinque piedi e sei pollici non si mette all'ombra delle margherite, ma un uomo di taglia media pu nascondersi per mezzo d'un albero.  da quel punto che uno dei testimoni attendeva l'esito del duello. I due avversari erano celebri giornalisti, ma sopratutto pessimi tiratori e si ha ragione, mettendosi in salvo, quando si corrono simili rischi.
 a quest'epoca, pi presto, o pi tardi, che fu nominato professore di letteratura straniera a Bordeaux? Non lo so, ma egli rideva di buon cuore, il gran critico, raccontando la sua visita al ministro. Egli va a ringraziarlo:
- Sono pronto ad accettare, dice egli, ma ho appena qualche nozione delle lingue straniere. Per esempio, non so neppure una parola di spagnuolo.
- Cominciate da quella lingua, risponde il ministro.
Planche senza dubbio esagerava, e si divertiva innocentemente a spese del ministro. Nondimeno, narrava la storia come vera, e rideva a crepapelle!
Era meno gajo quei giorni in cui doveva recarsi dal signor Lvy per vendergli uno o due volumi composti co' suoi articoli della Revue des deux mondes. Cominciava con giuramenti terribili; egli non cederebbe i suoi scritti se non per tale somma; nessuno lo farebbe smuovere. Poi gli cavavano il sangue, abusavano di lui, gli facevano persino comperare i numeri della Revue che aveva perduti, e dal danaro che gli davano, doveva dedurre due luigi per quella spesa impreveduta.
Ci era insopportabile; bisognava finirla! Noi lo vedevamo partire ben deciso, molto in collera e persino con qualche forza di camminare. Ritornava un'ora dopo, gajo, e battendo colle mani le proprie tasche. Ci fregavamo le nostre: aveva vinto. Ahim! Gli avevano imposte le stesse condizioni, mostrandogli un po' d'oro. Aveva ottenuto cento lire.
- Con queste pagher il tale debito, diceva egli.
- Ed i vostri giuramenti?
- Che volete! rispondeva sospirando e facendo i suoi piccoli conti.
Questa scena poco interessante, ma significativa, si ripet pi volte. Noi l'abbiamo veduta accadere nell'inverno del 1854 al 1855. La stessa sera, lo pregai perch desinasse presso di me.
Un uomo di sei piedi, che mangiava a lui daccanto, volle a tutta forza abbracciarlo. Lo credeva un trombettiere, cui aveva molto conosciuto al reggimento.
Parler d'una delle sue manie? Era modesto all'eccesso, non parlava mai di s stesso e permetteva che si discutesse il suo merito. Ma comperava, per redigere i suoi grandi articoli, carta a mille lire la risma. Io esagero senza dubbio questa cifra, ma  certo che Gustavo non sentivasi contento, se non dopo aver comperato a peso d'oro un po' di carta superba.
- Vedete come  morbida, diceva egli carezzando con un dito il bianco foglio;  bello, non  vero? Trovatene degli altri se potete! Egli pagava talvolta le sue penne un prezzo favoloso. Quante volte rimpianse la sua penna d'oro, perduta o lasciata non si sa dove! Ed il suo inchiostro della China? Pretendeva essere il solo in Parigi e forse in Francia, ad averne un bastone genuino. Quale volutt combattere per un'idea con armi s lucenti e costose! Non trovate voi, in queste fanciullaggini, in questi amori puerili, il segno d'una intelligenza onesta e di un carattere virtuoso? Queste piccole cure hanno un significato che  grato scoprire. Egli voleva che l'istrumento fosse degno del sacrificio. Immolava le riputazioni con una penna d'oro.
Ecco ancora qualche episodio su questo soggetto. Taluno fra essi gli fa onore.
Trovavasi presso la signora Dorval. Il gran critico era entrato allora nella di lei sala.
- Planche, ella disse, ho una proposta a farvi.
- Quale? domand lo scrittore, che sospettava forse qualche malizia femminile. In quel tempo era giovane e bello; non si pretende ch'egli abbia sedotto il cuore di molte donne co' suoi lunghi capelli biondi, i grandi occhi vaganti e la finezza del sorriso?
- No, caro amico, rispose la Dorval; ecco un foglio bianco, un titolo, il nome dell'autore, ecco una penna ed un calamajo. Sedetevi per mezz'ora e scarabocchiate un po' di nero su quella vergine carta. Non avrete mai fatta una pi bella giornata: vi paghiamo mille lire per cento linee.
Planche prese il foglio, guard volta a volta la carta e l'attrice.
- Che volete dire? esclam gettando il foglio sul tavolo con un movimento brusco. Scrivere su questo libro e che? ve ne prego.
- Ci che vorrete; non vi si domandano elogi. Ci che vorrete, intendete voi? Biasimate, criticate, avventatevi, mordete, se ci vi conviene; vi si paga per dire il vostro pensiero, tale e quale.
- E siete voi che mi fate una simile offerta? grid Planche, stracciando il foglio e gettandolo sul fuoco. Le sue labbra tremavano di collera ed aveva lagrime negli occhi, sicch la signora Dorval gli prese le mani, e gli domand perdono con voce commossa.
- Io non credeva offendervi, riprese ella timidamente. Vi si lascia la libert, potete tagliare la vostra penna come volete e parlare francamente. Il signor X.... lui, ha subito accettato e non gli lasciarono punto libert. Almeno per met si  venduto....
Tutti quelli che hanno fatto un po' di letteratura e frequentato uomini di lettere, conoscono questi fatti al pari di me.
Il nome del generoso gentiluomo  da loro conosciuto. Il perfido X non  per loro un mistero. Il pubblico senza dubbio l'ignora. Non ho voluto levare questi veli s trasparenti, ma raccontare i fatti, quali Planche me li disse. Ed in quei giorni ne narrava de' pi belli ancora. Quel povero X.... era singolarmente maltrattato. Planche credeva davvero alle cose di cui parlava; ma io spero, dico di pi, sono convinto che s'ingannava.
Poich mi trovo nel capitolo del gran critico, ancora qualche episodio, eppoi finisco. Posso ben occuparmi un po' a lungo di lui; sono forse le ultime parole d'amicizia che si diranno su quell'uomo. Chi mi biasimer, vedendomi per un'ora sulla sua tomba? Comincio dalle piccole storielle, che raccontava a tutti, per finire con quelle che non confidava se non a pochissimi.
Un giorno, recasi presso Balzac, via di Richelieu: non si giungeva al gran romanziere, se non coll'astuzia e coll'intrigo. Per arrivare alla scala era necessario spiegare tutta l'abilit di Filippo, e forse il mulo d'oro non avrebbe potuto passare.... almeno all'epoca di questa storia.... giacch ignoro se siasi conservato inespugnabile. Il critico ed il romanziere andavano pienamente d'accordo.
Si sa che Balzac aveva fatto cercare Planche perch formasse parte della sua Cronaca di Parigi. In quel giorno, appunto, doveva leggergli, - indovinate cosa? - una commedia, che non apparve mai e che non fu mai finita. Se i miei ricordi sono esatti, la commedia era in versi. Conciliate questo fatto con le idee s conosciute del romanziere sulla poesia, e ditemi se m'inganno. Dal canto mio, credo, Dio mel perdoni, dire il vero.
Il gran critico aveva la parola d'ordine. Parlamenta, pronuncia il suo nome, domanda del signor Guglielmo - Balzac si fa chiamare il signor Guglielmo - e lo lasciano entrare. Balzac serra la mano al suo collaboratore nella Cronaca, e saltando al manoscritto, ne comincia la lettura. Quale n'era il titolo, il soggetto? Era prosa, o poesia? Ancora una volta, l'ignoro. Tanto , che alla fine Balzac invita il suo ospite a desinare.
- Volontieri! dice Planche un po' stanco. Credeva di pranzare nella di lui casa e che i servi avrebbero imbandita la tavola nel mezzo della camere. Ma no - discendono la scala.
- Buon appetito, signor Guglielmo, gli dicono i servi inchinandosi.
- Grazie! risponde Balzac, spingendo Planche avanti di s, ed arrivano da Vry.
Fu un pranzo da Sardanapalo. Vini di Costanza, del Reno, vivande costose, diceva Planche ridendo dieci minuti prima che finisse il racconto.
Il gran critico tagliava le vivande, il romanziere tagliava il mondo, e si cambiavano le porzioni.
- Volete l'ambasciata di Costantinopoli? diceva egli a Planche, tirandolo pei bottoni dell'abito. O vi piacerebbe meglio il portafogli della pubblica istruzione? Mi rincresce d'averlo gi dato ad altri. Combineremo quest'affare. Mi resta la Spagna, ne volete?
- Perdio, se la voglio! rispondeva Planche, leccandosi le dita e bevendo cose assai care.
Infine, passando per il capo di Buona Speranza, l'Ungheria, il Reno, i tartufi, il fagiano, arrivarono al termine del viaggio.
- Pagate, disse Planche, cercando il suo bastone, ed andiamocene: io parto per Costantinopoli.
- Spiegatevi, ne abbiamo appena il tempo, risponde Balzac. Cameriere, la lista.
Arriva la nota. Una cifra enorme! Avevano bevuto vini s cari!
Balzac legge la nota la mette in tasca, prende il cappello.
- Partiamo!
- E la nota? Pagatela, il cameriere aspetta.
- La nota? Ma io non ho denaro.
- Avete dimenticata la borsa?
- Oib!  da una settimana che non ho pi nulla.
- Ma voi siete matto!
- Andiamo, andiamo.  Buisson che riparer il fallo. Cameriere, seguimi. Signore, fra un quarto d'ora sarete pagato.
Infatti, il debito fu soddisfatto. L'infelice Buisson si sottopose a quel supplizio; era il sarto di Balzac. Questi gli doveva tanto, che lo teneva in pensione presso di s. Buisson metteva guardiani muti alla di lui porta, proteggeva il suo debitore contro gli altri creditori; pagava i capricci di questo grand'uomo, le sue passeggiate in carrozza ed i pranzi da Vry.
Planche ci parl soventi di queste distrazioni comuni in Balzac, distrazioni favolose, progetti, sistemi. Specialmente la politica l'occupava. Le generose offerte che faceva or ora a Planche, d'ambasciate e di ministeri, le rinnovava spesso. Bussava alla vostra porta a due ore del mattino, vi risvegliava, cercava la vostra biancheria, preparava le vostre scarpe. Bisognava partirsene subito per la China, o pel Per. Eranvi dei milioni da guadagnare, degli imperi da conquistare, un mondo da meritare!
Planche desin un'altra volta con un uomo celebre.
"Io l'aveva sbruffato, diceva il gran critico, mi credeva un ignorante. M'interpella negli uffici della Revue, sorge una piccola discussione su Platone ed io a dirgli a memoria l'anno, il giorno, in cui il tale libro fu scritto, ed a recitarne qualche brano." Brevemente, Planche sarebbesi mostrato cos intelligente ed erudito, che il gran filosofo gli avrebbe detto, pieno di meraviglia:
- Venite a desinare con me domani, discorreremo assieme.
"Vi andai, soggiungeva il gran critico. Oh, non parlatemi dei filosofi! Che lingua e che cucina! La lingua passi! Ma le costolette troppo cotte e smilze come un osso di san Lorenzo! Ed il vino? Com'era annacquato! Un legume al burro, ecco la colazione. Ma me ne sono vendicato. Al legume, gli rinfacciai tutte le sue contraddizioni."
Che non si creda (come lo dissero alcuni appendicisti) aver le Danaidi riposato nel suo stomaco ed esser egli stato insaziabile. Robusto come un Ercole, sempre pensoso, meditabondo, ruminante, aveva bisogno, come chiunque altro, d'un nutrimento sano ed abbondante. Molte volte divise con noi un desinare modesto all'osteria (in una camera, e non nella sala comune) in forza della notoriet. Quella orribile notoriet! Compensata, quando un amico lo invitava ad un pranzo serio! Ma purtroppo gli inviti non gli capitavano spesso. Da s lungo tempo aveva abbandonato le sale, i cenacoli, gli studi e le piccole assemblee letterarie! Egli viveva ritirato, avendo per amici degli sconosciuti e giammai, (mi si creda sulla parola) giammai da dieci anni, non aveva potuto acquistare l'indispensabile abito nero. Se lo avessero invitato ad un ballo ove avrebbe trovato il compratore delle sue opere complete (il suo sogno) non avrebbe potuto presentarsi se non in redingote bleu ed in calzoni grigi. Grazie a Dio, aveva il diritto di recarsi in questo costume presso i suoi antichi amici. Legouv, all'epoca della stampa della Medea, scrisse a Planche, pregandolo di dire il suo sentimento su quella tragedia, e graziosamente invit l'antico condiscepolo del collegio Borbone a far colazione con lui.
"Questa volta, diceva Planche, la tavola era buona, ma dovetti sembrare assai imbecille al signor Legouv. Si servono le ostriche. Non vi sono arnesi per aprirle. Non so come fare. Lavoro col coltello, il succo cade, l'ostrica si sciupa, Legouv mi guarda con piet. Cerco cogli occhi il piatto col burro. Era un pane legato in ottavo, posto tutto d'un pezzo sulla stoviglia. Non so come prenderlo. Mi sentivo assai imbarazzato. La signorina Legouv tratteneva a stento le risa, sicch credetti per un momento dovesse la simpatica figlia del mio amico soffocare. Ella abbandona la tavola, ci fa un grazioso saluto e noi restiamo soli: la tragedia e la critica.
"- Che pensi tu della mia produzione? mi domanda allora l'anfitrione.
"- Dir il mio sentimento al pubblico; allora saprai il mio giudizio. In attesa, lascia che ti domandi una spiegazione. L, francamente, non  vero che tu scrivi la produzione prima in prosa e poi la riduci in versi, assai meglio ch'io tagli le vivande?
"Credetemi, ci diceva Planche sorridendo, avevo indovinato giusto. Si pu essere impacciato a tavola, ma aver buon naso."
Presso a poco a quell'epoca, egli parlava agli intimi d'una lettera, che gli aveva indirizzata la Sand a proposito del Flaminio. Essa cominciava cos:
"Ma perch, caro Planche, mi maltratti tanto?..."
In tutta la lettera conservavasi la Sand dolce, lusinghiera, amabile, contentandosi di domandare con ispirito un po' d'indulgenza. Sette pagine, nientemeno, e fitte! Il gran critico era contento come un ragazzo, mostrandoci nell'intimit quella famosa lettera. Posso assicurare la signora Sand, quella non parlava di lei se non per difenderla, e s che l'ho vista combattuta qualche volta persino da gente che l'aveva conosciuta personalmente od in casa sua, od in societ. Planche amava adoperare il piccolo epigramma coi denti di latte, il motto malizioso, la riflessione a met caustica. Non era pi il gladiatore terribile d'una volta, l'uomo violento, inflessibile, che rompeva la sua penna sul dorso ai profani. Vinto dalla miseria, stanco, ammalato, aveva perduta l'amarezza dei primi tempi. Non era pi capace di scrivere l'articolo su Enrico di Latouche, quella pagina intitolata: Gli odi letterarii, tutta impregnata d'indignazione e di piet. Lo dissi gi in quali circostanze avesse scritto gli articoli su Lamartine e Cousin. Gli odii letterari vennero scritti in una soffitta, durante la notte. S'era gettato sul letto triste, abbattuto, acceso dalla febbre. Invano si volta e si rivolta sul suo meschino giaciglio, il sonno non arriva mai a calmarlo.
D'un tratto, vien preso da dolore ai denti. Allora non si trattiene pi. Brividi di freddo gli percorrono le membra. Dei cenci trovansi in un angolo della camera. Li getta sul camino, d il fuoco ed al bagliore delle fiamme illumina le sue frasi. La penna gli arde le mani, scrive, scrive, ed al mattino l'articolo  compiuto.
Di l a poco tempo, egli usciva da un gabinetto di lettura, situato in via Mazzarino, o dei Santi Padri; un'altra persona segue i suoi passi. Planche crede udire lo sconosciuto domandare il suo nome alla proprietaria del gabinetto. Appena giunto sulla via, gli si avvicina un ometto piccolo, colla parrucca rossa, e con un occhio di vetro:
- Siete voi il signor Planche?
- S, signore.
- Io sono quel Latouche contro cui scriveste un articolo.
- Signore, gli risponde Planche, ho fretta. Eccovi la mia carta. Scegliete due testimoni, io mi procurer i miei. Vostro umile servitore.
E parte. Il signor di Latouche non venne e i due padrini di Planche l'attesero invano. Devo per dire, che reputo Latouche un uomo altrettanto coraggioso, quanto intelligente, energico e risoluto. Il silenzio da lui conservato in questa occasione, non so da che derivi. Comprese senza dubbio che commetteva un errore, riconoscendosi in quel famoso il, che  l'eroe dell'articolo, e la questione ebbe termine cos. Credo pure che i due scrittori non si sieno mai pi incontrati.
Molti fra gli articoli di Planche risentono le circostanze in cui vennero redatti. L'abbiamo visto per taluni, ci ebbe a ripetersi per molti altri. Avvene uno, il quale fu scritto in un momento di tristezza, in un giorno di miseria. Perci lo vedremo privo affatto di calma e rigido nei giudizi. Una mattina, il gran critico non aveva quattrini per far colazione. Entra nel caff Tabouret, piuttosto che in un altro, perch il suo proprietario l'aveva visto qualche volta, ed il quarto d'ora di Rabelais sarebbe stato con lui meno pericoloso. Pur troppo, quelle piccole noje, quei meschini timori, facevano morire l'onesto Planche a fuoco lento. Non mangia, domanda del th, inchiostro e carta: eccolo ingojare una dopo l'altra cinque tazze di th nero, bagnando colla sinistra una pasta nella tazza e colla destra immergendo la penna nell'inchiostro. A tre ore dopo il mezzogiorno, non eravi pi th, n inchiostro. Aveva finita la carta e guadagnata la colazione. L'articolo sull'Adolfo era scritto.
Non vi sembra uno spettacolo triste questa intelligenza tormentata, questo cuore consunto da s vili sofferenze! No! quest'uomo non era cattivo, non era l'invidia che lo rendeva crudele ed implacabile: i piccoli sentimenti non ispiravano i suoi grandi articoli: se talvolta riusc troppo aspro ed appassionato nell'adoperare la penna, si  che la miseria trovavasi l, cupa, fredda, inesorabile. Quello scrittore, saggio, positivo, pratico, appartiene alla razza dei poeti uccisi dalla fame!  della famiglia di Gerard de Nerval. E vi pensava di frequente! Ebbi il doloroso piacere di veder Gerard due giorni prima della sua morte e qualche volta narrai a Planche i particolari di quel breve colloquio. Egli sospirava, anzi un giorno lo udimmo predire, che forse sarebbe morto come Nerval. Gustavo voleva ardere s stesso e ridurre nel nulla persino l'ultima delle sue molecole. Conosceva la gravit della propria malattia. Da tre o quattro anni lamentavasi delle sue infermit, le gambe gli rifiutavano il loro servizio, e talvolta, in mezzo ad una frase incominciata, alzava atroci grida di dolore. Noi non conoscevamo precisamente qual fosse il suo male.
- Se potessi andare alle acque, diceva, sento che guarirei. Ma le acque sono buone soltanto pei ricchi. Che vita! mormorava soffocando i suoi i lamenti.
E noi non sapevamo, per consolarlo, se non narrargli delle favole e fargli degli scherzi. Forse mor per non aver osato confessare la sua malattia! Planche non aveva vizi, quindi non si possono attribuire ad eccessi della di lui esistenza gli orribili guasti della robusta sua natura.
Ma gli avevano detto s spesso ch'era ammalato di peste, ch'era un lebbroso! Moriva per un'infermit della pelle, l'infelice, ed aveva paura di mostrare le gambe.
Che vi si pensi! La cura per qualche mese l'avrebbe guarito. La vergogna gl'imped di chiamare un medico.
E non sono il solo ad essere di ci persuaso. La pi parte di quelli i quali vivevano nella sua intimit credono ch'egli esisterebbe ancora, se non avesse avuto timore delle dicerie del mondo. Forse c'inganniamo, ma se ci apponiamo al vero, quali dolorose riflessioni devono presentarsi allo spirito e quali rimpianti salire al cuore!
Avvi un motto creato dal vecchio Molire: un motto, che da solo vale pi di tutte le formole dell'ammirazione. Questa verit io l'applicherei senza esitanza a Gustavo Planche, scrivendo sulla di lui tomba: Qui giace un grande, onest'uomo.
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DUE ALTRI.
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A' miei ricordi su Gustavo Planche non voglio aggiungere articoli necrologici sugli scrittori che in questi anni raggiunsero al cimitero i loro compagni di celebrit: Giulio Viard, Armando Le Bailly ecc., ecc. Questi almeno ebbero una orazione funebre ed i giornali piansero sulla loro dolorosa agonia.
Dopo tutto, la pubblicit postuma  una ricompensa; si conoscono, se non altro, quali furono gli strazi delle vittime, si pu immaginare l'orrore della loro tetra esistenza.
Ma quanti ne rammento, i quali non ebbero se non il solito meschino articoletto nel giornaluccio del loro paese natale, ed il cui coraggio nondimeno fu grande, onorevole l'esistenza, terribile la miseria, singolare e tragica la morte. Eglino erano conosciuti soltanto da quei refrattari, che trascinano l'oscura vita dei cenacoli. Per far loro l'elemosina d'un desinare, o d'un elogio, non avevano se non compagni di collegio, o vicini d'albergo. La reputazione di questi bohmes non oltrepass mai l'umida soglia delle brutte casipole, da essi abitate.
Ed anche fra costoro fa d'uopo scegliere. Si scriverebbe un libro troppo voluminoso, se si volessero noverarvi tutte le morti derivanti dalla miseria, che marcia zoppicando a fianco dell'ambizione. Io parler di due soltanto; uno mor d'inedia, l'altro si  appiccato.
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1. Il naso d'un santo.
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Il primo si chiamava Cressot. Chi non l'ha visto questo poeta, lungo come un verso di tredici piedi, che a sette ore del mattino percorreva le vie del quartiere latino, starnutando, tossendo, perdendo sempre qualche cosa, i suoi capelli od i suoi denti? A lembi come un vecchio mobile, egli piegavasi febbrilmente, sotto il peso d'una precoce vecchiezza; lo si sarebbe detto un secolo in ruina.
Di veramente vivo non aveva se non il naso, un naso che, in seguito ad una malattia, era divenuto pazzo! Nella sua follia, esso voleva abbandonare il viso a cui natura l'aveva cucito, voleva partire, viaggiare, fare il diavolo, ne aveva a sufficienza di Cressot. Per fortuna, la Provvidenza che vede tutto, aveva posto il rimedio presso il male, richiamando su quel terribile naso la sollecitudine della mano destra, la quale adempiva ancor pi che il suo dovere. Al minimo allarme, cinque dita si gettavano sul naso convulso e lo trattenevano al posto, disperato. Quei gesti di circostanza e di abitudine davano luogo ai pi comici accidenti; le dita in aria di Cressot esprimevano assai bene il gesto del biricchino di Parigi, quando vuol mostrarsi impertinente verso un suo compagno.
Da quando soffriva Cressot questo tic? A quale epoca rimontava la di lui nascita? Non lo si seppe mai. Un giorno, un uomo colla barba bianca, l'accosta in un caff e gettandosi nelle sue braccia gli dice:
- Ti ricordi, Ernesto, quando vivevamo in collegio? Era nel 182....
Cressot l'interrompe ed il silenzio diventa generale.
Da dove veniva? Era un borghignone sciancato, compassionevole e magro quanto mai. Suo padre, vecchio soldato, aveva fatto le guerre dell'impero; sua madre, santa donna, coraggiosa compagna dell'antico lanciere della guardia, mor tre giorni prima di colui che aveva messo al mondo, sicch il padre, ad ottant'anni, si trov una sera tra la bara di sua moglie e quella del suo vecchio figlio. Credo che non abbia tardato molto a raggiungerli.
Erasi Cressot recato a Parigi per terminare i suoi studi. Dopo aver percorse le scuole elementari e le speciali, voleva entrare nella scuola militare di Saint-Cyr. Cressot s febbrile, s magro e col tic, soldato! Lo dichiararono inabile alla visita.
Usc dal collegio e cominci lo studio della legge, cui non pot terminare. Non aveva abbastanza quattrini! Entr infine al ministero della guerra.
In quel momento della sua vita fa d'uopo tener calcolo d'una circostanza alla quale non crederei, se non fosse affermata dai compagni della sua esistenza. Si dice che sia stato amato e che durante tre anni abbia vissuto con una donna, la quale gli prest ogni cura, rassegnata, muta e contemplando le agitazioni del di lui naso ammalato, come si vedevano una volta sulla sommit delle cattedrali, impiegati misteriosi e meditabondi, i quali miravano agitarsi nell'aria le zampe di legno del telegrafo.
Sfortunatamente, un giorno, all'indomani della rivoluzione di febbrajo, il ministro della guerra gett sul lastrico qualche dozzina di commessi, sotto il pretesto che godevano doppio impiego.
Cressot fu del numero e da quel punto ebbe principio la sua vita avventurosa. Egli per non cadde nell'ignavia, n precipit sulla strada. Tent ogni mezzo per guadagnarsi il pane: figuratevi, che un mattino d'inverno lo incontrai in un gran viale, ove piantava verghe di ferro, a tre lire per giornata, coi piedi nella neve ed il naso esposto all'uragano.
Diede lezioni, ma il suo tic gli chiudeva in faccia le case aristocratiche e tranquille. Fece traduzioni dall'inglese, ma essendo coscienzioso, non guadagnava se non dieci o dodici lire per settimana. E non sempre veniva pagato! Nella tomba,  creditore verso un furfante. Come dimagrava a colpo d'occhio quel buon Cressot! Quando gli cadeva dal cielo qualche lira, correva tosto alla pi vicina stamperia per farsi comporre un centinajo di versi, ed una piccola commediola. Un giorno, a me davanti, ricevette 75 lire. Aveva in tasca uno scudo. Vendette subito un libro per raccogliere ottanta lire e con tale somma si rec da Lacour, per dare alla stampa: Le lagrime di Antonia. Quel giorno risparmi il pranzo.
Amava le lettere d'un amore ingenuo e sincero, credeva ai grandi secoli, viveva nell'intimit di Pindaro e Virgilio. Cenava di frequente col leggere e consolavasi delle privazioni della vita moderna coll'ammirazione dell'antica.
Ed egli pure sperava l'immortalit! Oh fantasma! quante vittime hai sedotte colla tua ombra! Quanti si sono appiccati, pazzi infelici, col glorioso lembo del tuo lenzuolo! Quando mai la dolorosa sferza di uno scettico potente ti punir, sino alla morte, fatale immortalit, carnefice che prometti un trono e conduci fra il fango e l'ospitale alla fossa comune, ove stanno sepolti i cadaveri degli ignoti.
Ma l'ambizione esaltava il suo coraggio e non il suo orgoglio. Col pretesto d'aspettare l'ispirazione, Cressot non insultava negli intervalli i suoi vicini e non gironzava per le vie, o per le taverne. Recavasi al caff per leggere i giornali seri, appartenendo egli all'opposizione. Lo frequentava altres per desinare: quel ghiottone alimentavasi con una tazza di cioccolata o di caff. Con sedici soldi, Cressot tenevasi al corrente del movimento letterario e politico; divorava articoli ed entrefilets.
Cos nutrito, si levava, passeggiava al sole, poi rientrava, sedeva sopra un giaciglio, mettevasi il tavolo a s d'accanto, e l, lasciando spaziare il suo spirito e trattenendo il naso, faceva versi alla donna, ai fiori, a Socrate, a Garibaldi.
Talvolta, portava seco provvigioni, chiudevasi in casa per otto giorni, con qualche salame sotto le coltri, del pane sotto l'origliere, e componeva giacendo in letto.
Di tratto in tratto, scoppiavano terribili frastuoni. Il suo naso irritavasi nella solitudine, domandava un po' di aria: tanta poesia lo stancava, avrebbe voluto mettersi alla finestra. Allora il tic assumeva proporzioni pericolose. D'un colpo le gambe s'immischiavano e battevano lo spazio; Cressot sprofondava in un terribile delirio!
Quando il refrattario usciva dal suo eremo, lo vedevamo dimagrato di dieci libbre ed allungato d'un pollice. Ma aveva partorito un sonetto ed andava a leggerlo agli amici! Trovava tanto dolce tale ricompensa, che ricominciava ogni qualvolta aveva nella testa un'idea, nella sua borsa due salami. Due salami, sedici versi: ne lasci mille duecento!
Sotto questa comica ingenuit, nascondeva Cressot grandi virt. Era dotato d'una delicatezza incredibile e non confessava ad alcuno la sua miseria. Non lo vidi mai cercare ad un amico cinque lire: anzi prestava di frequente pezzi da quattro soldi. Era riuscito a posseder maggior numero di debitori, anzich di creditori!
Che bravo giovane! La sua vita conservossi pura come un cristallo, neppure un vizio la macchi: eppure diceva la societ indulgente verso di lui!
Durante alcuni anni, lo ospit un albergatore nella via Monsieur le Prince, senza fargli pagar nulla. Egli per se ne sdebitava col dar lezione alle cameriere, alle quali insegnava la storia, la letteratura ed un po' d'inglese. Per sua disgrazia, il proprietario vend lo stabilimento; allora Cressot trovossi in bala a nuovi padroni, che continuarono ad ospitarlo, ma a condizioni meno generose.
Gli davano la camera che rimaneva libera.
Saliva come una palla, dal primo al quinto piano, per precipitare al pian terreno, in cucina od in cantina. Una volta gli prepararono il letto in un camino, un'altra volta lo trovai steso in un sottoscala, sopra un materasso, in mezzo alla legna, sorridente e calmo. Era in vena di comporre dei versi, comincianti cos:
"Bella duchessa...."
Sicuro, Cressot si piccava di galanteria e d'eleganza aristocratica!
Vestiva in maniera da destar ilarit; sul suo corpo lungo lungo e che non finiva mai, vedevasi incollato, nei giorni di sole o di neve, un abito nero a coda strettissima, il quale aveva l'aria dell'uniforme a falde corte dei lancieri. I suoi ginocchi tremolavano nelle pieghe d'un paio di pantaloni color di dente ammalato; un tubo di pelo, fatto rosso dal tempo e schiacciato, sormontava la sua testa in delirio!
Era Gringoire e nello stesso tempo Brummel. Non aveva suole sotto le scarpe, ma portava sempre i guanti. D'inverno, gettava sul dorso, in pieghe ardite, come un plaid di Scozia, quello stesso tappeto, in cui nel mattino riscaldava i piedi. D'estate, nei giorni di corsa, coperto di polvere, sdrucito, giallastro, metteva, come i membri del club, un velo verde al suo cappello.
Con una disinvoltura da dandy, maneggiava un bastoncino da 22 soldi e quando il suo tic lo lasciava libero, giuocava alla Lauzun.
Teneva i mustacchi ad uncino e l'unghia ad uso cucchiajo per salsa.
Possedeva tutte le grazie d'un uomo galante e tutte le disgrazie d'un mostro.
Cressot  morto quel giorno in cui la miseria l'abbandon; mor perch il suo corpo, abituato alle sofferenze, non ha potuto n accettare il benessere, n sopportarne almeno il rimedio.
Da un notajo di provincia, d'improvviso ricevette una lettera annunziantegli, che un amico, durante l'agonia, l'aveva ricordato nel suo testamento, assegnandogli l'annua rendita di mille cinquecento lire. Quest'amico era spirato il d prima, sicch Cressot poteva realizzare subito l'eredit. Per tutta la vita, erangli assicurati drappi e pane bianco.
Poeta, poteva attendere l'ispirazione, o domandarla alle foreste vergini, alle rive azzurre!
Ahim! disabituato alle funzioni normali della vita il giorno in cui il suo stomaco dov cominciare il lavoro, Cressot mor.
Spir or sono alcuni anni! Il suo naso si ferm un mattino dell'estate 1861!
...
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2. Un appiccato.
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L'altro si chiamava Alessandro Leclerc, scultore di talento, il cui cadavere venne trovato in un canto del cimitero Lachaise, ove erasi appiccato.
Che coloro i quali rimpiangono le perdute felicit, o soffrono i rimorsi delle colpe commesse, vadano in un angolo a strangolare la loro tristezza o la loro onta, lo comprendo, ma colui di cui parlo non aveva mai provato la vera gioja, n poteva certamente arrossire di nulla. Neppure la povert avevagli procurata alcuna umiliazione, tant'egli sapeva, in mezzo ai pericoli, conservarsi fermo e dignitoso. Ove sta adunque il segreto del suo suicidio? Si pretende ch'egli soffrisse molto dell'abbandono e del disprezzo che gli mostravano quelli appunto, i quali dovevano amarlo di pi. Non gi che attendesse o reclamasse qualche cosa da' suoi parenti, ma il suo spirito generoso gemeva per tanta indifferenza! rattristato dal vedersi solo al mondo, quando le affezioni naturali della famiglia l'abbandonarono e credette d'aver soltanto dei compagni, non degli amici, disperato di non aver potuto raggiungere quella gloria che l'avrebbe consolato, si uccise; la sua morte fu coraggiosa e modesta, come la sua vita.
Raccontandola, io non voglio scrivere un'orazione funebre; non  questa l'apoteosi del morto, ma sia la punizione dei viventi!
Il suicidio ebbe luogo il 12 agosto. Nella stessa mattina, aveva fatto colazione con un amico sotto gli alberi di Chtillon e l'aveva lasciato, senza che il fremito della mano, od il tremolio della voce indicasse il suo eterno addio. La sera, recossi al cimitero Lachaise, ma quelli che lo videro entrare, non lo videro uscire: ne part l'indomani sotto un drappo, per riposare sulle glaciali lastre della Morgue. Egli s'era appeso nella notte, all'inferriata d'una sepoltura. Indubbiamente, il povero refrattario dov per lungo tempo gironzare nel cimitero, giacch al mezzogiorno, quando trovarono il suo cadavere, il dottore constat che la morte rimontava a dodici ore prima.  verso mezzanotte adunque che, levato di tasca un pezzo di corda, l'attacc all'inferriata e s'abbandon in bala dello spazio.
Su di lui trovarono un rasojo affilato di recente e due lettere: l'una al conservatore del cimitero, in cui domandava perdono del disturbo che gli avrebbe cagionato il povero morto; l'altra era diretta ad un amico della sua famiglia, che venne la sera alla Morgue, ma dichiar di non riconoscerlo. Tutta la giornata rimase steso a terra. Per fargli l'ultimo letto, domandarono all'autunno le sue prime foglie; un guardiano vigilante intorno al suicida impediva che si camminasse sul di lui cadavere. In seguito alla risposta avuta da quell'amico, procedettero al lugubre trasporto, ed il cadavere giunse nella sera stessa alla Morgue.
Vi rest sino al giorno 16. Finalmente, quelli che portano il suo nome mandarono a cercare il cadavere, facendogli l'elemosina d'un metro di terra nel cimitero stesso ove s'era appeso. Alla funebre cerimonia non assistevano dieci persone.
Nessuno fu prevenuto: ci nascosero il cadavere, ci rubarono il nostro amico.  il caso che ci mise sulle di lui tracce. Oggi soltanto sappiamo dove riposa e fra qualche ora celebreremo i suoi funerali. Per vendicare la di lui memoria oltraggiata da coloro i quali avevano il dovere di onorarla, verso quell'angolo ove giace colui che fu nostro amico, noi tutti c'incammineremo muti e tristi. Noi vi deporremo qualche corona; poi, se saremo abbastanza ricchi, compreremo una pietra, per iscrivervi il suo nome. Quelli che non riconobbero il di lui cadavere, ne riconosceranno almeno la tomba!
S! io vorrei meditare presso quella pietra! Perch quel suicidio nell'oscurit, dopo un'esistenza senza macchia? Perch quella morte senza gloria? Ah! fu preso dallo stesso disgusto, di cui domani potremo diventar vittime noi pure? E perch no? Quando ogni curiosit  assopita, quando ogni affetto fu infranto, quando dalla societ, che ha paura, gli  vietato di parlare come sente, io comprendo che l'uomo si uccida: creda che i vermi gli mangeranno lo spirito assieme alla carne, o pensi di prendere la rivincita lass. Tu, amico nostro, che partisti pel primo, ora conosci il gran mistero.
Dimmelo! ti duole d'averci abbandonati?
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LE VITTIME DEL LIBRO.
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Neppur una delle nostre emozioni  sincera.
Gioje, dolori, amori, vendette, i nostri singhiozzi, le nostre risa, le passioni, i delitti, tutto  copiato, tutto!
Il Libro  l! L'inchiostro galleggia su quel mare di sangue e di lagrime.
Questo spettacolo talvolta  gajo, talvolta triste. Ma attraverso le ruine, i fiori, le vite sciupate, i suicidii: il Libro, sempre il Libro!
"Cercate la donna" diceva un giudice.  il volume invece ch'io vado cercando, il capitolo, la pagina, la frase... Quanti ne conosco, cui un brano letto la mattina, domin, cre o disfece, perdette o salv l'esistenza. Un concetto tradotto dal chinese o dal greco, preso a Seneca od a san Gregorio, decise d'un avvenire, pes sopra un carattere, trascin seco un destino. Talvolta il traduttore sbagli, e la vita d'un uomo ebbe a dipendere da un controsenso.
Spesso, anzi quasi sempre, la vittima ha veduto di traverso, ha scelto erroneamente ed il libro lo trascina con s, facendo d'un poltrone un insolente, d'un buon giovane un cattivo soggetto, d'un etico un uomo d'orgia, un bevitore di sangue d'un bevitore d'acqua, una testa pallida d'una coda rossa.
Comica tirannia della stampa!
Da che deriva?
Non lo so: ma l'influenza  l. Tutti la subiscono, anche noi corrotti, che leggiamo meglio sulle bozze, anzich sul manoscritto.
Associate all'autorit della stampa l'interesse del romanzo. Che lo scrittore o lo scrittorello dia ai personaggi una fisonomia palpitante, nel bene o nel male, sopra una delle vie aperte ad Ercole, monaco o bandito, angelo o demonio, ed egli agir sul timido o sul fanfarone, a cui capita il volume. Sar una enfiagione, od una ferita secondo il caso. Ma la traccia rester incancellabile, come la macchia di sangue sulla mano di Macbeth! La strofinino sino al sangue: il segno c' e non iscomparir mai!
E ci senza che se ne accorgano, senza che sappiano d'aver il cervello gonfiato dal vento e che il loro cuore batte... nel calamajo d'un altro.
Rari, ben rari, a Parigi come nei sobborghi, alla Accademia come nei magazzini, quelli che furono risparmiati dal Libro, che non ne portano il segno nella testa o nel petto, sulla fronte o sul labbro!
Quante volte, senza volerlo precisamente, n saperlo affatto, un tale che si crede d'esser lui, assunse avanti ad un'emozione, o ad un avvenimento, l'attitudine ammirata in qualche incisione!
Se fossimo sinceri e cercassimo la verit, quante volte ci sorprenderemmo in flagrante delitto di contraffazione! Facendo l'assedio del proprio spirito, quante brecce vi troveremmo, per cui pass qualche capitolo, o qualche pagina!
Quante menzogne ispira il Libro! quante codardie scusa! quante debolezze autorizza!
Si crede di non esser gajo, oppure non triste, perch il Libro vuole un'altra sensazione in quel tal punto. Desideriamo esser semplici e diventiamo affettati, passar oltre e ci fermiamo, perdonare e ci irritiamo, salutare e si insulta. Qui si sogna - L si ozia - Qui si piange. E quanti altri cartelli piantati lungo la vita, ai quali di primo acchito non si vuol ubbidire e sui quali invece si legge il proprio cammino, in luogo di cercarselo coll'occhio in avanti ed il cuore in alto!
Povero cuore, che affretta o ritarda e che vien regolato su qualche volume, come il borghese regola il proprio sul pubblico orologio. Si guarda sul quadrante quale emozione dobbiamo provare. Povero cuore! Vecchia cipolla!
E cos, in ogni luogo e sempre! in alto ed al basso, a dieci ed a quarant'anni!
Vittima rassegnata o disperata, gaia o funebre, che far ridere o piangere, per quanto sia piccolo,  il libro che vi domina! Esso vi segue dalle ginocchia della madre ai banchi della scuola, dalla scuola al collegio, dal collegio all'esercito, al tribunale, al foro, al letto di morte, e secondo il volume sfogliazzato durante la vita, voi avrete l'ultima ora atea o cristiana, coraggiosa o codarda!
Guardate.
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1. Primo,  il libro dell'infanzia.
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I racconti del canonico Schmith, le Uova di Pasqua, la Corona di luppolo, Teofilo od il piccolo eremita.
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2. Robinson.
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Chi di noi non fu vittima di Robinson?
Chi non ha sognato, il suo piccolo naufragio e la sua isola deserta? L'isola deserta, colla barca, la caccia, il suo castello, le sue vigne, del tabacco e la libert!
Da 10 a 13 anni, quante volte ho pregato il cielo, perch mi facesse perdere nel mondo! Io non mi avventuravo mai nella citt bassa o fuori del sobborgo, se non munito di tutto ci che pu tornar utile ad un naufrago. Corda, aghi, ami, l'occorrente per iscrivere, un fiammifero, per timore di non poter accendere la fiamma, strofinando tra loro i pezzi di legno.
Passai delle intere giornate - e voi pure confessatelo! - a fregare l'una contro l'altra due schegge per aver fuoco, senza ottenere mai nulla. Bagnavasi la camicia, si sudava, si soffriva, solo il legno restava freddo, perch le schegge sono pi o meno sensibili secondo il clima, e lo sfregamento della civilt non vale, a quanto sembra, quello della barbarie.
Conservavo nelle tasche noccioli di ciliege, d'albicocco, di pesca, raccolti nel fango delle vie, grani di frumento da seminare nell'isola, nel caso che il raccolto dei pomi di terra mi venisse a mancare.
E la biancheria? Mi ricordo quel giorno, in cui mi fermarono al dazio come sospetto. Il termometro segnava 33 gradi all'ombra. Sotto i calzoni da collegiale nascondevo i pantaloni neri di mio padre, calze di lana e due camicie una delle quali di mia madre, lunghissima, per poterla agitare dall'alto d'una roccia, ove passasse una vela sull'orizzonte. E quante precauzioni si prendevano, quanta diligenza vi si consacrava! Senza saper come, mi trovavo in qualche strada, che non era la mia. Da principio non vi badava punto, obliando ogni prudenza, poi d'un tratto m'accorgevo d'essermi perduto.
"Ove sono io?... Ma io non conosco queste piante?... Si direbbe che un marinaio mi chiami?!... Neppure questa casa! Che dir mia madre questa sera?..."
Vostra madre vi dava una lezione ed uno scappellotto, vedendovi ritornare, tutto infangato, dal vostro naufragio. Ci non vi guariva punto, sicch vi addormentavate, sognando una terra sconosciuta, ove tutti i giorni erano domenica e tutti i Venerd domestici.
Talvolta si cadeva tra i selvaggi, che vi nominavano Grande Spirito, oppure su qualche costa d'Africa si diventava parrucchiere della regina.
Quali sogni! e quante ore passate dietro il leggo, col naso sul libro di scuola, la testa al diavolo, a mille leghe di lontananza, sul grande Oceano! Altro che pensare ai solecismi ed alle regole della grammatica! Ed i viaggi sul vascello, le scoperte del nord dell'isola!... Se si  divenuto re, bisogna sottoscrivere i trattati, ricevere ambasciatori, disorganizzare le finanze - ci specialmente - per partire un giorno colla cassa sopra un naviglio, veleggiante per la vecchia Europa.
Ah! quando il signor X vi rivedr, l'uomo del secondo piano (che vi chiamava i pezzenti del quinto), o la signorina del terzo, (che rideva dei vostri calzoni rappezzati e de' vostri gilets troppo lunghi)... quando sapranno che voi foste re e dei Caraibi! e che ritornate milionario... A' miei tempi, i ricchi erano tutti milionari!
Quante piccole vendette si macchinano tra s! A certuni si vuol incendiare la casa, ad altri rubare le carte o la moglie: si ha una polizia, degli schiavi, delle bianche ed un serraglio. Malizioso ragazzo!
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3. I libri azzurri.
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A fianco del volume che si legge nella biblioteca del padre o che si ottiene in premio alla scuola, avvi quello che si sfogliazza con mano avida, che si percorre con occhio ardente nella vetrina del librajo, stampato su carta grigia, legato in pelle di cane, con illustrazioni. Spesso quel libro  autorizzato, talvolta proibito, bench il titolo prometta assai pi di quello che mantiene.
Storia d'una bella signora. - L'amore conjugale...
Si sfogliazzano questi volumi senza comprenderli intieramente: si divorano gli altri, senza tirare il fiato.
Il collegio incendiato. Come abbiamo desiderato che fosse il nostro, per rinvigorire di nascosto il fuoco e non avvertirne i superiori! Distrutti i De viris e le Select, incendiate le aule, il censore ed un cane cotti sino alle ossa, il disordine, molto fracasso, il congedo dalla scuola!...
Le Avventure di Cartouche, o d'un altro brigante, d'un famoso capo di ladri, insomma: un assassino coraggioso, galante; cortese colle signore, implacabile coi gendarmi. Egli giura ad una bella straniera che l'avrebbe soltanto derubata e le offre il braccio per farla passare nella gran sala di ricevimento della caverna. Briganti, che hanno gabinetti ed abiti borghesi, che si recano sulla piazza della citt per udir la lettura della loro sentenza di morte, che evadono pei tetti, per le cantine, o sul dorso dei loro confessori, che ridono sul naso ai giudici e s'avviano al supplizio come martiri.
Siccome accade sempre alla vigilia della quiescenza o del cedere il proprio posto al luogotenente, che il capitano venga arrestato, pensiamo ritirarci in qualche luogo ben nascosto e condurvi la vita del brigante onorario, riserbandoci di far celebrar messe e di fondare un premio di virt, per soffocare rimorsi. Questa vita d'ardite avventure, di miracolose evasioni, coronata da un'ottima fine,  tutta piena di dolcezze. Se in quarta classe m'avessero offerto d'arrolarmi in una banda conveniente, colla prospettiva di grandi avanzamenti, avrei sottoscritto a due mani e forse avrei spedito il trattato a mia madre.
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4. La storia di Giovanni Bart.
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Sino al presente, il male non  grave.
Per quanto si pensi a perdersi, la vostra cameriera vi ritrova sempre. Non si ha la fortuna d'essere gettato su d'un'isola... nel continente... e quanto ai briganti, essi segnano ribasso, dopo l'istituzione delle strade ferrate.
Ma ecco ingrandire le gambe: si aspettano i baffetti, cerchiamo raderci il viso con un coltello e si ha l'et per diventar mozzo. Dopo il libro di divertimento, il libro di storia. Dopo Robinson, Giovanni Bart.
Difficile a guidarsi il giovanetto che si lascia adescare da questa leggenda e cui continuano a turbare tutte le storie dei mozzi parvenus, di cui sono zeppi il Giornale pei fanciulli, il Museo delle famiglie e la Francia marittima.
Appena ha terminata la sua lettura, egli parla di abbandonare lo studio del latino per prepararsi alla marina. Domanda a sua zia una cassetta di compassi, a suo padrino una bussola, pel primo giorno dell'anno. Si fa comperare una piccola berretta con una lista d'oro, se  ricco, e se  povero, un cappello di tela incerata, su cui incolla con lettere... di carta dorata... il nome del suo naviglio: il Vendicatore, la Medusa. Ci, di frequente, si risolve in una fantasia, che passa merc un raffreddore colto in una manovra a secco, fatta per abituarsi al mare. Ma se il libro  ardente, ed il racconto commovente, che vi si badi! Non mostratevi brutali con quell'impressione da ragazzo, o sfortuna a voi ed a lui! Egli ne uscirebbe cattivo soggetto, o cattivo figlio.
Il libro uccider il padre.
Un giorno, con cento soldi risparmiati, una zucca ed il suo libro, il giovinotto filer dalla casa paterna. Andr a Tolone per imbarcarsi. Allora voi lo farete arrestare dai gendarmi, mettere in sequestro, od in prigione, oppure lo correggerete colle vostre mani. Quel bricconcello di dodici anni si rialza fiero del castigo inflittogli: si crede gi avanti il nemico.
Non oso dire che Tolone l'attenda.
Ma ecco scavarsi un abisso tra il padre ed il figlio, ove pu rovinare la sua giovinezza.
In luogo di naufragare sopra una costa lontana, quell'ammiraglio mancato si romper contro gli scogli, sui flutti dell'esistenza volgare. Un d, lo si trover in qualche compagnia di disciplina, od in una banda d'avventurieri, forse sopra una nave senza bandiera che opera il contrabbando o la tratta.
Forse sulle rive della Senna, cadavere reso verdastro dall'acqua, annegato da due settimane, schiaffeggiato nella corrente dai remi dei canottieri d'Asnires, sventrato da un'ncora, frantumato contro il Ponte Nuovo.
Quanto siamo lontani dall'isola deserta e dalla storia di Giovanni Bart! E nondimeno, ve lo assicuro, egli part per raggiungere quella meta.
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5. Il Corsaro.
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Dopo la biblioteca del collegio, quella del gabinetto di lettura; dopo il naufrago conosciuto, l'uomo senza nome; dopo Giovanni Bart, Giovanni il fatale.
Il Pirata, Arturo, la Gorgona... Eugenio Sue, La Landelle, ecc., ecc... Il famoso corsaro dal naso d'aquila, dalle labbra pallide, dall'azzurro occhio d'inferno, che non parla, che non s'ode, se non nel pericolo, l'uragano o la battaglia... D'onde viene?... nessuno lo sa. Egli non ha paese, non ha patria. Ubi mare, ibi patria. Chi lo ha reso s cupo? L'amore od il delitto? Il mozzo assicura d'averlo veduto piangere. Il fatto sta ch'egli non ride mai. I suoi uomini lo obbediscono come un Dio e lo temono come il diavolo. Egli cammina tra il cielo e l'acqua, facendo saltare teste e navi.
Tempeste, stragi, incendi, qualche stupro al bisogno; l'orgia sul ponte ove scorre il rhum a ruscelli, o nella taverna ove lavorano i coltelli.
Ecco i sogni accarezzati, nelle loro poltrone di cuojo verde, da bravi giovani che non ruberebbero un soldo ad alcuno e che hanno paura delle ombre. Che pi? Udite uomini, i quali hanno il ventre s grosso, da non potersi allacciare le scarpe, ed una flemma incredibile, dirvi che erano nati per diventare corsari e che sentono la necessit d'una vita d'emozioni ardenti e colpevoli.
Questo per non impedisce che si conservino galantuomini, giuochino alla bazzica nei caff ed esprimano il proprio parere, soltanto quando gli altri lo emisero; ma non tutti si rassegnano cos.
Ne conosco alcuni, i quali conducono a termine la loro assurdit e si condannano per tutta la vita al corsaro forzato. Gente che posa sugli angoli delle vie, che fa pompa della pallida fronte e dello sguardo fiero, che comprerebbe per cento soldi una ruga e farebbe biglietti falsi per una cicatrice.
In casa, portano un berretto di cotone alla Masaniello; nella via, il panama alla sombrero, col petto alto come alla lotta, muti o fragorosi, tutto ghiaccio o tutto fuoco, tomba o tromba, come direbbe Hugo. Ci dipende dal taglio della barba e dal colore dei capelli. Le tinte sono trattate come conviene: il biondo ha l'energia fredda, il bruno l'energia selvaggia. Il primo schernisce, il secondo bestemmia: l'uno sogghigna, l'altro urla. Quei gagliardi sono comici al caff, nella via, al sole: in casa propria, sono mostri. Questi energici di cartone, i quali vogliono assumere l'aria dei proprietari sferzanti il dorso degli schiavi, o quella dei negrieri che gettano il loro carico di carne umana nell'oceano, quando si veggono inseguiti dagl'incrociatori, non potendo farsi temere, si vendicano della ingiuriosa benevolenza degli estranei a loro riguardo contro gli intimi: agiscono in maniera d'essere temuti nelle pareti della famiglia.
L, si trovano a bordo! Comandano come ai negri; domandano una forchetta, come se gridassero: "Tagliate il grand'albero!" Rendono la vita insopportabile ai servi, ai dipendenti, ai figli, alla moglie. Talvolta queste commedie finiscono in dramma: sovente coll'adulterio. Pane per focaccia!
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6. L'ultimo dei Mohicani.
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LA PRATERIA. Costui  una vittima di Cooper.
Egli intravede, fra i vetri dei suo granaio o della sua bottega, il cielo profondo del nuovo continente. Egli si schiera col vecchio Indiano contro la giovane America, coi vinti contro l'invasore; col gran capo dei Delawares contro il generale dei Visi pallidi. Egli sogna di cacciare laggi il daino, di mangiare la gobba del bisonte, di far la guerra del selvaggio. Egli non pensa che a cavalli sfrenati, a riviere passate a nuoto, a piroghe di pelle, a capanne di foglie, ad astuzie d'imboscate, a canti di guerra!
Verso la sera, come in un'incisione, sul triste orizzonte, egli vede la sua figura, col mento appoggiato alla canna della carabina, la fronte melanconica e l'occhio meditabondo.
Anche i pi saggi vi pensarono, sulla nostra terra dalle pigioni costose, ove si soffoca tra pareti malsane e leggi crudeli, ove si vive d'imbecillit, ove si muore di fame; sulla fede d'un libro, ci sentiamo invasi dal desiderio di quella vita semplice, grande e patriarcale, sotto un cielo azzurro, senza censori, n gendarmi.
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7. WALTER SCOTT.
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Anche lui!
Quante giovani teste sconvolte dalla Donna del lago!
Dopo Ivanhoe, Durvard, il Cinghiale delle Ardenne, quale appetito di medio evo! Come si voleva vivere in quei tempi l!
Noveransi intiere famiglie, che hanno fatte le valigie e presa la via della Scozia, sulle tracce del romanziere.
Quella brava gente ha attraversato al galoppo delle sedie di posta, interminabili leghe di nebbia, visitato i filatoi di Glascow e le botteghe d'Edimburgo, e ritorn scorticata dalle polizze degli albergatori e dalle banchette dei vagoni, assai disgustata del montanaro Scozzese.
Ad altri, pi fortunati, fu dato conservar l'illusione per tutta la vita, e sono morti, a cinquant'anni, in un retrobottega, mormorando: Rowena, Wodstoock.
Qualcuno vide il proprio sogno svanito in un buon reuma, od in una flussione di petto, presa sul lago di Enghien.
Poco dannose finora quelle letture, che trasportano lo spirito in un mondo immaginario o morto; poco pericolosi quei libri, che hanno per teatro il medio evo, l'oceano, la foresta vergine.
Sono s lontani!
Finora tutto cammin dolcemente.
Si  di prima forza nelle armi, alla carabina, alla spada, alla corsa, alla lotta.
Ma come si beve, e come si mangia!
Non sono che festini e battaglie.
Battaglie da cui non si esce, se non col sacco o la croce, col carniere pieno o colle spalline. Le navi s'incrociano, scoppia la polvere, scintilla l'incendio; voi vi aggirate l dentro come l'uomo del circo nel braciere: possono forarvi, abbruciarvi, farvi a pezzi. Che importa! Si sa che se ne deve uscir salvo! Leggende, storie dell'altro mondo, vittime per ridere!...
Ma ecco che entriamo nella vita.
Noi stiamo per afferrare la mana nella sua essenza, per sorprendere il libro in flagrante.
Udito le passioni che rumoreggiano, l'ambizione, l'amore, i vizii che schiamazzano, l'ubbriachezza, l'orgia, la noja che sbadiglia, l'odio che urla, i soldati che passano.
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8. Tutto ci brulica, ringhia, impreca, come un branco di schiavi.
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Un volume ha dato il la, in sedicesimo od in ottavo. Renato od Antony, Werther o Manfredo, Mardoche o Rubempr.
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9. RENATO.
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Che mi si trascini tra i Caraibi!
Che libro! che vittime! vittime del vuoto nell'anima!Cavaliere del vuoto immenso, che scherza colle profonde melanconie, interrotte da pallidi sorrisi, da sguardi semispenti, da lamentevoli abbajamenti.
Nulla lo diverte! nulla lo commuove! sbadiglia in faccia all'esistenza che si consuma.
Povero giovane! Mangia senza appetito - un disperato non ha appetito - la vivanda  pregna di melanconie e giunge la gastrite. Egli non ha pi fame, n sete.
Egli non s'annoja pi per ridere, ma imbecillisce davvero.
Questo schernitore che voleva una vita breve, ma allegra, la conduce triste e stupida ed un bel giorno muore di spleen e di sconforto, tenendo durante l'agonia, nella destra la mano d'Antony e nella sinistra il naso del padre Aubry.
Fortunato ancora, se col cuore turbato dalle confessioni strappate alla triste e sventurata Amelia, non si sente trasalire, quando sua sorella lo bacia, e non teme che le carezze della vispa e ridente fanciulla nascondano un amore colpevole!
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10. ANTONY.
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Tutti i cavalli corrono senza freno... nei libri. Voi saltate loro sul collo, ed essi vi schiacciano sotto i piedi.
A partire da quel momento non si ricorda pi nulla. Quando ci risvegliamo, siamo sorpresi di trovarci in una camera illuminata d'una luce pallida, con una contessa che vi bacia.
 la gran dama della vettura, la moglie del vecchio generale in ritiro, la vedova di Pondichry.
Conosciuto il ragazzo, che non ha avuto madre!
Ma, a partire da Antony, il fanciullo abbandonato s'irrita: egli non piange, n s'umilia; egli salva, ama, uccide.
"Ella mi resisteva, l'ho assassinata."
Grido ammirabile, del resto, che si vorrebbe emettere, rosso del sangue d'Adele, avanti il marito, i gendarmi e gli altri...
Dir ci, e morire!...
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11. LORD BYRON.
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Anche Byron ha turbato qualche spirito e sconvolta qualche testa! Il suo orso addomesticato, le sue orgie nella sala terrena del castello, la sua vita, la sua morte... in quella mistura di lugubri amenit, d'azioni gloriose, avvi di che far bollire il sangue ai forti e girar la testa ai deboli...
I forti? Lottarono e sono morti.
I deboli? Quando preparano il punch, smorzano i lumi, voltano la lucerna e fanno apparir figure da dannati.
Bevono il sidro nei crani e mendicano ossa di cadaveri, per farne impugnature di coltelli.
Avanti la societ, quei giaurri, gridano a Dio "Fulminami!" quando scende la notte nascondono il naso sotto le coltri e fanno il segno della croce. Con don Giovanni ridono dei mariti e delle mogli, deridono la virt e l'amore, e la prima bionda che passa far loro sputar sangue, piangere tutto quello che possono, e dare tutto quello che possedono.
Sono provinciali.
Arrivo alle vittime pi recenti, grondanti sangue. Eccone i carnefici:
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12. A. DE MUSSET.
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Quanti talenti abbia fuorviati questo gran poeta, voi lo sapete; quanti ubbriaconi abbia creati, lo si ignori.
Non vi furono soltanto cuori arsi all'incendio di quest'anima e piccoli genii infiammati, ma altres polmoni sciupati, visceri carbonizzati. Dopo Rolla, fu di moda l'ubbriacarsi; dopo don Giovanni, si frequentarono le taverne ed i lupanari.
Vidi dei giovani trangugiare la birra che li rendeva stupidi, l'absinthe che li rendeva pazzi, non gi per piacere o perch avevano sete, ohib! ma perch era da poeta il tracannare cos. Si sarebbero irritati, se la testa avesse resistito, o se il cuore non avesse sofferto.
Quelli che avevano la fortuna di non goder buona salute, quelli il cui stomaco si ribellava ai primi sorsi, si vantavano d'ebbrezze e d'indigestioni non mai provate. Al bisogno, assumevano l'aria abbrutita dell'indomani, per far credere all'orgia della vigilia. Dopo l'orgia a tanto per testa, l'oscenit a cinque lire per ora con cortigiane, a cui avreste voluto infliggere delle bastonate, ma che osservavano se avevate i guanti quando alzavate la mano.
Mi sono creato molti nemici fra i poeti, per non aver detto sul conto loro "che vivevano come bruti e che percuotevano le donne" e per averli, al contrario, difesi ingenuamente, quando se ne parlava. Ma non vi cascher pi!
Gli uomini di forte complessione, i robusti, quelli che non isprecano se non il superfluo, sopravvivono; ma i mezzi uomini vi restano, spugne imbevute di alcool e di fiele, o si fanno a pezzi come l'esca.
In fondo a tutto ci, avvi il braciere d'Escousse, la pistola di Rolla?... Ohib! Si diventa idiota o si resta ubbriacone: si hanno tubercoli nei polmoni e tremiti nelle mani. Se non se ne muore, s'ingrassa, non si ha pi la fronte pallida, ma il naso rosso e quando in un giorno di rimorso si rimonta quel fiume di birra e di fango ove si  affogata la vita, non si ricorda pi che la sorgente trovasi nelle linee di una pagina, nella rima d'un verso.
Eppure, tutto ci  vero. Aggiungiamo che il poeta rincarava le dosi pe' suoi eroi.
Povero Musset! che bagnava di sangue le sue ferite e dava da bere ai vampiri! Volevan fare come lui, i monelli, e bevevano per dimenticare. Come se avessero avuto qualcosa a scordare, non avendo niente imparato! E fosse pur vera la teoria della musa sferzata colla birra, delle lagrime asciugate coll'absinthe, sarebbe almeno necessario che il poeta avesse sofferto a digiuno e pianto prima di bere!
- Vedete Musset! - Eglino vi turavano la bocca con questa frase. Avevano sempre incontrato il poeta in una via sospetta, ebbro ed ammalato.
Mentivano! Nella loro ebbrezza, e per giustificarsi, vedevano Musset in ogni luogo. Me ne mostrarono almeno una dozzina.
Ed egli mor senza ch'io l'abbia visto.
Oggi non  pi l'absinthe di Musset, ma l'oppio di Baudelaire. Un tempo credevo che si calunniassero questi giovani, che non si sciupassero con volutt lo stomaco, n la testa. Ma no! Pur troppo si trangugia molto oppio nei caff di Montmartre e del quartiere Latino! Ne masticano per dieci soldi e ne restituiscono per cinque lire.
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13 MRGER.
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Procedo lestamente.
Tutti quelli che jeri avevano trent'anni, o li avranno domani, hanno cantato nelle camere del quartiere Latino, il famoso ritornello: La giovinezza ha una sola stagione.
Vi ricordate di quel tempo l e di quella giovinezza, che si consumava, per mancanza di meglio, in compagnia di qualche fanciulla, che viveva pur essa en bohme, attendendo di morirne?
Vi ricordate della povera Maria, d'Andreina la folle, e di Fleurinette, s felice quando sputava sangue, come Mim?
Ora, dobbiamo dirlo: tristi quegli amori, che avevano fame! Triste quella vita di miseria febbrile e di noncuranza beffarda; vita d'estate che forse devesi percorrere prima della vita d'inverno, ma che non deve durare se non una stagione.
Si canticchiava ancora l'aria della giovinezza, e non se ne conosceva gi pi n il motivo, n la canzone!
Quante ore perdute! Che si fece? Un desinare sull'erba sopra un lembo di tela, un principio d'idillio o di sonetto, qualche verso infocato dalla sommossa: tutto cominciato, nulla finito... tranne la giovinezza.
Ed ecco venire, dietro questi giovani della primavera e della poesia, un uomo in prosa:
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14. BALZAC.
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Ah! sotto i passi di questo gigante, quante coscienze schiacciate, quanto fango, quanto sangue! Come ha fatto lavorare i giudici e piangere le madri!
Quanti si sono perduti, agitando al disopra del pantano ove stavano per morire, una pagina strappata a qualche volume della Commedia umana.
Essi, con Rastignac, dall'alto d'una soffitta o sul ponte delle Arti, hanno mostrato il pugno alla vita e gridato al mondo: A noi due! giurando sul padre Goriot di farsi strada a colpi di spada, o di coltello, pronti ad arrischiar tutto, a forzare la porta, a saltar nell'arena, passando sul ventre agli uomini e sul cuore alle donne.
Quali donne? Mariuole sentimentali che vi gettano posti e croci dalle loro alcove, che vi fanno entrare nel loro gabinetto avanti il marito il quale ne esce, che si recano appoggiate al vostro braccio nelle sale, al teatro, al bosco di Boulogne, avanti il mondo che le saluta!
L non si parla se non di milioni e d'ambasciate! Gli uomini di lettere vi conducono una tal vita! ed i secretari di legazione quante volutt si procurano!
La patria sta nelle mani di alcuni volponi, canaglia che fa piacere, spiritosi tanto da muover paura. Accendono vulcani col fuoco del loro sigaro e schiacciano virt, giustizia, onore, sotto le suole delle loro scarpe verniciate.
V'ebbero giovani - dei coscritti - i quali presero il romanzo alla lettera e credettero che nel nostro mondo ve ne fosse un altro, ove le duchesse vi saltano al collo e vi ornano l'occhiello del nastro rosso, ove i milioni cadono legati l'uno all'altro, assieme alle fortune gi preparate, ove basta il non credere a nulla per arrivare a tutto.
Mondo di bricconi e di mantenuti.
Nell'ombra, a secondo piano, la Vecchia zitellona, i Due fratelli, i capilavori.
Al sole, il discorso di Vautrin, interrotto dal celebre getto di saliva. Ed i poveri giovani a farne un evangelo, sputando come lui, come un uomo superiore, insomma come leggesi in Balzac, sul naso alla societ, che li ha lasciati imbrogliare tra i fili e cadere. Cadute, di cui talvolta si porta il marchio sulla spalla!
I grandi uomini di provincia a Parigi! Li vidi andarsene ad uno ad uno, filo per filo, i loro capelli e le loro speranze, lividi, colpiti dal dolore, talvolta dal castigo, in vettura gialla sotto la scorta dei gendarmi. Quanti furono trascinati di brigata in brigata, fra queste Illusioni perdute!
I pi fortunati, un giorno ve li nominer, gironzano per gli scaloni dei ministeri, per le anticamere dei finanzieri, pei caff dei letterati e fanno delle frasi, non avendo mai potuto far altro. Attendono l'ora dell'absinthe, dopo aver lasciata passare quella del successo.
Mi fermo a Balzac.
Egli riassume la grandezza del libro ed i suoi pericoli.
Avrei potuto parlare di Dumas e della Sand.
Ma basta Antony; non voglio passare in rivista il reggimento delle Amazzoni, le Bovary, Fanny, Lelia, il mondo delle amanti, le vittime dell'amore.
Metto dei punti e lascio vuota la pagina.
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Che ciascuno vi legga i suoi ricordi e mi dica se su di lui non ebbe grande influenza il libro - prima, durante, o poi.
Quelle donne hanno un volume per legittimare i loro tradimenti, per poetizzare i loro delitti.
La cortigiana ha Manon Lescaut; Leonia Chrean copia la Dama delle camellie; Angelina Lemoine legge Marion Delorme; anche la signora Lafarge leggeva!
Tutte le donne che hanno avvelenato il loro marito, gettato nel fuoco il loro bimbo: vittime del libro!
Gli assassini in redingote, i suicidi in blouse: altrettante vittime del libro.
E se guardo pi alto, sul teatro della storia, che vedo io mai? Dietro l'armata della Beozia, s'avanza la legione Tebana, nera di polvere... La nostra generazione non fu avara del suo sangue! Sulla strada, ove noi esitiamo, pass un popolo di coraggiosi e nei cimiteri che fiancheggiano l'arena sta sepolto un battaglione di martiri.
Ebbene, se si disseppellissero queste vittime (mescendo cadaveri di gentiluomini e di plebei, di repubblicani e di realisti) si vedrebbe quanti si gettarono nella mischia, ebbri dell'ardente profumo di certi libri, storie della Montagna o della Vandea, dei Girondini o dei Dieci anni! Esquiros o Joly, Lamartine o Luigi Blanc!
Io li saluto questi morti, i quali resero il loro spirito, piuttosto che cedere la spada!
Io compiango, invece d'insultarli, quelli che vissero poveri e soli, al di l della frontiera e sopra tutto i miseri rimasti laggi, pi lontano, sull'altra riva dell'Oceano.
Ma diciamolo - non senza tristezza - in qualcuno di quegli eroi l'amore della battaglia era pi forte che l'amore del bene: si aveva maggior sete di polvere, che di giustizia: c'entrava pi l'ardore della mente, anzich quello del cuore.
Ah! perch non ho il diritto ed il tempo di parlarne? Questa cura me la prender, quel tempo lo cercher! Ma per ora, l'affermo, tutti, quasi tutti, questi cercatori di pericoli, questi difensori di bandiere, apostoli, tribuni, soldati, vincitori, vinti, questi martiri della storia, questi carnefici della libert, sono vittime del libro.
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LA DOMENICA D'UN GIOVANE POVERO .OSSIA: Il settimo giorno di un condannato.
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1. Non s'impegna alla domenica!
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Otto ore del mattino.
 giorno: jeri si  andato a letto tardi. Gli uomini di lettere fanno il sabato, come i calzolai il luned.
Sulla vostra scala si corre, si urta, si grida, si canta.  una serie di buon giorno, di baci e di grandi risate. Fuori, risuona la monotona e pesante canzone, intuonata dalle campane delle chiese. Dalla finestra entra una luce pallida e melanconica: il sole  freddo, tristi i suoi raggi, ed il cuore si serra per ignoto motivo. Si scopre una lacuna nel proprio romanzo, una inverosimiglianza nella commedia, qualche buco nei pantaloni. Non si ha coraggio di far nulla, ci sentiamo poveri, deboli ed imbecilli.
Come saranno lunghe e tristi le ore!
 domenica!
Ecco un creditore che sale: il signor Dimanche di Molire, riveduto e corretto dalla societ moderna. Oggi non si bastonano pi i creditori; essi non si lasciano prendere a gabbo, anzi voi stessi ne siete la vittima: presto o tardi, vi  necessario passare sotto le forche caudine di questo Sannita.
Nondimeno, il creditore della domenica non bisogna confonderlo col creditore degli altri giorni. Spesso  un compatriota il quale, perch appartiene al vostro paese, vi ha fatto credito d'un abito e di pantaloni neri, costume di cerimonia, cui avete sciupato e inondato di birra del Nord. Egli adunque, al mattino viene come un amico dopo il lavoro, a parlarvi de' suoi piccoli affari e de' suoi piccoli ragazzi, a mostrarvi la piccola nota del suo credito! Tenta conquistarvi dal lato della piet, piange sulle vostre coltri, vi offre i vostri abiti, li pulisce e per ridurlo a partire,  necessario nientemeno, che l'arrivo d'una visitatrice, cui fate passare per una marchesa vostra amante, mentre lui lo fate passare... per un'altra porta.
Egli parte, voi aprite...  una ragazza. Questa dama del mondo... che sapona... vi porta la biancheria settimanale, con un pezzetto di carta, imbrattato d'inchiostro, unito con uno spillo ad una camicia. Pur troppo conoscete quell'insetto; ne avete una collezione nel vostro tiretto, marcata con cifre diverse. Questa farfalla  grossa: tre lire e mezza. Avete venti soldi nella tasca del vostro gilet: come allontanare il nemico? Dandogli a lavare altra lingeria.
E se restate solo colla vostra camicia, chiamatevi fortunato! Tanti altri non ne hanno! Un certo poeta, che io conosco, quando vuol mutare biancheria, prende carta e penna, scrive sul rovescio Longueville, e si mette questa ghirlanda al collo. Non importa, vi sentite triste: quanto vi accade non  troppo gajo. Cosi lo spirito si guasta ed il cuore si amareggia. E quando, per distrarvi delle vostre dolorose meditazioni, tornerebbe necessaria una gioconda canzone, od uno scoppio di riso tra labbra rosee, sotto la vostra finestra, nella corte, una voce di donna canta con tono nasale e piagnone, qualche romanza di Paolo Herion. Non la si ode, se non in questo giorno.  il corvo che alza il querulo suo canto ebdomadario, che emette la sua piccola nota.  il la della domenica.
S'indossa il paletot, si aprono le imposte. Alle finestre vicine, uomini pelosi si sfregano il petto con salviette di tela gialla, giacch questo  il giorno della gran lavatura umana.
Sono onesti artigiani, che si lavano dalla polvere del lavoro, come i soldati da quella della battaglia.
Si discende.
Oggi la strada assume una fisonomia nuova. Non ci crederemmo pi nello stesso quartiere, nello stesso paese.
In luogo delle giovani in cuffietta che passano tutte le mattine col loro paniere da lavoro al braccio, non si veggeno se non damigelle in cappello, che corrono come il diavolo. Tutto il mondo, del resto, cammina presto in quest'ora: i vecchi, i giovani, gli uomini, le donne ed i facchini. Corrono da un amico, dal parrucchiere, dalla modista, dal nonno, dalla nonna. Si direbbero pezzi d'uno stesso serpente, che cercano riunirsi.
I pezzi maschili hanno dei copricapo, comperati in piazza od in quei negozi, ove sta scritto: Alto l! non passate senza leggere. Alle estremit delle braccia si stendono, con macchie, guanti di lana o di capretto nato-morto; in cima ai guanti, soavi pezzi di legno, che si dicono canne.
La domenica  il marted grasso dei guanti e dei bastoni. Uomini, che sembrano aver le reni rotte e che gettano le gambe da destra a sinistra, come se volessero privarsene, conducono a passeggio nelle vie fagotti, coperti di tela nera e danno di gomito ai passanti. Questi sciancati sono sarti, che si recano dai loro avventori.
 alla domenica, che si indossano per la prima volta le redingotes ed i calzoni.
Frattanto, presso i pizzicagnoli, le madri di famiglia in abito lacero ed i ragazzi sporchi sollevano il coperchio di latta delle cassette di salsiccia, appuntano la forchetta nelle budella che si vendono sotto nomi diversi ad una popolazione abbrutita, oppure comperano carne di porco cotta. La scrofa trionfa! Sui quais si vedono discendere uomini dalla fisonomia grave, dall'occhio meditabondo, che guardano con melanconia i pesci nell'acqua. Sono le vittime della pesca all'amo, francesi che, distolti alle ordinarie occupazioni dalla loro fatale mana, qui si raccolgono nel giorno di riposo, per soddisfarla con furore e per dimenticare sulla riva della Senna, i loro superiori, la moglie, i figli, la patria!
Lass, in mezzo alla strada, due rozze bolse trascinano una vettura, imbrattata di fango, nella quale un pierrot srenato dorme d'un sonno penoso sulla spalla d'un catin tolto al ballo. Ci troviamo soli in mezzo a questa folla, armata di bastoni, di guanti, di pacchi, di canne da pesca, ed invano cerchiamo nella mente qualche camerata, per istrangolare con lui la noja. Ove trovare i compagni, gli amici in questo giorno? Quello impiegato non trovasi in ufficio, un altro va da suo padre, un altro ancora presso la sua amante. Questi fa colazione a Batignolles, quegli cerca chi gliela paghi.
Si comperano i quarti di riso, od i quinti di cioccolata al solito caff. Ma non sono pi le stesse persone, le stesse piccole operaje oneste, le altre, che vi sorridevano come ad un socio di miseria, od i vicini di tavola, a cui toglievasi il Sicle. La serva  triste, il latte coagulato.
Che fare? moneta falsa? Non si hanno gli utensili necessari. Del denaro? ma presso chi e come? In tutta Parigi non si potrebbero oggi avere a prestito sette lire e mezza! Vi restano dei pantaloni, un paletot grigio, un gilet verde. Ecco il Monte di piet.
Insensato! ignorante! Il Monte di piet sta aperto anche alla festa, ma pei felici. Sino a mezzo giorno, si levano i pegni, ma: Non s'impegna alla domenica!
Aveste nel vostro taschino una lettera di cambio su Bapaumes Mirs, voi non potreste realizzarla! Banchieri e corrispondenti tutti hanno chiuso la loro cassa. La posta mut il suo orario, i corrieri partono pi tardi, persino le ferrovie celebrano la festa.
Le sanguisughe fanno riposo. I mercanti d'abiti sospetti, quelli che prestano cinque lire sul vostro paletot d'inverno, anche quelli l, chiudono bottega. Attraverso il vetro rotto, che porta un pezzo di carta sull'occhio, si vede tremolare qualche cencio e s'ode qualche rumore in fondo. Ma sarebbe inutile bussare: egli non aprirebbe: il vampiro sta digerendo.
Mezzogiorno.
Ove portare i suoi passi e qual luogo visitare? dice Ponsard.
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2. La Morgue.
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Forse si potrebbe trovare sulle lastre qualcuno di nostra conoscenza, a mo' d'esempio, il calzolajo. Tale spettacolo getterebbe un po' di letizia nel cuore. Ma no! Quella gente l non muore, se non  pagata. In questo caso, le resta ancora molto tempo da vivere!
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3. I caff.
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Durante la settimana, si passa qualche ora al caff. Se non si possiede denaro, resta sempre un amico presso cui sedersi, come se si trattasse di confidargli qualche segreto. Quando il cameriere domanda: Che vuole il signore? Un grog, od una mezza tazza? gli si risponde con un no significativo. Il garzone, che conosce questo genere di consumazione, s'allontana, e si passano due ore al caff. Ma oggi, un'altra popolazione invade le sale; anche quelli la cui figura ci  nota, mutano aspetto ed assumono una diversa fisonomia. I consumatori sono agitati, clamorosi. Giuocano interminabili partite alle carte, od agitano come un rosario di vecchi denti, un grosso giuoco di domino, cui fanno saltare con frenesia, attendendo il momento propizio, per isbarazzarsi d'un doppio.
Fa d'uopo rassegnarsi. Si pesa nella tasca quanto rimase, dopo colazione, del povero pezzo di venti soldi: si conta, si delibera, e si domanda mezza tazza semplice. Con tristezza si contemplano le caraffe dal ventre giallo, le quali non si sbottonano, pur troppo! se non al prezzo di venti centesimi.
A voi d'intorno, uomini robusti dal viso roseo, in gilet lungo, con calzoni corti e uose gialle, inondano la gola con insolente generosit e prodigano a loro stessi liquori d'ogni specie. Sono i lacch delle case ricche. Eglino portano fieramente sull'orecchio il loro berretto di velluto, od il cappello dalle tinte lucenti, l'elmo di cuojo della servit.
Cercate i giornali? Tutti trovansi in lettura. Un signore cogli occhiali getta via il Figaro, con aria di sprezzo. Voi l'afferrate. Infelice! L'hai letto e riletto coll'Illustration, col Mond illustr, col Journal amusant e con tutti i piccoli giornali nojosi, che portano la data d'oggi e sono d'jeri.
Allora ci dirigiamo tristamente verso il bigliardo.  tutt'altra cosa. Vi si giuocano partite a quattro persone:  una foresta di stecche in delirio. Si fanno rotolare piccole palle di legno dipinto su regoli sporchi.
- Badate alle gialle!..... dice un alsaziano.
- Sono io che ha le nere, borbotta un altro.
- Ed io le rosse! grida un marsigliese.
E tutte quelle persone vi danno colpi di stecca nella testa, poi vi domandano scusa. Ed i colli si tendono, le gambe si alzano: eglino seguono le palle d'avorio cogli occhi, colle reni, colle parti posteriori.
- Forzate la bianca! - Basta! la rossa - Passa di dietro - Va presto! - L! - Benissimo! -  a tiro!
Mentre gli uomini giuocano, le donne ciarlano e cercano le vignette sui giornali.
Ci leviamo. Per arrivare al nostro cappello dobbiamo camminare sulle code dei cani, sulle teste dei bambini, sciupare le sottane, far cadere qualche bicchiere, e per sopramercato sentirsi dire a mezza voce: "Imbecille, stolido, antipatico!" State per aprire la porta, una voce sinistra pronunzia il vostro nome. Vi volgete.  un vostro creditore, che sta bevendo con un collega. Ecco come vi parla ad alta voce: "E quando vi ricorderete di me? La dura da lungo tempo! Non mi restituite neppure un pezzo di rame.". E tutto ci vien detto con un'ipocrita discrezione, affinch i vicini possano intendere e rimuovere le loro sedie. Non andate al caff alla domenica! Non vi si trovano che servitori e creditori. La domenica, s triste per l'uomo libero,  il giorno di festa dei vinti.  in quel d che i regolamenti aprono ai visitatori le porte delle prigioni e degli ospitali.
I rinchiusi a Santa Pelagia dagli avvenimenti politici, quelli che espiano nel triste giardino di Clichy le loro follie di giovent, tutti questi esiliati dalla vita militante, attendono fremendo le visite degli amici. I cuori battono nella prigione, quando il passo del guardiano risuona nella galleria. "Vengono per me?" dicesi ciascuno, aguzzando l'orecchio. E si riprende triste e sconfortato la sua passeggiata solitaria, se  un altro il nome pronunciato dalla voce indifferente dell'uomo, col berretto stellato d'argento.
Negli ospitali, poveri giovani dalle guance infossate, dagli occhi spenti, tendono attraverso le sbarre le loro mani, tremanti di freddo. Triste spettacolo! Da questo lato, la salute e la vita, ma l'inquietudine ed il dolore.
Dall'altra parte, nell'anticamera della morte, casacche grigie e berretti di cotone bianco, che non fanno ridere, ve lo giuro, e che ricadono in tristi pieghe su pallidi visi.
Ma nel mondo ove noi viviamo, non si va all'ospitale, che per bere del vino o per morire. I vecchi ed i giovani lo sanno. L'amicizia d'un medico vi apre per qualche giorno il refettorio. Sono le tregue della salute, ove per turno s'arrestano tutti quegli ambiziosi, i quali corrono la posta sul cammino della gloria. Per quindici giorni si colazione e si desina, si beve del sangue di roastbeef e d'uva. Si abbandona la greppia un po' pi grassi e un po' pi pazzi, per inforcare di nuovo il proprio destino, e divorare la via.
Perch recarsi da costoro? perch visitare gli altri, quelli che son venuti soltanto per morire? Per dieci anni, hanno visto sospeso un punto d'interrogazione nel loro stomaco vuoto. Potr mangiare oggi? Manger domani? Credevano di non esser arsi dalla fame, perch sentivansi animati dalla febbre, la quale coloriva i pallidi loro visi, accendeva i loro occhi lucenti. Hanno riso in faccia alla miseria, ed essa si  vendicata. Non potrebbero trascinarsi nemmeno sino al parlatorio e per discorrere con loro del tempo passato, per ascoltare le loro ultime parole, il giorno  mal scelto. Al morente che mormora  necessaria la santa maest del silenzio. Ed in quelle sale, gi s tranquille, sta per entrare con impeto una folla volgare. Sul giallastro pavimento passano, segnando un solco, le scarpe ferrate dell'operajo e gli zoccoli del contadino: triste accompagnamento per un De profundis.
 brutto morire la domenica!
Anche le chiese non hanno l'aspetto solenne del tempio, ove vengono ad inginocchiarsi le Maddalene.
Vi accorrono troppe civette e troppi indifferenti: solo la carit veglia alle porte. Le dame della questua tendono colle bianche loro mani la borsa ornata d'acciajo; vi lascio cadere un soldo. Lo svizzero, che giuoca col ferro della sua lancia, mi getta uno sguardo di disprezzo.
Uscendo dalla messa, alcune donne vestite di nero si riuniscono e s'avviano al cimitero: vanno a piangere sulle tombe, ad ornare la cancellata d'un sotterraneo od il braccio d'una croce nera, con una corona di semprevivi. Solo i sepolti nella fossa comune dormono senza fiori e senza preghiere.
Due ore.
Le case sono vuote, i magazzini e le porte chiusi. Tutta Parigi  fuori e perci la maggior parte delle vie, deserta. Quelli che passano, camminano lentamente e senza rumore, come gente che segue un feretro. Si direbbe che domina il cholera, o la guerra.
Non pi carri ruotanti con fracasso sul selciato; non pi carretti che s'urtano sull'angolo delle vie! Essi dormono nei cantieri sotto le tettoje e nelle corti, le reni al basso, le braccia in aria. Abituati al gemito delle ruote, al nitrire dei cavalli, alle bestemmie dei carrettieri, vediamo con tristezza passare le piccole vetture di piazza ed i lunghi omnibus, condotti da cocchieri muti.
Il monello di Parigi, questa locusta della strada, non  pi l a sgambettare tra le bestie e le gambe degli uomini, lanciando al vento il suo fischio, o la sua canzone. Il grido nasale dei mercanti d'abiti, la fanfara del venditor d'acqua, la lagrimosa cantilena del savojardo; tutti questi rumori sono spenti, spenti tutti gli echi! La vita sparve: anche i viventi non hanno pi il soffio dello spirito.
Durante la settimana si va e si viene, si incontra, si d di gomito, ozioso od impiegato, ricco o povero, deputato, artista, operajo, fannulloni e facchini, tutti s'agitano, escono di qui, corrono laggi, cercano questo o quello, del pane, della gloria, una donna, una rima, un milione. Vanno all'ufficio, al corso, al giornale, all'officina, presso il notajo, presso l'usurajo.
Oggi vanno a passeggio. Stupida parola! Tutta Parigi trovasi sui boulevards, in via di Rivoli, nei giardini pubblici, alle Tuileries, ai Campi Elisi. Lungo i marciapiedi ed i viali, si vede camminare a piccoli passi una folla tranquilla, sparsa di redingotes verdi e d'abiti neri, di cuffie e di cappelli con piume: di tratto in tratto passa un allievo della Politecnica col mantello sulle spalle, un allievo di Saint-Cyr colle mani nei calzoni rossi: qui come al caff, come ovunque, abbondano i bimbi: alcuni sono vestiti alla zuava, coi calzoni aperti posteriormente.
Come  triste e volgare questo viaggio attraverso la folla pigiata, ove si mischiano e si i urtano gli attori in vacanza della gran commedia umana! Neppure una figura risalta con linee simpatiche, sul monotono sfondo del quadro.
Jeri, l'altro jeri, in tutti gli altri giorni infine, i volti riflettevano lo spirito, il labbro era piegato, rapido il passo, vivo il gesto, la fronte inquieta, l'occhio ardente.
Oggi la maschera  caduta: non si vedono se non teste banali sopra spalle ben coperte: sorrisi insignificanti: arie stupide. A domani gli affari seri, le fisonomie illuminate dal fuoco delle passioni grandi o piccole, la cupidigia, l'ambizione, l'amore...
Vi parler delle vetture piene, degli omnibus completi, dei negozi di tabacco affollati? I cavalli sono sempre in corsa, i conduttori non ascoltano, mentre fumano sigari d'un soldo!
Sulle piazze, i saltimbanchi torcono le reni ai loro ragazzi: avanti l'obelisco, gli ottici in miseria insegnano un'astronomia rivoluzionaria e mostrano la luna ai passanti.
Attraverso la folla passano come serpenti bruni, compagnie di collegiali abbrutite, condotte da un pedagogo colla barba rossa e precedute da un servo, stretto in un abito da prefetto, col colletto ricamato. Due o tre piccoli mulatti segnano una macchia nera fra quei giovani bianchi. Povero fanciullo! Povero uomo! ancor pi a compiangere di me stesso.
Eglino sono prigionieri ed io libero!
Libero?
No, tu non lo sei, girovago in paletot senza pelo, in cappello rosseggiante! Tu passi triste, umile in mezzo a tante persone in abito nuovo: tu hai paura d'incontrare qualche amico ricco, od il protettore possente: tu non osi guardare in faccia le belle creature, sdraiate nella loro carrozza di seta e di velluto! Tutto il mondo ha l'apparenza d'esser felice, i galantuomini ed i bricconi, gli eleganti ed i grotteschi, gli artisti ed i notai, i bellimbusti dai baffi profumati e dai grossi favoriti, le celebri impure e le modeste operaje, i padri di famiglia e le madri a nolo; nelle tasche del pi misero impiegato, del pi povero artigiano, si odono risuonare monete d'argento, cui faranno saltare sotto la forma d'un coniglio all'osteria, o d'una modista al Casino.
Nella tua tasca invece che possiedi? Un manoscritto sporco sul margine, con un titolo.... che non si sconta alla banca.
Tutti i piaceri ti sono proibiti. Non entrerai neppure al caff-concerto, ove gli avanzi del Conservatorio e della via Breda scorticano Auber o Rossini: il padrone sorveglia quelli che v'entrano.
Ti restano Pulcinella, i maccaroni, l'altalena; rovinandoti, potresti salire sull'arco di trionfo, entrare nella colonna Vendme o farti pesare, per vedere di quante libbre si dimagra ogni anno, merc le lettere.
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4. L'amore.
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 vero che ci resta l'amore!
Ma il giovane povero ha per amanti le amanti di tutto il mondo, o la moglie altrui.
Quelle di tutto il mondo frequentano le regioni ove fiorisce la tazza di caff, il desinare a trentadue soldi, il cavallo di legno o la quadriglia scapigliata: elleno s'avvicinano soltanto alle tasche gravide.
L'altra poi, la donna altrui, la moglie adultera, non  libera oggi. Per voi tutta la settimana: al marito la domenica.  lui che slaccia il corsetto a Fanny, oppure sono i bimbi in vacanza, poveri esseri di cui si  gelosi e che difendono la mamma colla loro innocenza. Oppure sono i genitori dell'adultera, che vi guardano come un nemico, sicch vi sentite.... quasi presi dal rimorso.
5 ore, 40 minuti.
La folla ritorna, i giardini pubblici si vuotano, le vie si affollano di nuovo, le osterie cominciano a riempirsi. Il padrone stira le salviette, asciuga i bicchieri, fa premura al cuoco, rimbrotta il caporale, questa vittima dell'esercito di cucina.
Nondimeno, tre famiglie vi sono gi installate. Una julienne apre il corteo di Balthasar, succedono due altri piatti, il rognone salta, il borghese freme, comincia l'orgia! Attraverso i vetri si vedono marito e moglie che leggono la lista, domandandosi con aria tragica: "A che abbiamo noi diritto?"  questo il primo grido che sfugge dalle due bocche. Si consultano. Domandano del fagiano! Vi  adunque della gente, in pieno secolo diciannovesimo, dopo sessant'anni di rivoluzione, dopo tanti casi d'asfissia, che domandano del fagiano nelle osterie a trentadue soldi!
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5. Il verme solitario.
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Per quanto siano cieche le minestre, e simile al fagiano la vivanda venduta come fagiano, la vista dei piatti che passano mette il ventre di buon umore: i denti s'accostano; lo stomaco trasalisce. Il verme solitario si dimena. Ogni letterato porta in s da dodici a quattordici metri di verme solitario. Egli non si libera dell'ultimo centimetro, se non il giorno in cui arriva alla fortuna. Le buone comari nutrono il loro verme col latte, noi uccidiamo il nostro coll'inchiostro.
Ma  tempo di pensare al nostro pranzo, al pari di tutti gli altri! Macchinalmente, ci dirigiamo verso la nostra pensione.
Ahim! luce e silenzio generale! Un brivido ci corre nel ventre.  il lasciate ogni speranza di Dante: regola dello stabilimento...
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6. Non si desina alla domenica!
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Resta l'amico commesso; o pedagogo, che vi ha dato appuntamento sotto l'Odon a sette ore, per passare insieme la sera, prendendo qualche cosa. Gli schiavi posseggono sempre un po' di denaro nelle loro scarpe. Invece di qualche liquore, egli v'offrir un po' di pane e di salsiccia, l'implacabile salsiccia.
Abbastanza non si conosce nei nostri tempi l'influenza del porco sulla letteratura. So d'alcuni letterati, ora sulla via che conduce all'Accademia, i quali hanno mangiato qualche chilometro di salame, durante gli anni di noviziato.
Alcuni fra quelli, i quali non seppero resistere al digiuno, abbandonarono le alture del Parnaso e del quartiere latino, per diventare impiegati in qualche ufficio, studio o magazzino. Lo credereste? talvolta rimpiangono quei tempi di dolorose emozioni. Soffrono la nostalgia del salame, quegli spostati.
Avvene altri, al contrario, a cui il regime pervert le idee, i sentimenti, lo stomaco. "I porci mi fanno paura, dicevami un'antica vittima del salame letterario; amerei meglio custodirli, che mangiarne ancora!"
Frattanto, si continua a passeggiare di lungo in largo. Le botteghe dei librai sono chiuse. Solo due allievi della Scuola normale ed un uomo con cappello a punta leggono i fogli della sera presso il padre Brasseur, venditore di giornali. I passi risuonano sul selciato, come nei corridoi di un castello, ove s'aggirino ancora delle ombre. Qui i risorti appajono in fondo alle gallerie, fra le barriere.
Sono i sergents de ville, che impediscono di scuotere le catene. Queste ombre attendono che suonino sette ore e mezza all'orologio del monastero, per perdersi nelle catacombe. Vi sar tragedia questa sera: Britannico.
E voi attendete ancora, collo stomaco nelle gambe ed il fuoco nel cervello! Ma la salsiccia non viene: gli intestini mormorano, il cuore si serra: il cuore, il vero ammalato. In questo duello contro la fame, non  tanto lo stomaco che soffre, quanto lo spirito. Nello spettacolo della propria impotenza havvi un non so che di triste e penoso, che spinge alla rivolta, ed il polso batte meno forte del cuore.
Ecco cosa vuol dire aver fame in un paese di orgogliosi!
Allora si va a gironzare per le strade, e, per una feroce ironia della sorte, si passa davanti ai pi celebri restaurants. Si  presi alla gola dal profumo delle salse: ci fermiamo coll'occhio torbido avanti quei bacini artificiali, ove si torce nel getto d'acqua il cardinale del ruscello.
Nell'interno, i cuochi vestiti di bianco, come i sacrificatori del tempo passato, tengono acceso il fuoco, fanno volare i coperchi, infilzano nei ferri le morbide pernici, dal ventre reso azzurro pei tartufi e pei gigots alla Rubens, che piangono a calde lagrime nella leccarda: la cipolla fischia, il burro canta.
E di fuori: freddo e fame.
E quella canaglia dei caporali, che bagnano il dito nella salsa e se lo succhiano tutto!
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7. La cena del borghese.
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Laggi, lontano, abita una famiglia del vostro paese, che cena a otto ore, e sulla cui tavola sta sempre imbandito il vostro piatto la domenica ed i giorni festivi; ma la madre  idropica, la figlia quasi idrocefala, il padre quasi idrofobo. Egli morsicherebbe volontieri le gambe a chiunque gli parlasse di pittura, teatri o letteratura. Non lo si visita senza museruola.
9 ore.
Come uccidere il tempo? qual rifugio ci resta?
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8. L'osteria.
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Essa  affollata, eppur vuota; vi si trovano duecento consumatori, e non vi si incontra un amico. Gli uni giuocano; altri mangiano il gigot all'aglio in seno alla famiglia; qualcuno desina da un amico sposo di recente, che diede addio alla vita avventurosa e mette carne al fuoco tutte le domeniche. Che Dio faccia bollire la marmitta!
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9. Il ritorno.
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Si ritorna macchinalmente verso il proprio quartiere. A mezzogiorno le vie sembravano tristi. - Figuratevi a quest'ora.
Tutto  chiuso:  la notte,  la morte.
Quei magazzini ove jeri s'urtavano legioni di commessi, ove il lusso spiegava le sue meraviglie in un torrente di luce, sono vuoti e disposti come le tombe, lungo la via Appia. Spento  il gas, chiuse le imposte. - Ed i viandanti vanno tastando le muraglie, sturbando gli ubbriachi e spaventando le coppie amorose, che si baciano sotto le porte.
Qualche bottega per rimane ancora aperta.
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10. I droghieri.
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Il droghiere non  pi quell'essere beato e pacifico che voi conoscete. Nella retrobottega egli celebra la festa. Desina col fratello e col cognato; il padrone, la padrona, e persino il signor Teodoro, il garzone dal naso violetto, tutti giuocano alle carte intorno ad un tavolo rotondo. S'irritano a lasciar il giuoco per il banco, vi servono mormorando, incassano senza ringraziarvi, e ritornano precipitosamente nel retrobottega.
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11. I cambiovalute.
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I pezzi da cinque lire pi non danzano sulle bilance: i biglietti di banca pi non si strofinano sotto le unghie; soltanto di tratto in tratto qualche funebre inglese entra da un cambiovalute e risveglia i luigi addormentati nella scodella.
Solo rimangono aperte le botteghe dei farmacisti, degli erboristi, dei mercanti di formaggio e dei venditori di carbone.
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12. I carbonai.
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Quale strana esistenza! Scavarono un buco al di sotto d'una casa. Il carbonajo scese laggi, portando seco la sua leva, quattro pesi di quaranta, ed alcuni cadaveri di faggi tagliati in pezzi, su cui s'avventa come un assassino sulla sua vittima, a colpi d'ascia e di scure.
Poi fa venire il carbone, questo legno negro; si getta sopra di lui, lo scarica, lo ammucchia, a grandi colpi di zappa fende il cranio a quelle pietre nere, come fossero crani di mori dissotterrati o d'orsi bruni: il cervello vola in pezzi ed inonda delle sue molecole le mani ed il viso del carbonajo. E cos pure la carbonaja! E cos pure i piccoli carbonai, che laggi balbettano le loro preghiere e mettono i denti. L'acqua l sotto serve per lavare dai nembi di polvere: essi vendono l'acqua, al pari del fuoco e comperano la terra. Di questa maniera vivono in un antro, esiliati, sotto una nera corazza, non levandosi mai la maschera, neppure la domenica.
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13. Misteri.
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Dietro vetri imbrattati di grasso, boccali sporchi, colmi di polvere biancastra. Sopra traversi di legno, pompe aspiranti ad uso dell'uomo, bende di cuojo da gendarme e portamonete cuciti di filo bianco.
Sulle lettere dell'insegna posta all'ingresso, pendono, come capelli gialli, mazzi d'erbe secche, strofinacci di paglia; d'ambo le parti, come pendenti alle orecchie, rosari di papaveri. V'ha di tutto in questi luoghi: spugne che destano sete, soltanto guardandole, pomate, foglie di ninfea, spazzole per le scarpe e per il ventre, gramigne di ogni forma, per pulire il velluto e gli intestini. Sul vetro di mezzo, questa iscrizione misteriosa:
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14. Erbe e sanguisughe.
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Costoro non chiudono mai, mai! E nondimeno non si vede entrare alcuno in quelle spelonche! Non vi si fa verun rumore, e vi si accende soltanto una candela.
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15. Le Farmacie.
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Stanno ancora aperte le  Farmacie.
I farmacisti, questi erboristi del gran mondo, coi loro boccali verdi, col loro odore acuto ed antipatico, coi loro serpenti nello spirito di vino ed i feti confitti.
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16. I paradisi profani.
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Il vizio non fa mai riposo; le donne perdute trascinano la loro uniforme nel fango; sulla soglia delle vie oscure pendono bianchi grembiali sul ventre delle matrone:  la bandiera del reggimento .
10 ore di sera, Albergo della Stella, camera 19.
Come  triste, il tempo!
Jeri eravamo storditi dal rumore: oggi lo siamo dal silenzio. Null'altro che la voce degli orologi, i quali si parlano da un campanile all'altro! Negli altri giorni si tende l'orecchio, si contano i colpi; essi suonano l'ora del lavoro o del piacere, annunziano un accidente, ricordano una promessa od un dovere.
In questo momento le ore, suonando ad una ad una, vi dicono soltanto che voi invecchiate, triste e sconosciuto, trovando lunghe le giornate, brevi gli anni!
Senza volerlo, ricordiamo le domeniche della giovinezza, o quelle feste giulive, che passano s presto in campagna. Ed in questa muta solitudine, in questo giorno di tregua, in cui la voce del pericolo non  ancora coperta dal fragore della lotta, la febbre vi assale, il cuore batte con istrazio.
La soffitta vi par melanconica come la cella del prigioniero, o come la camera dell'esule.
Ci mettiamo a letto, ma non si riesce a chiuder occhio; ci mettiamo allo scrittojo, ma scriviamo cose ben meschine.
Se queste pagine vi sembrano tristi o stupide, vogliate perdonarmi! Le scrissi una domenica.
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IL BACCELLIERE GIGANTE.
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Capitolo 1.
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 l'ultimo giorno della festa di Montmartre. Odo un pagliaccio raffreddato vociare sul palco d'un saltimbanco, mentre batte col bastone il petto d'un gigante dipinto all'olio, intorno al quale s'affollano (sul quadro) duchesse e diplomatici color ciliegia.
Entro, perch ebbi mai sempre la mania dei mostri. Vi sono poche teste d'idrocefali, di Ciclope o d'Argo, schiacciate o rotonde, quadrate o piatte, ch'io non abbia tastate, misurate, e sulle quali non abbia fatto toc-toc, per sapere che vi fosse dentro.
Discesi sino ai nani, e feci il giro dei colossi: serrai fra le braccia gente che non ne aveva, ed altri che ne avevano di troppo: vidi uomini dalle zampe di gambero e feci ritoccare da un imbrattamuri alcuni selvaggi dei mari del Sud.
Non gi che io ami l'orribile! ma volevo sapere quanta intelligenza si trovi in quei corpi mal fatti, e quanto di uomo contengano quei mostri.
Mi domandava come durassero quelle esistenze eccezionali, quelle vestali maschili e femminili della deformit e per iscoprirlo, quante volte salii la logora scala che sta dietro alle carovane trasportandomi, in sei gradini, dalla vita reale alla vita mostruosa, popolata di comiche meraviglie e d'esseri senza nome!
In questo luogo, il teatro era assai meschino. Consisteva in alcune assi mal fisse su travi logore: il vento agitava i muri di tela e la pioggia passava attraverso il velum tagliato nel ventre d'un vecchio materasso.
Ma gli attori, alla prima occhiata, m'eccitarono la curiosit. Erano soltanto tre e si presentavano uno per volta: il pagliaccio che d'una voce fessa cantava la Bella borbonese; una donna dallo sguardo dolce, dalle braccia dure, che agitava nelle sue mani ancora bianche l'asse d'un carro; infine, per aver l'onore di ringraziarci, il gigante.
Era un giovanotto magnifico, di trentadue a trentacinque anni, dalla figura bruna e triste, che portava, non senza grazia, un'uniforme da generale.
Cominci il suo discorso, ci raccont ove era nato, poi d'un tratto cambiando tono:
- Ho fatto i miei studi, disse egli, parlo cinque lingue e sono baccelliere.
Vi ebbe un movimento nell'uditorio, composto di sette od otto operai oziosi, militari e servette.
Poi continu:
- Se questi signori vogliono farmi l'onore d'interrogarmi in inglese, italiano, greco, latino e francese, risponder in tutte queste lingue.
Ed il pagliaccio, avanzandosi sulla scena, grid:
- Lingue viventi! Lingue morte! Ors, cominciate voi, signore dal libro!
Quella frase era a me diretta. Tenevo sotto il braccio non so quale volume: la folla mi guard sogghignando: mi sentivo umiliato dal gigante.
La mia curiosit e l'amor proprio s'immischiarono in tutto ci, sicch diedi principio ad un assedio in regola contro il sedicente baccelliere. Lingue vive non ne parlavo, ed i saltimbanchi le imparano viaggiando. Condussi adunque la pugna sul terreno delle lingue morte e dovetti ritirarmi, lo confesso, sconfitto, stritolato! Egli sapeva a memoria l'Eneide ed avrebbe tradotto Pindaro a prima vista.
Il pubblico divertissi assai della mia confusione, diede i suoi due soldi ed usc: io invece restai.
Il fenomeno previde le mie interpellanze, e discendendo dal suo teatro (dopo aver appeso il cappello dalla piuma tricolore) cos prese a parlarmi.
- Voi vi domandate, signore, come mai si possa essere gigante, dopo essere stato fatto baccelliere, e come si sappia cos bene il greco in una baracca. Desiderate conoscere questa storia? Ve la racconter. Venite questa sera sul boulevard des Amandiers all'albergo del Cane sapiente; attendetemi nel caff vicino; ad undici ore vi sar.
La grancassa intuon bum! bum! bum, in quel momento.
-  la parata che finisce, disse il gigante; devo ritornare sul trono. A questa sera adunque e sopratutto, aggiunse sottovoce, non ne parlate.
Rimontai: il pagliaccio sul palco scherz colla donna erculea. Poi la baci quasi sulla bocca, d'un tratto, facendo risuonare le sue labbra.
Allora, attraverso la tela rotta, vidi sollevarsi il sipario del teatro ed il gigante mostrare la sua testa, pallida come quella d'un morto.
Alla sera mi recai all'albergo del Cane sapiente, ove il gigante non si fece attendere. Aveva mutato il suo cappello di piume con una berretta di velluto lacera, e gettato un mantello cencioso sui calzoni rossi.
- Saliamo, disse egli, se vi aggrada; la mia camera  lass, sotto il tetto; vi resteremo soli e potr discorrere liberamente.
Lo seguii: entrammo in una stanza decente, in fondo d'una scala fangosa, al quinto piano. Egli si abbass per passare dall'uscio, e si tenne piegato fino a che fu seduto; poi accese una candela.
Gettai uno sguardo intorno alla camera: nulla vi tradiva il saltimbanco: in una piccola libreria di legno bianco stavano schierati alcuni libri coi margini d'oro, tinti di bleu, od ornati di palme, che s'incrociano, con nastri verdi, o rossi, per segnare le pagine.
- Sono i miei premi di collegio e di scuola! disse il gigante. Volete vedere il mio diploma?
Apr un tiretto; nel frugare, mi cadde per inavvertenza sotto lo sguardo un medaglione, cui il gigante nascose bruscamente sotto le carte.
Non potei vedere qual era il viso dipintovi, ma il baccelliere aveva gi indovinato il mio gesto.
-  lei, la donna erculea, quella della baracca, che si lasciava baciare s bene questa mattina da Betinet. Ed ora, ecco la mia storia, ve la narrer tutta. Mettetevi a vostro agio e datemi ascolto, finch vi annojer. - Mi reca piacere il discorrere con un uomo, che ha una testa sola.
Portai macchinalmente la mano sul capo per vedere se ne aveva uno solo: il gigante sorrise e cominci.
- Nel mio discorso vi dissi, che nacqui sul punto pi elevato delle Alpi, da un padre nano e da una donna microscopica, che fummo sette nella mia famiglia e che sono il pi piccolo de' miei fratelli. La verit si  che non ho fratelli e che i miei genitori non erano mostri.
Studiai in seminario, diventai baccelliere a Tolosa e passai la coscrizione nel mio villaggio. Otto giorni prima di sprofondare la mano nel sacco dei numeri, aveva sottoscritto, per isfuggire la caserma, un ingaggio universitario di dieci anni: preferivo diventar istitutore in un collegio, che tamburo maggiore nell'esercito.
E feci bene; giacch estrassi il numero 11, detto i due flauti, o le gambe del signor sindaco, qualificate ora i trampoli del gigante.
L'indomani, venni installato nel collegio e mi vennero affidate le classi dei piccoli.
Poveri piccini! quando videro entrare nella loro sala bassa, tempestata d'inchiostro, questo gran diavolo che non finiva pi, provarono un brivido di spavento, ma dur pochi giorni quel timore. Scorsa appena una settimana, non mi temevano pi e dal lato della autorit io, Golia, non arrivavo al ginocchio d'un magro ometto di cinque piedi, il quale non pesava due oncie, eppure d'un gesto faceva rientrare sotto terra i ribelli.
Si divertirono tanto alle mie spalle, misero tanti crini nel mio letto e pece sulla mia sedia, che mi tolsero di l per darmi un'altra classe. Era un avanzamento, e, come spesso avviene, non lo dovevo alla mia capacit, ma alla protezione del vicario generale, che mi professava riconoscenza, per non aver portato negli ordini la mia taglia compromettente. Avrei fatto ridere del buon Dio, dando la benedizione e non avrei potuto sedere nei confessionali.
Appena appena potevo vivere in collegio; mi picchiavo la testa entrando nelle classi, rompevo i soffitti, urtavo le lampade; nelle cerimonie, io solo richiamavo l'attenzione, sicch il proprietario ne era geloso. Eppure vivevo assai felice, trovando modo di spedire a mia madre qualche economia, e rendendomi utile, rannicchiato nella mia modestia. Quando venivano i capi, m'inchinavo a terra. Perch non avessero troppo ad alzare il capo, abbassavo quanto pi potevo il mio, mi piegavo in quattro od in due: beffavansi essi di me ed io li lasciavo fare. Terminato lo scherzo, mi rialzavo: credevano ch'io non avessi udito le parole direttemi dall'alto ed i fanciulli se la godevano. Ci avviene ovunque, nell'universit, nel governo, nelle banche. Vedrete sempre i nani tormentare i giganti.
Dal canto mio, le derisioni dei colleghi o degli allievi non mi irritavano e talvolta persino mi divertivano. Ma quando, per caso, qualche ragazzina o qualche giovinetta, mi mostrava a dito mormorando: "Sono due: ha suo fratello al disopra.  fatto di legno, Giovanni lo spazza ragnatele!" Quelle comiche frasi mi soffocavano, il cuore si scuoteva, e s che l'ho pi grosso della mia taglia!
Nondimeno, la giovent fremeva nelle lunghe mie membra: la solitudine mi pesava, la notte facevo sogni d'amore, melanconicamente strozzato in una pelle d'Ercole.
Un giorno mi venne un'idea: domandai in isposa la figlia d'un collega, presso cui mangiavasi maggior quantit di pomi di terra cotti nell'acqua, anzich di rostbeaf e che si faceva pagare le ripetizioni in formaggio. Avevo indossato calzoni abbastanza lunghi e portato meco il conto delle mie economie. Ahim, la giovanetta mi rise sul naso, ond'io uscii, lasciando un po' de' miei capelli sul soffitto ed al disopra degli usci. - Era il mio primo passo, ma fu anche l'ultimo; rientrai silenzioso nell'oscurit. M'arrivarono alcune lettere profumate d'ambra, in cui mi si dava appuntamento. Mi vi recai tremante e ne ritornai scornato. Mi davano convegno per vedere in me un mostro: volevano scoprire com'era fatto un gigante. Una o due volte mi diedero appuntamento, ma non vi andai, attendendo un accidente che diminuisse la mia tristezza o che mi abbattesse del tutto.
Ah! quante volte, facendo prendere un po' d'aria a miei sei piedi e cinque pollici, la sera, sotto i vecchi alberi, l'uomo parlava ed il gigante scompariva. Stirandomi le membra, alzavo gli occhi al cielo. La mia ombra spiccava immensa ai raggi della luna sulla sabbia gialla e metteva paura alle giovani coppie, che parlavano sottovoce sotto le piante.
Le sentinelle si fermavano nella loro passeggiata notturna e dicevano:
" il tamburo maggiore, che ha bevuto."
Povero tamburo maggiore! Prendevano le mie imprecazioni come sue bestemmie e le mie follie come sue ebbrezze. Un giorno, stanco dell'equivoco, quel soldato disse in un'osteria, che mi avrebbe proibito di passeggiare, non volendo passare quale ubbriacone, per colpa d'un imbecille.
Cos trascorreva la mia esistenza: sere di rassegnazione e sere di tristezza. In una di queste udii un gran rumore nella via e sporsi la testa dalla finestra.
In quel momento Dio decise della mia esistenza. Fu crudele o buono? non lo so. Devo al caso il non essere pi un uomo, ma una curiosit e ci  certamente doloroso. Ma se subii terribili sofferenze, ebbi altres momenti felici, e per quanto sia un mostro, non darei i miei dolori per le gioie degli altri.
Era una compagnia di saltimbanchi che faceva il giro della citt, annunziando a suon di trombone e di gran cassa, che all'indomani e nei giorni successivi darebbe rappresentazioni sulla gran piazza del mercato.
Tre Tedeschi dalle labbra gonfie, dagli occhi dolci, in redingote color oliva ed in berretto verde, soffiavano, dimenando la testa, nell'ottone e nel legno; ma d'un tratto, tutti presero parte alla musica: la piccola cassa suon la diana, le catube quasi quasi si rompevano l'una contro l'altra, il clarinetto morse sino al sangue il naso del suo istrumento, ed il trombone lanci al vento grida selvaggie. Apparve la direttrice della compagnia.
Ella comp il discorso del pagliaccio, fece l'elogio della sua truppa - la truppa della signora Rosita Ferrani! - e promise che avrebbe fatto ogni sforzo per guadagnarsi gli applausi del pubblico. Io l'ascoltava pi meravigliato che commosso; ma quando, finito il discorso, si mise a danzare, accompagnandosi colle castagnette, la taglia stretta del suo spencer di velluto nero attillato, il petto gonfio e le braccia nude, il sorriso alle labbra, i capelli sciolti, il mio sangue si scosse, sulla mia fronte corse un soffio di vento infuocato, il petto mi si allarg e tutta la persona si scosse nella sua lunghezza, avanti quella statua palpitante di volutt e giovinezza.
Vedevo passare e brillare, come in un turbine, le sottane costellate d'argento, il diadema colle perle azzurre, i nastri verdi, la sciarpa rossa ed il mio cuore batteva; batteva all'unissono coi grelots dei braccialetti, che pendevano dagli eburnei suoi polsi. Infine si ferm, ansante e superba, la carne brillante sotto la maglia, col busto, agitantesi sulle anche lascive e pallida di quel pallore, che deriva dalla fatica o dall'emozione.
Distratta, pos i suoi occhi su di me, rimirando i miei sei piedi e cinque pollici con meraviglia. Rivolsi altrove lo sguardo e m'allontanai, mentre ella mostrava ai musicanti quel gran fantasma che fuggiva.
Ma l'indomani, prima della lezione della sera, mi trovai sul posto quando ebbe principio la rappresentazione. Ritornai i giorni successivi, ma ogni volta ella mi mirava, scappavo, vergognoso e commosso, facendo gridare il gruppo di persone, ch'io sturbava fuggendo. Gironzavo senza scopo nella campagna dopo la scuola: avevo la febbre nel cuore ed il fuoco nella testa: e si dice che fa freddo sulle cime!
Pur troppo, la sorte volle immischiarsi: forse potrei dire d'averla un po' ajutata. Un giorno, dopo la ritirata, mi trovai sullo svolto d'un vecchio muro, in faccia d'una gran vettura dipinta in giallo: era la casa dei saltimbanchi. Al disopra del muro, avevano veduto la mia testa, ed il pagliaccio ne aveva avvertita Rosita.
M'abbassai d'un piede vedendola d'un tratto a me davanti e divenni rosso come una ciliegia. Ero venuto l, spinto da un cieco desiderio, senza coscienza di ci che facevo, senza aver preparata una scusa; non sapevo come spiegare la mia presenza, n se dovevo restare, o fuggire. Ma ella sorridendo colm quell'abisso e mi salut. Il pagliaccio gett il ponte su di esso con un frizzo lubrico, il ghiaccio si ruppe e ci parlammo.
Inventai che volevo scrivere un libro sui saltimbanchi, aggiunsi che merc la mia statura ero un po' dei loro e che tutte le compagnie, le quali avevano attraversata la citt, avevano ricevuta la mia visita. Terminai dicendo, che volevo mettere anche la compagnia di Rosita ne' miei misteri dei saltimbanchi. Ero un curioso ed un fenomeno. Sorrisero: il pagliaccio mi misur coll'occhio, Rosita mi fece vedere in un piccolo giornale illustrato d'una gran citt del mezzogiorno, il suo ritratto con una breve biografia. Leggendo quell'elogio fatto da un altro, divenni geloso. Promisi che sarei ritornato. Infatti, tutte le sere, quando il sole era tramontato, mi recavo alla carovana, e sotto pretesto d'ascoltare storielle comiche, e di prendere annotazione, mi vi fermavo. Rosita mostravasi sempre civetta, conservando del suo costume di zingara un falso gioiello, un fiore appassito ed un lembo di sciarpa: ella narrava i suoi viaggi; io le mie sventure. Talvolta le portavo dei versi, ella li cantava danzando. Quando aveva finito, lasciavasi cadere nelle mie braccia, e se ne fuggiva tutta contenta. Non osavo inseguirla, ma l'enorme mio corpo dibattevasi in preda a desideri angosciosi. - Neppure quando irritava il mio amor proprio colle sue famigliarit terribili e colle sue carezze, Rosita lasciava supporre d'avermi compreso. Ella soffocava l'incendio con uno scoppio di risa.
Chi era mai quella donna dalla voce tenera e dagli occhi dolci, che viveva d'una vita avventurosa, sulle strade, in compagnia di osceni pagliacci, di lottatori, e che spingeva a s davanti un branco d'uomini e di mostri?
Ella era vedova, a quanto mi diceva; suo marito, un Alcide del Nord, s'era ucciso in un esercizio, tre mesi addietro, in un villaggio d'Olanda. Aveva raccolto gli avanzi della sua modesta fortuna ed organizzata la compagnia composta d'un cavallo sapiente, d'un pagliaccio, d'un vecchio amico di suo padre e d'un uomo-sapiente slogato.
Ella ballava, sollevava i pesi, faceva la pantomima ed al bisogno si slogava le membra.
Pretendeva d'essersi fatta saltimbanca soltanto dopo i vent'anni, per mancanza di lavoro, essendo i suoi parenti operai di Lione. Il marito aveva trovato un po' di pane, sollevando pesi. Erasi fatto prestare delle tavole di legno, aveva preso una pietra in un cantiere, e dopo aver ottenuto il permesso, erasi recato sulla piazza a maneggiar quintali. Da quel momento non eransi pi coricati col ventre vuoto, e poich il lavoro dell'officina aveva tradito le loro forze, domandarono a queste fatiche senza nome di che vivere: la piazza mostravasi pi generosa dell'industria.
Ecco tutto quanto sapevo della sua vita e quanto volle narrarmi. Ahim: ci poco importava. Se sulle sue mani o sulla sua fronte vi fosse stato del fango, del sangue, l'avrei forse insultata, disprezzata, maledetta, ma l'amavo e le avrei tutto perdonato. - Amai quella voce pura e quegli occhi ancor ingenui in un'atmosfera s viziata, amai quelle apparenze d'innocenza sotto gli orpelli del saltimbanco. - Adoravo la sua ingenuit o la sua ipocrisia.
Il contrasto era singolare: credevo d'aver a che fare con una Marion Delorme o con una Manon Lescaut. Speravo che esistesse in quel seno d'avventuriera, sotto quella maglia, un cuore di donna innamorata, cui volevo far battere per me, senza pensare che su questa strada, dopo essere stato Didier, si pu diventare Desgrieux.
Eppure,  meno rara di quanto si pensa, l'onest delle donne nelle baracche e sui campi delle fiere. Ci che in Rosita mi sedusse, lo vidi venti volte nella mia vita.  un pregiudizio quello che vota alla corda ed al vizio tale famiglia di bohmes: essi subiscono l'eterna sorte dei vagabondi nella storia del mondo: quelli che sono passati, vengono accusati del delitto commesso da altri.
Ma, nel mondo dei saltimbanchi si pu essere virtuosi come altrove, e, credetemi! vidi donne che sulla piazza facevano le grandi spaccate, non farne la pi piccola dietro la scena, e conservarsi prodigi di pudore nella vita intima.
Fatto sta che Rosita sembrava non m'avesse compreso, e che io non osavo dichiararmi.
Dimagravo a vista d'occhio; i miei occhi injettati di sangue, brillavano sotto la pallida fronte, come in cima d'una immensa pertica di illuminatore la fiamma rossa della lanterna. Co' miei abiti, troppo larghi per un corpo infiacchito, avevo l'aspetto, durante la sera, d'uno spaventa-passeri rapito dai ladri della notte.
L'iniziativa del pagliaccio mise fine a questa penosa istruzione: egli os affrontate lo scioglimento con uno scherzo temerario.
Un giorno mi trovavo sulla piazza durante la rappresentazione. Dava di s spettacolo il cavallo sapiente. Quest'animale aveva contato sino a dieci, marcata l'ora, detto s ai pezzi di zuccaro e no ai colpi di bastone.
- Ed ora, mio piccolo cavallo, grid il pagliaccio, vorreste voi dirmi qual sia il pi grande ubbriacone di questa radunanza?
Il cavallo fece due o tre volte il giro della folla, e dopo qualche incertezza, si ferm avanti ad un uomo dal naso rosso, bernoccoluto. Allora, tutti a ridere, compreso costui.
- Ed il pi innamorato lo conoscete? soggiunse il pagliaccio, guardando Rosita e me. Impallidimmo noi due; due o tre volte, il cavallo esit avanti la mia persona. Ebbi un brivido, ma l'ultima volta mi si ferm decisamente di fronte.
Cercai cogli occhi Rosita: ella si nascondeva. Allora restai l inchiodato al suolo, rosso sino alle orecchie e tremante dalla testa ai piedi.
Fu il segnale delle risa. Mi gettarono dei pomi, fui fischiato, e, senza il pagliaccio che ripar il suo torto tirando la coda d'un cane perduto nel circolo, vi sarei ancora.
La folla mi dimentic per occuparsi del cane; partii tosto, affrettando il passo... Si cammina celeremente colle mie gambe. Presto fui di ritorno in casa mia.
Appena arrivato, scoppiai in lagrime, piansi come un nano.
Le mie larghe mani ne erano bagnate: non potevo pi vedermi il viso nel mio pezzo di specchio rotto. Mi misi ad una finestra che non apriva mai e che guardava nel cimitero; poi lasciai che il vento, dopo aver passato sui cipressi, asciugasse la mia fronte e bagnasse i miei capelli. Quel diluvio di lagrime m'aveva quasi annegato la memoria; appena appena vi galleggiava di sopra il ricordo delle tristi emozioni della giornata.
Faceva tardi; l'illuminatore delle vie era gi passato; i miei vicini, operai senza moglie e famiglia, erano ritornati; mi stesi sul letto, e mi lasciai vincere dal dolore, dalla fatica.
Mi risvegli bruscamente da quel sonno penoso, un colpo bussato alla mia porta.
- Chi  l? domandai meravigliato.
Non mi si rispose.
Rinnovai la domanda.
Lo stesso silenzio.
Mi venne un'idea, il sangue m'afflu al cuore, e barcollando apersi l'uscio.
Lo sentii richiudersi tosto.
- Sono io, disse una voce, che mi fece trasalire.
- Voi?
- Vi ho visto piangere laggi.... Badate, badate, ho la collana sul petto!...
L'indomani, non feci lezione, e Rosita non diede spettacolo.
Ella pass tutta la giornata a domandar perdono per il pagliaccio; quando part, vuotai la mia zuccheriera nelle sue tasche.
- Per il piccolo cavallo, le diss'io sorridendo.
- Conserva la mia collana, mi rispose.
Ed il gigante, battendo colla mano sopra uno stipo, esclam: -  l.
Poi riprese:
- Rosita ritorn pi volte ed io stesso la visitai nella sua baracca.
Passavo col la notte, sotto quel tetto di legno, in quella vettura, ove aveva pianto e gridato un mondo di mostri.
Talvolta mi sembrava, nel silenzio, udire l'urlo degli ospiti d'una volta, uomini o bestie.
Ma nulla gridava pi alto, n urlava pi tristamente della mia selvaggia gelosia.
Ella aveva amato altri uomini prima del povero baccelliere, quando baciava me, gigante, forse la zingara pensava ad un altro gigante morto. Chi sa? Forse aveva avuto amori terribili: forse aveva appoggiato sul suo cuore teste che non avevano nulla d'umano! Nel mio ritorno al passato, preferivo credere che avesse avuto amanti dal corpo orribile, anzich pensare che in quella vettura ove le persone si toccavano, in quei mestiere ove l'intimit  straziante, ella avesse prodigato la sua bellezza ad uomini il cui ricordo non fosse spento, e di cui non potessi cancellare l'immagine.
Talvolta le parlava dei miei dubbj; allora mi si gettava al collo e scoppiava in risa.
Frattanto, le mie abitudini avevano mutato: al collegio se ne accorsero, e, per colmo di disgrazia, fui riconosciuto una sera, mentre passeggiavo con lei in campagna. La notizia si diffuse per la citt, la esagerarono; la fantasia v'aggiunse del proprio, dissero che m'avevano veduto sotto spoglie da saltimbanco, mentre domandavo la zampa a vacche di due teste.
Gli allievi mi disegnarono sulla lavagna, vestito da selvaggio, abbigliato di piume ed accompagnato da Rosita. Il direttore mi chiam a s, m'avvert di far cessare quelle voci con un mutamento d'abitudini radicale e pubblico, oppure domandassi la mia dimissione.
Uscii spaventato, confuso: la minaccia ch'egli aveva proferito mi fece aprire gli occhi sulla pericolosa situazione; la mia condotta m'apparve folle; vidi aprirmisi l'abisso sotto i piedi.
La sera, dovevo recarmi alla baracca e dormirvi: mi astenni dalla visita.
All'indomani fu bussato alla mia porta; riconobbi il segnale di Rosita, non le apersi ed ella part.
Passai due giorni senza vederla; nelle prime ore temeva di ricevere sue notizie e giurava a me stesso di finirla con quest'amore; il giorno dopo speravo ogni minuto che venisse da me e contavo i secondi, arso dalla febbre, disperato, geloso.
Infelice! non ebbi il coraggio di lottare ancora, e, quasi di pieno giorno, corsi alla carovana.
Ella finse stupore, e mi domand se fossi pazzo.
- S, le dissi, gettandomi a' suoi piedi.
Mi sollev con un gesto pieno di piet, e rientr nella vettura, chiudendone la porta.
Battei all'uscio, ma ella non rispose.
- M'avete voi aperto? - diceva Rosita, attraverso la piccola finestra dalle imposte verdi.
Andai a piangere tra le languide braccia dello slogato: volevo guadagnarmi l'appoggio del pagliaccio, commisi delle bassezze, fui un vile.
Infine, Rosita mi perdon, e salii da lei.
Quando uscii l'indomani, ero perduto! Ella m'aveva trattato dall'alto, ed io avevo pregato: da quel momento portai al collo una catena cos pesante e breve, siccome quella dei cani nelle vie della citt.
- Noi partiremo domenica, mi disse, levandosi dal letto.
- Partire? ma che avverr di me?
- Restare e prenderne un'altra, a meno aggiunse ella ridendo, che tu ci voglia seguire.
Non risposi; ma due giorni dopo, ajutavo il pagliaccio a fare le valigie, e per ismuovere la carovana impantanata, mi ferii la spalla.
A mezzanotte, era io quello che teneva la frusta. Sulla gran strada, rischiarata dalla luna, conducevo io stesso la baracca dei saltimbanchi.
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Capitolo 2.
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Ed ora, se volete seguirmi, disse il gigante riprendendo fiato, dovete attraversare con me quel mondo curioso, cui i vostri romanzieri hanno male conosciuto e cui calunnia sempre la tradizione. Io ne conosco le gioje strane, i comici secreti: ci che vi racconter sar vero; io stesso l'avr fatto o visto, ne ho vissuto e ne morir. Forse negli ultimi giorni diventer un Albino, per utilizzare i miei capelli bianchi. Ma poich ci troviamo sulla strada, vi parler anzitutto del viaggio.
Voi l'avete veduta passare la carovana, nome poetico della casa che cammina. La si direbbe un carro, che porta dei vinti nell'esilio. Talvolta s'apre una finestra della prigione che viaggia e lascia vedere qualche fronte bizzarra.  uno degli ospiti che prende un po' d'aria: domani dovr nascondersi. Qui, nel silenzio, sulla strada deserta, pu levare la testa al cielo: il suo os sublime non lo vede, se non il giusto Dio, che ne fece un mostro.
Ad intervalli si crede udire qualche belato, eppoi qualche grugnito.  la bestia curiosa, cristiano o foca, che domanda del pane.
Alle porte della citt la carovana si ferma; si lega il cavallo ad un albero, con un pezzo di corda, l appunto ove l'erba  meno arsa; esso rosica le radici e lecca il suolo.
I ragazzi vanno nei dintorni a tagliare l'avena, raccolgono rami freschi per la scuderia, legna per la cucina; si accende il fuoco e si mangia... ci che si pu. Si slogano un po' i piccini, si puliscono i fenomeni, si rientra nella vettura, si cala il sipario, e si dorme.
Spunta il sole, si ritorna in viaggio. Domani avr luogo una fiera, bisogna occupare il posto, recarsi dal sindaco, erigere il teatro e guadagnarsi la vita.
Questa  la carovana di quelli che cominciano o di quelli che vanno in rovina, di quelli che danno principio o di quelli che muojono, che non hanno pi voga, che sembrano troppo vecchi o troppo furbi, le cui vacche mancano di pelo, le cui trombe sono conosciute e le braccia sciupate:  culla o tomba, si corre verso la fortuna o l'abisso, alla grazia di Dio, secondo la volont del mostro!
La carovana dei saltimbanchi fortunati  tutt'altra cosa. Essa  tirata da cavalli, che hanno avuto l'onore di lavorare avanti teste coronate, o che si prendono a nolo ad hoc nel villaggio o nella citt.
Vi ha camera da letto, cucina, sala, stufa, un camino, un focolare, vi si scambiano visite e vi hanno luogo ricevimenti.
Tutto ci  decente, pulitissimo, lucido, tappezzato. "Ecco, disse il gigante, togliendo dalla sua piccola libreria una grossa carta, ecco il piano ed il regolamento d'una di quelle baracche, in cui ho lavorato." Presi quel foglio, lo spiegai, ed ora lo riproduco colle sue spiegazioni e colla sua ortografia.
Vetture di Bissounler, detto Barbasporca.
Articolo primo. - Ciascun impiegato dovr scopare la vettura per turno, prima delle dieci ore del mattino, sotto pena di 15 centesimi d'ammenda.
Articolo secondo. - Ciascun impiegato deve fare il proprio letto prima delle dieci del mattino, sotto pena di 10 centesimi d'ammenda.
Articolo terzo. - Chi non riporr al loro posto gli oggetti necessari alla teletta, dopo essersene servito, pagher 5 centesimi di multa.
Articolo quarto. - Tranne nel mettersi a letto, gli impiegati non potranno tener acceso il lume, se non per 14 minuti, sotto pena di 15 centesimi d'ammenda.
Articolo quinto. - Per fumare nella vettura, 10 centesimi d'ammenda.
La baracca  amata dal saltimbanchi, il programma rispettato. Tutti vivono di buona intelligenza nella vettura; gli orsi prendono parte ai vostri giuochi, la tigre si stira tra le vostre gambe, il nano conta novelle e si fabbricano fiabe. Il materiale, composto delle decorazioni, delle assi, ecc., arriva colla strada ferrata.
Cos viaggiano i pi famosi saltimbanchi.
Costoro discendono all'albergo; gli altri, pi poveri, vanno all'osteria che ospita i vagabondi. Collocano nella corte della locanda la vettura sdruscita ed appoggiano contro il muro la loro casa, la tinozza della foca, od il letto dell'idrocefalo.
Quando possono, accampano nei terreni, o s'installano d'un tratto nella fiera, mettono gi la padella, espongono la biancheria, fanno saltare i ragazzi, cuocere la carne di porco; s'ode la tosse del colosso, il canto del burro, l'abbajamento dei cani.
Poi, vi sono quelli che portano con loro quanto posseggono; il saltimbanco che viaggia colla cassa sul dosso, l'orso dietro di lui, fanciullo o scimia, parente o quadrupede. Egli porta scarpe di pelle di coniglio, calzoni larghi, maglia rosa sotto blouse azzurra: divora la via collo sguardo triste ed il ventre vuoto, per aver, durante la giornata, ingoiato soltanto qualche spada.
Talvolta lo segue un'intera famiglia: la moglie in cenci ed i ragazzi a piedi nudi. Uno di essi getta al proprio collo sotto forma di croce, l'altro a cavalcioni sulla gran cassa.
Egli consulta l'aria, interroga l'orizzonte.
Il vento soffia, il cielo  rosso.
Ah! se domani piovesse!
La pioggia  il nemico, la miseria, la fame! Non pi contadini sulla piazza, n curiosi alla fiera.
Se sapeste ci che si pensa del cielo nella nostra bohme, quando giuoca un cattivo tiro!
Ecco il viaggio dei saltimbanchi.
Ecco l'esistenza ch'io trascinai quattro anni: come dilettante nei primi giorni ed al pari dei principi russi che accompagnano le amazzoni; pi tardi, per vivere e per restare a lei vicino.
Dovevo giungere a quel punto, n era difficile prevedere la mia caduta. Era partito con un migliajo di lire: mi durarono alcuni mesi.
Un bel giorno, mi trovai in faccia all'ultimo mio scudo. Che fare?
Non vi aveva ancora badato!
Ed ora, doveva pensarci per forza.
Abbandonarla? rientrare nel mio paese? Era forse tempo ancora. Tentai: tornai indietro per due leghe, la sera fra i campi, correndo cos da perdere il fiato...
Ma l'anello era inchiodato, la catena fissa nel cuore; m'arrestai d'un tratto.
Mirai dalla parte della pianura la bianca strada e gli alberi verdeggianti: non aveva se non a marciare dieci ore, un giorno, e l'indomani sera sarei giunto al mio paese, avrei abbracciato la mia vecchia madre.
Invece ritornai.
Ritornai alla fiera e ritornai nella vettura. L'indomani, povero codardo, mentii per restare. Dissi, credo, che l'albergo era troppo affollato, forse troppo caro. Rosita, d'altra parte, non insist punto e mi installai nella baracca.
Il viaggio era stato buono: la Compagnia Ferrani godeva voga ed al personale gi noto aveva potuto unire i fenomeni meritevoli d'esser visti. Il mio infingardo amore approfitt di tale prosperit; vissi alla tavola comune, colle vivande dei saltimbanchi. Vergognoso di mangiare un pane non guadagnato, mi ingegnavo soddisfare al mio debito, ajutando i compagni, inchiodando le assi, tendendo le tele, esponendo i quadri.
Durante le rappresentazioni, mi tenevo nascosto nella vettura, quasi per leggere. Mentre Rosita sudava nell'alzare pesi o nel far danzare gli zappatori, io restavo l annientato e come un pazzo, battendo colle magre mie dita, sul ventre bruno dei tamburi, arie cui non conoscevo.
Ma il vento mut, la pioggia, la maledetta pioggia, anneg nella culla la fortuna della compagnia. Quell'anno, mise sulla paglia tutti quei saltimbanchi, che non avevano denaro. Sulla fiera, ove noi eravamo, la miseria sferz pi terribile che altrove, ed un mattino noi fummo costretti a cambiare il cavallo che conduceva la carovana con un vecchio ronzino cieco, cui bisognava condurre per le briglie e che ci trascin (povera bestia!) per istrade ben penose.
Rosita non diceva niente: si credeva ella ricca ancora? aveva vergogna o piet? Non osavo domandarmi la causa del suo silenzio!
Frattanto un d, nella baracca vicina, era morto di fame un ragazzo colosso. Da due giorni, nessuno aveva mangiato nella vettura, per dare la propria parte a quella bestia umana, loro punto di resistenza, ultimo mezzo per guadagnarsi un po' di pane. Massa di carne organizzata, perch vivesse, era necessario gittarle, come in un forno, grandi pezzi di carne fresca, pani di sei libbre; era mancato il denaro per comperarle pane e vivanda, sicch nella notte successiva aveva reso quel poco spirito cui conteneva.
Tale notizia fu accolta con terrore: diminuivano il loro nutrimento per mantenermi.
Bisognava abbandonare il mio posto!
Ma era ci possibile, al presente?
Partire, come un cane dopo l'ultimo osso, partire quando cominciava la fame, partire come un ingrato, come un vile!
Non me ne andai, ed oggi ancora, pensando a quanto ho sofferto per tale determinazione, non mi pento di essere rimasto.
Perch io partissi, sarebbe stato necessario che su lei avesse pesato meno il fardello della miseria, e su me quello della riconoscenza.
Proruppi in lagrime di disperazione, ed i miei singhiozzi chiamarono Rosita.
Mi gettai nelle sue braccia, come un fanciullo, domandandole perdono, confessando la mia debolezza.
- Lo sapevo, diss'ella.
Ed aggiunse con melanconia:
- Va, recati da tua madre.
Quella parola di congedo, caduta dalle sue labbra, anzich eccitarmi alla partenza, mi trattenne. Come un annegato, mi attaccai al mio amore e la supplicai di tenermi presso di s.
Ella diceva: "S"; ma io domandava: "Come?"
- Avvi un mezzo solo, aggiunse.
- Parla!...
Esit un momento, mi guard fisso, poi disse:
- Fatti gigante!
Gigante? Ero stato educato in collegio, avevo tradotto Virgilio e Platone per divenir gigante, visibile ai borghesi per tre soldi, e per due ai signori militari od alle serve!
Eppure, che fare di meglio? Restai presso Rosita: in luogo d'esserle d'aggravio, guadagnai un po' di denaro per la Compagnia; pagavo il mio debito: pi che l'amante, era quasi un marito.
E per ottener tutto ci, che occorreva? Abbigliarmi da generale, mettermi un kolbach sulla testa.
La domenica seguente, alla fiera di Thorigny, fui annunciato alla folla come il pi grand'uomo del secolo.
Lo credereste? disse il gigante, la cui figura divenne meno seria, questa risoluzione non mi cost grandi pene: i primi giorni mi riuscirono meno dolorosi di quello che potreste immaginare, anzi quasi lieti. Ero gi abituato a tal genere di vita; l'ultimo mese trascorso nella baracca m'aveva altrettanto agguerrito, quanto umiliato. Eppoi, ben presto si deride la folla, in questo mestiere, che ne sfrutta l'ingenuit.
Il dubbio d'essere riconosciuto sparve col taglio de' miei capelli lunghi e della barba bionda. Il pi accorto tra i miei allievi non avrebbe riconosciuto, nel gigante della fiera, l'antico professore di collegio. Dietro la mia maschera di gesso e minio, vivevo tranquillamente, assorto nel selvaggio mio amore.
Avanti al pubblico posavo e dall'alto del mio teatro tenevo cattedra di lingue, imbarazzando gli istitutori sporchi ed i professori imbecilli: le blouses m'applaudivano, ed in ciascuna fiera godevo per un mese la popolarit.
Fra i miei compagni passavo per un'aquila: davo consulti, redigevo discorsi, scrivevo produzioni per i teatri all'aria aperta, parodie per i pagliacci: le donne selvaggie e le altre mi guardavano curiose ed invidiavano la fortuna di Rosita.
Ella, fiera di me, prodigavami, carezze.
- Come sei sapiente! dicevami, arrampicandosi su di me, per istaccare il kolbach.
Mi facevo piccino piccino e la baciavo.
Divenne incinta. Fu una gran gioia nella baracca. Eravamo quasi ricchi: l'avvenire ci si presentava sotto brillanti colori.
- Se hanno un mostro per bambino, dicevano i vicini, la loro fortuna  fatta. Se potesse partorire un bimbopesce!
Grazie a Dio, non si sgrav d'un fenomeno, ma mise al mondo una bimba, bella come un amore, dritta come un I, che fu battezzata Rosita in chiesa e appellata Violetta nella baracca. Ella fior all'ombra. Vi dir poi che ne sia avvenuto.
Il gigante pass la propria mano sulla fronte, quasi per iscacciarne un ricordo doloroso, e continu:
Percorremmo di tal maniera tutto l'est della Francia, passammo nel Belgio e nell'Olanda, ove il mio successo fu grande. Rosita lasciava riposare i suoi pesi, ed in costume di citt tenevasi alla porta per abbajare, cio per invitare la folla allo spettacolo.
Ella abbajava come una cagnetta inglese e ripeteva con enfasi le frasi ad effetto ch'io le preparava la sera nella vettura, mentre contava i quattrini guadagnati nella giornata, o rappezzava le vesti dei fenomeni addormentati.
La nostra compagnia era ingrossata.
Avevamo scritturato persino l'Uomo-scheletro.
- Colui che dieci anni or sono abit in Parigi, quai d'Austerlitz?
- Appunto quello l. L'avete conosciuto quello spettro? Quando tirava su la tenda, dietro la quale suonava la sua agonia, vedevansi gli uomini indietreggiare impallidendo, e, spaventati, toccarsi la fronte. Fantasma nero, scarno, le cui ossa gialle risuonavano lugubremente nel muoversi e che vi faceva rabbrividire soltanto col pronunciare colla sua voce spenta e rauca:
" da dieci anni ch'io non dormo!"
Eppure dormiva.
Un giorno discendevamo, colla compagnia, un fiume di Olanda, tutti e tre sul ponte del battello, Rosita, lui ed io. Mi tenevo seduto per parere meno alto: l'uomo-scheletro stava sdrajato su' miei piedi, avvolto nelle vele.
Sapevano sul battello ch'egli vi si trovava, ed intorno a noi se ne parlava: si discuteva la sua insonnia, si facevano scommesse pro e contro.
Ma ecco, che in mezzo alla discussione, un suono monotono e regolare s'alza in mezzo alle vele, suono conosciuto e che fa rizzare tutte le orecchie.
" lo scheletro che russa!" grida il pubblico.
Era lui, lo sapevamo pure. Ma Rosita, tirando un temperino dalle tasche, ne piant la lama in un osso dello scheletro, il quale alzandosi d'un tratto e comprendendo per istinto, cogli occhi fissi, gitt per risposta alla gente che rideva, il suo funebre motto, ripetendolo nel ricadere semivivo: "Io non dormo da dieci anni."
Il secreto della sua insonnia stava nella terribile di lui forza di resistenza e nella di lui spaventevole energia. Eravi uno spirito in quel cadavere: era un uomo quel fantasma! Egli seppe mentire al punto, di stancare la pazienza e di ingannare la scienza; compromise gli scettici, costrinse gli scienziati a domandare il quia, ingann, cosa non difficile, la polizia.
Noi due soli, la sua amante ed io, lo vedemmo dormire!
- La sua amante? domandai spaventato al gigante.
- S! la sua amante, da cui ebbe figli e cui batteva la sera, quand'ella gli nascondeva l'acquavite. L'alcool era l'olio di quella lampada e prolungava la sua agonia. Senza questi vizi, forse vivrebbe ancora: egli  morto per aver troppo bevuto e troppo amato.
Ad ogni modo, presto o tardi, sarebbe caduto sfinito, giacch il segreto della sua strana magrezza era una terribile infermit, un tumore sotto la caviglia sinistra, che mangiava la sua carne e beveva il suo sangue.
Venne il giorno in cui la piaga non ebbe pi nulla a divorare: la vita erasi consunta intieramente attraverso la nera ferita, e cadde come un albero morto.
Rese l'ultimo suo respiro all'ospitale Necker, ove lo facemmo trasportare. Ora dorme!
Lo piangemmo amaramente, giacch aveva fatto, quasi, la nostra fortuna.
L'indomani della sepoltura, Barnum, il gran Barnum, che voi conoscete soltanto pei libri, ma con cui noi saltimbanchi bevemmo pi volte, mi fece offrire i selvaggi che vedeste all'Ippodromo, veri selvaggi questa volta, che egli aveva rubato laggi alla loro patria e trascinato seco per esporli sotto il triste cielo d'Europa.
Erano otto, condotti da un vecchio moro, il solo fra noi tutti a farsi comprendere da loro, grazie ad alcune parole di non so quale idioma imparato sopra una nave, di cui, tra parentesi, aveva ucciso il capitano e mutilato il luogotenente. Natura crudele e fredda, egli guidava col bastone quella squadra d'esiliati.
Com'erano brutti e tristi quei figli delle lontane foreste! Per supplire l'ardente sole del loro paese, occorreva mantenere intorno ad essi bracieri incandescenti, sui quali riscaldavano le braccia e le gambe dimagrate.
Perch il ruggito uscisse pi sonoro, era necessario gettar del fuoco nel loro petto, versando molto gin a bere. Il negro era il portavoce, egli riponeva il suo contento nell'eccitare la loro lugubre orgia. Se io resisteva, ritornava muto ed immobile verso i suoi schiavi; ma la notte seguente udivansi nella baracca grida orribili, orridi urli. I Caraibi, trucemente spinti dal loro negro, domandavano tabacco o gin, e bisognava soddisfarli, perch non mandassero a pezzi prigione e custodi.
Coi Caraibi e con me (mostrandomi sempre come gigante) la compagnia faceva discreti guadagni, e tutto sarebbe andato per il meglio, se avessimo potuto liberarci dal negro assassino.
Un mattino gli proposi di lasciarci: la sera stessa si attacc il fuoco alla baracca. In mezzo alle feroci strida dei Caraibi, cui sarebbe stato indispensabile cacciare come orsi e ricondurre coi soldati, vedemmo le fiamme divorare la nostra povera carovana con tutto quanto conteneva; costumi, tele, accessori, tutto disparve, non escluso un portafogli racchiudente alcuni biglietti di banca, che io andava cercando, ma invano, coi piedi nel fuoco. Nel momento in cui mi lanciavo sul braciere per ritrovarli, vidi aprirsi le nere labbra dell'assassino ed ingrandirsi le sue pupille. Scommetterei la testa ch'egli stesso consum quel delitto. Laggi, lungo qualche torrente, presso una tomba, egli aveva forse giurato odio, odio eterno ed implacabile contro i bianchi.
Egli non rivide il suo paese, ornato dei capelli di coloro cui aveva rovinato od ucciso; un giorno, uno dei selvaggi che soffriva la nostalgia del sangue, gli aperse il ventre.
Ma noi frattanto, da un giorno all'altro, ci trovammo senza un soldo, senza nulla, senza i costumi per esercitare il nostro mestiere. Lasciammo partire il negro ed i selvaggi, perch non li potevamo pi custodire, nutrire, pagare e vendemmo persino il cavallo cieco. Povera bestia! quando la lasciammo, quasich sentisse il nostro abbandono, si volt verso di noi, gemendo co' suoi occhi morti. Si avrebbe detto che piangeva.
Poi cominci quella vita di comiche miserie, cui vorrei riprendere.
Ah! il bel tempo in cui Rosita non aveva altro consolatore se non me stesso ed i miei due metri e quaranta centimetri per sostenerla!
Allorch ci trovammo soli alla sera del disastro, provai una scossa orribile; ma la porta del granaio ove portammo i nostri ultimi cenci si chiuse dietro di me, e Rosita mi si gett al collo, dicendo:
- Ebbene, gigante mio?
A quelle parole pronunciate con voce triste, il mio cuore trasal di gioia ed io non muterei nei pi bei giorni di esistenza dei ricchi, il ricordo dei tempi che seguirono quella rovina.
L'indomani, copersi Rosita di colori.
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Capitolo 3.
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Ne feci un'abitatrice dei mari d'Australia, presa dai pirati, salvata dagli Inglesi e tatuata da tutto il mondo.
Quanto a me, lasciando da parte le lingue morte, divenni semplicemente un Patagone, la sua guida, il solo che poteva intenderla e farsi intendere.
Era il nostro buon pagliaccio, vecchio servitore sempre fedele, che gridava tutte queste belle cose, avanti la baracca!
Grazie al suo annunzio, e ad un gergo di convenzione inventato per nostro piacere, Rosita ed io passavamo la vita a schernire il pubblico.
Talvolta ci prendeva voglia di ridere: allora si rivolgeva ruggente, gridava, strideva e cos soffocava la crisi. Io mi piegavo, per calmarla e ci attorcigliavamo.
Nondimeno, non ridevo sempre, anzi emettevo sospiri pi lunghi di me stesso nel raffazzonarla, giacch la dipingevo come si fa d'un uscio, il vaso della colla in una mano ed il pennello nell'altra. Su quelle carni da me tanto amate, stendevo un manto d'inchiostro e d'olio, e passavo anelli per tenda nel roseo suo naso.
 lei che vedevo l aggirantesi come una bestia selvaggia, masticante tabacco e sputante fuoco!
Non pi baci... un abisso ci separava.
Era necessario attendere la sera ed anche allora non conosceva d'europeo se non quello cui poteva nascondere, sicch sopra due terzi di selvaggia, non avevo se non un terzo di bianca.
Ah, signore, non vi auguro il dolore d'aver a dipingere la vostra amante e di non poter avvicinarvi a lei, siccome ad un muro dipinto di fresco!
Dovemmo sbarazzarci della piccola bimba, perch avremmo dovuta imbrattarla di colori e preferimmo inviarla in casa d'una vecchia sorella del pagliaccio, dimorante in campagna.
Una volta sentimmo il desiderio ambedue di metterci in cammino, la sera, e di respirare i profumi dei prati, dei boschi.
Volevo riveder Rosita fresca e civetta, per quanto poteva conciliarsi la sua civetteria colla veste d'indiana un po' sdrucita, che le rimaneva.
L'acqua scorreva a dieci minuti dalla nostra tenda. Ella usc tutt'incappucciata ed immerse le sue membra inverniciate nell'acqua limpida.
Ma le lavandaje che battevano la biancheria al chiaro di luna, la videro e la scoprirono al colore dell'acqua, intorbidata dalla sua fuliggine. Gridarono per la lingeria sporca, per l'acqua annerita e la inseguirono, coprendola di fango e di grida.
S'immischiarono altres alcuni uomini.
Volevo gittarmi nella folla, prendere uno degli imbecilli che l'insultavano e farlo a pezzi sul mio ginocchio. Ebbi paura dei gendarmi e della prigione: fremetti all'idea d'essere da lei separato, e la trascinai meco nella oscurit.
Che potea avvenire di noi due: ella seminuda, io vestito da generale senza cappello? Non avevamo potuto rientrare sotto la tenda, perch ci avrebbero inseguiti ed uccisi. Il pagliaccio, che vi si trovava, a stento erasi salvato dal pericolo.
Da quel giorno, egli disse addio alla baracca. Ci fece sapere qualche giorno dopo, che trovavasi presso Violetta e che viveva delle sue economie, associate a quelle della propria sorella.
Il caso, questa provvidenza dei poveri, mise sulla nostra strada un saltatore, un povero ragazzo! che dopo aver sepolta sua madre a poche leghe di distanza, se ne andava colla sorella e con un bimbo d'otto anni a raggiungere una Compagnia di saltimbanchi, nel borgo vicino.
Lo chiamammo.
La fanciulla gett un grido vedendoci; ma ci accostammo e ci facemmo riconoscere: in due parole, egli ci spieg la sua e noi gli narrammo la nostra storia. Egli pure era povero, povero assai, ma possedeva ancora un vecchio berretto di colore che mi regal; e Rosita gett sulle sue spalle, agghiacciate dall'aria fredda della notte, il suo tappeto di lavoro. Misi il bimbo affaticato sulle spalle e cos carico guidai i miei compagni.
Avevo l'aria d'uno di quei giganti della Bibbia cacciati dal dito dei profeti, che fuggivano portando famiglia e patria sopra terre lontane e maledette.
Arrivammo all'albergo, ove di fresco era sbarcata la compagnia cui doveva raggiungere il nostro piccolo saltatore.
Il capo ci offr da lavorare con lui, a condizione per che dessi la mia dimissione da gigante e trovassi un nuovo truc. Egli non aveva un teatro, non voleva, n voleva crearlo.
La sorte era gettata!
Non riflettei: diedi il mio congedo come gigante e mi feci mankeur. Si appellano mankeurs quelli che non hanno baracca di legno, n tenda di tela, ma semplicemente il permesso del prefetto o del sindaco, di torcersi le membra e rompersi le reni come vogliono, nei crocchi, nelle piazze, nel canto della vie! Per banco dei biglietti hanno una sottocoppa rotta, od un vecchio piatto di stagno.
"Ors! signore e signori, ecco la nostra piccola cassa. Un po' di coraggio alle tasche! Se il nostro lavoro vi sembra meritorio non dimenticateci! Noi riceviamo tutto dal centesimo al biglietto da mille!
"L! Musica!
"L! Sedia Romana!"
E si comincia. Mentre si eseguiscono gli esercizi per avere i sette soldi che mancano - sette soldi soltanto! - Il pagliaccio o la ragazzina fanno il giro della folla, le domandando loro piccole mancie.
Tutti gli infelici che sotto le finestre, o nelle corti giuocano, cantano, saltano, raccolgono da terra il soldo lanciato in un pezzetto di carta, quelli che avanti la porta dei caff si slogano le membra, tutti quelli infine che mendicano l'obolo sotto la vlta del cielo, sono manckeurs.
La loro patria  la strada! la strada, questo asilo della vecchia baracca, dei bohmes dalla pelle annerita, dalle gambe magre, che danzano persino sulla uova e si agitano, alla maniera dei gitani, irritando colle loro dita scarne la pelle dei tamburini: l'asilo ahim! dei clowns avariati, dei pagliacci vuoti, dei mostri mal riusciti.
Povera gente! Non hanno per capitale se non la elasticit ed il coraggio. Mangiano carne arrabbiata e polli crudi, inghiottono spade, bevono piombo, masticano zinco, fanno la ruota, il serpente, la pertica, il gran salto e sostengono amorevolmente la loro famiglia... sulle coscie.  in questa triste armata della Bohme, che m'arruolai. Discesi dalla baracca nella strada, e per vivere esercitai ogni mestiere.
Cominciai col tenere la pertica.
In cima d'un bastone portato sulle sue gambe, da un uomo colle reni d'Ercole, monta un altro uomo: poi arrivato in alto, fa della ginnastica, la bandiera di zinco od il braccio di ferro; infine si posa col ventre in gi sull'estremit della pertica e lass, come un bicchiere in cima ad un ago, si dimena nel vuoto, s'agita e ruota nello spazio. Il manckeur non trovasi, come l'atleta del circo, sotto un lampadario dalla luce tranquilla, ma cogli occhi in aria, verso il sole che lo accieca, o verso il vento che soffia. Egli segue i movimenti dell'uomo cui porta.
Che un raggio di sole abbagli d'un tratto la sua pupilla, che sotto i piedi dell'atleta sdruccioli un sasso, si rimova un po' di terra, o meno ancora, basta un grano di polvere che vola, una goccia d'acqua che cade - e se l'equilibrio  sturbato, la pertica vacilla, sfugge ed un uomo  morto.
Ah! la prima volta ch'io sentii in cima della mia pertica un essere vivente, meravigliato questa volta di trovarsi s in alto, insieme agli occhi rivolsi anche il cuore al cielo. Grazie a Dio, sono solido e la pertica devi d'un quarto di linea soltanto una volta...
E s facile sbarazzarsi d'un uomo che si odia, quando lo si tiene cos, la di lui vita appoggiata contro il proprio petto, presso il cuore!...
Quell'uomo talvolta  un miserabile, che vi rap la felicit e turb per sempre il vostro riposo! Egli merita la morte! Un falso impeto di tosse, un falso movimento, la bretella sdrucita: tutto  detto, giustizia  fatta! E fui l l per renderla!...
Io trasalii a quell'orribile confessione.
"Oh! non fu che il pensiero d'un istante, un lampo!
"E fu di troppo. Dio mi domander conto di quel secondo nell'eternit: ma io non uccisi alcuno e colui che doveva morire, oggi ancora vive. - Voi lo conoscete, non  vero? mi disse il gigante, guardandomi.
- Il pagliaccio, che questa mattina...
- E chi volete, che sia! rispose il gigante, quasi con collera.
E continu:
"Dopo aver portata la pertica, sollevai pesi; tutti possono, coll'esercizio ben insegnato, divertirsi con un peso di quaranta e non avvi saltimbanco il quale non sia stato Ercole in qualche occasione.  necessario saper tutto, in quel mestiere.
Per me, era una fatica non troppo penosa. Se soffriva talvolta, ci non derivava dal ferro cadente sulle spalle, ma dall'onta che mi soffocava quando il ricordo del passato s'impossessava di me.
Un giorno, nella folla, vidi una donna che rassomigliava a mia madre: il peso ch'io sollevava mi sfugg dalle dita e descrivendo una curva, and sulle braccia d'una donna, a spaccare la testa d'un bambino. Povera donna! ella non mise un grido, ma svenne, muta e bianca come la cera.
Volevo uccidermi! Se avessi avuto quel coraggio l'avrei gi fatto da lungo tempo: era troppo vile!
Forse il nome di Violetta, pronunciato da Rosita, Violetta, la nostra piccola figliuola, fu il rimedio e la consolazione. Mi ricordai d'avere una figlia, avanti il cadavere di quel fanciullo.
Non potevo pi restare nel paese e la Compagnia non aveva vantaggio a trattenermi. Quel terribile avvenimento pesava su di me. Ci lasciammo.
Rosita, devo dirlo, si mostr dolce, amorosa, devota; trov per consolarmi parole piene di tenerezza ed ahim! a quel momento terribile, si collegano i miei pi dolci e cari ricordi.
Dimenticai quell'avvenimento, in cui solo il caso era stato colpevole. Il caso? Ma se non avessi abbandonato mia madre e temuto di rivederla, il mio braccio non avrebbe tremato ed il peso non avrebbe ucciso quel fanciullo.
Non importa! al fuoco della passione dileguarono i miei rimorsi ed affrontai apertamente, senz'onta, le miserande avventure, per cui dovevo passare.
Mangiava chiodi e fuoco: beveva piombo fuso.
Entrava nel fuoco ardente con due pollastri crudi; ne usciva coi pollastri cotti.
Passavo spranghe di ferro rosso nella lingua ed accendevo il punch nel cavo della mano.
Mi decisi ad inghiottire spade.
Il mio professore di sciabola fu Giovanni de Vire, lui stesso, un fanatico del suo mestiere, il Don Giovanni delle teste d'acciajo. Egli praticava la sua arte domi et foris; nella strada, al caff, a tavola, si introduceva nel naso chiodi che sembravano uscire dal cranio: si metteva delle punte nel soffitto.
Nei giorni feriali, uccideva il bue grasso: inghiottiva una lunga sbarra di ferro munita di grosse chiavarde, con nodosit eguali al ginocchio d'un gottoso; egli faceva entrare ed uscire quella sbarra, la gustava come uno sciroppo, poi la restituiva al pavimento, su cui cadeva con fracasso gridando:
"Ecco del pane assai duro!"
Mor tra le mie braccia dopo aver lasciato cadere troppo basso una forchetta pel fuoco, con cui amava giuocare e che port seco nell'altro mondo.
Egli mi lasci, morendo, il suo buffet: tutte le lame cui aveva temprato al filo dell'esofago e che erano discese, senza luce, nella cavit del suo stomaco.
Vendetti tutto ci, per comperare un piccolo fondo di fenomeni, stanco com'ero del mestiere ai quattro venti:
Trattai un entre-sort.
Li chiamano cos quegli spettacoli, che hanno per teatro ordinario una vecchia e sporca vettura, ove giacciono alcune ributtanti curiosit.
Un sipario che si alza, il mostro sdrajato od in piedi, che parla o che  spiegato, due soldi per l'ingresso: si entra, si esce: ecco l'etimologia.
Nessun'altra spesa, se non il posto ed il letto a fare per il fenomeno a due piedi, od a cinque zampe.
Esso ride, piange, bela, urla, ingrandisce o diventa piccolo; fa d'uopo che vada sino al fondo e che il d prima della sua morte egli saluti ancora il pubblico, faccia il bello ed il morto, dia la mano o le unghie, e scrolli la sua gobba!
E cosa si vede talvolta! quali scambi tra il bipede ed il quadrumane, tra il crostaceo ed il mammifero! una serie di plagi e di prestiti barbari! inferno pavimentato d'orribili intenzioni, di corpi mutilati, orfani sinistri, di cui l'uomo - fatto ad immagine di Dio - respinge la paternit.
Lasciamole l quelle laidezze: non ne parler pi; potrebbero prendersela meco e dire che io le calunnio, aggiungendo o dimenticando: razza iraconda codesta degli incompleti e dei sovrabbondanti! Spesso il fenomeno non  vivente, ma impagliato o confitto: l'impagliato  quasi sempre una bestia; il confitto un uomo, un parente, Teodoro.
Ma la paglia usciva dal ventre delle nostre eccezioni, e guadagnavamo appena di che rinnovarla.
Fortunatamente, trovammo ben presto da impiegarci.
Un altro, pi fortunato, aggiunse i nostri morti a' suoi vivi e m'offerse uno stipendio particolare pe' miei sei piedi e cinque pollici. Rosita doveva recitare l'annunzio al pubblico.
Ridivenni gigante e ripresi la mia carriera, fra l'uomo senza braccia e la donna senza gambe.
L'uomo senza braccia  quel vigoroso, cui vedeste far l'esercizio col fucile tra i pedi, che prende tabacco col pollice e che ha calli al dito con cui tiene la penna.
E la donna? Voi la vedeste gironzare per le vie sopra una piccola carretta, tirata da un asino, che la conduce nei sobborghi. L soltanto ha diritto di esporsi, dacch in una piazza di Parigi ha fatto svenire, agitando il suo moncherino, la moglie incinta d'un alto funzionario, il cui figlio, venendo al mondo, lasci met di s stesso nell'altro.
Ella cammina rassegnata nella vita, sopra un deretano di crini, secondo gli uni e di legno secondo gli altri. Per esser sincero, non seppi mai precisamente se era di stoffa o di legno, una pantofola od uno zoccolo. Che importa? Ella eseguiva lass o l dentro - come dirlo? - danze appassionate ed inebbrianti.
Vedete! Ella posa sopra un sedile il suo deretano eccezionale, di cui nessuno ha sollevato il velo: ella si dimena come un tronco d'orso e d'un tratto si muove, rotola, s'aggira e non si ferma, se non quando la folla meravigliata grida: Basta! Basta!
Allora, pel dessert, vi offre d'ascoltare il suo ventre, ove risuona, a quanto dice, il pendolo d'un orologio.
Ha per caso inghiottito un orologio, o vi ha nascosto una pendola? Ella viveva amichevolmente coll'uomo senza braccia e s'appoggiava fieramente su' suoi polpacci. Civetta, esigente, imperiosa, ella porta i calzoni, se pure mi  dato adoperare questa frase, parlando d'una donna senza gambe.
Aveva avuto due figli, di cui parlava al pubblico con orgoglio. "Ebbi due fanciulli robusti e ben conformati come voi e come me."
Ecco i due lati dell'angolo, di cui io ero il vertice: ecco la gente, con cui dovevo vivere e che appellavo coi dolci nomi di fratello e di sorella.
Quei due esseri mi odiavano cordialmente, e mi tormentavano con volutt.
L'uomo camminava sulle mie scarpe e mi graffiava le mani: la femmina mi mordeva alle gambe. A stento, mi liberavo dalle loro strette; quei barabba mutilati mi rendevano penoso il Calvario.
Rosita aveva ripresa la parte d'abbajatrice e guajolava alla porta. La compagnia fece meraviglie, sicch aggiunse una seconda vettura alla prima, affiggendo un immenso avviso
Il museo vivente,
e si cerc un pagliaccio.
Qui un sospiro sollev il petto del gigante, che fremendo continu:
Il pagliaccio fu trovato e voi lo conoscete.  colui che avete visto questa mattina nella baracca e che vi si trover ancora domani, sempre, finch saravvi un soldo nella cassa e Rosita nella Compagnia.
Oh! quando arriv nell'ora della cena, alla maniera con cui si siedette ed alz il bicchiere, compresi che sarebbe divenuto il padrone e che avrebbe con s portato disgrazia.
Avevo sempre temuto per lei, voglio dire per me, quella vita del palco, ove sarebbe stata l'eroina delle danze e delle pantomime lascive, ove padrone e pagliacci avrebbero avuto il diritto di baciarle le spalle, di stringerle la taglia, ove avrebbero fatto mercato della sua bellezza. Li avevo veduti, al disopra della tela, quegli oziosi libertini, figli di famiglia coi lorgnons d'oro, artisti dai lunghi capelli neri, gironzare intorno alle saltatrici ed alle danzatrici colle castagnette, alle quali si getta dapprima un mazzo di fiori, poi una borsa. Io aveva paura e dei fiori e dei denari, dei fiori specialmente, giacch Rosita era tal donna da inebbriarsi con tutti i profumi.
Il pagliaccio e Rosita ebbero assieme un successo senza pari; tutte le sere la folla si pigiava avanti la baracca, per assistere alla parata e veder gli scherzi di Btinet, amante d'Isabella.
Btinet era il nome del pagliaccio e lo porta ancora; Isabella era il sopranome di Rosita.
Ci che essi dicevano, lo udivo appena; ma talvolta un bacio risuonava sulle spalle dell'amorosa, ed io divenivo pallido, come in questa mattina.
Bacio di scimia  vero, ma che echeggiava dolorosamente nel mio cuore!
L'uomo senza braccia e la donna senza gambe si accorsero della mia gelosia, e la eccitarono a furia di reticenze e d'epigrammi.
Talvolta, mi prendeva il desiderio d'uscire dalla baracca e d'assistere allo spettacolo, ma il mio stato me lo proibiva; la mia statura mi tratteneva.
Nulla io lasciavo trapelare de' miei timori, tanto avevo paura. Raddoppiavo per Rosita di tenerezza e d'affezione: la soffocavo col mio amore. Errore enorme, irreparabile! Non si deve lasciar credere alle donne, che sono tanto amate, da non poter vivere senza di loro. Confessare il giogo  renderlo pi pesante, tenere la conocchia, abdicare; a meno che non si tratti d'un angelo - ma si dice che gli angeli siano molto rari. Basta una sola occasione per essere traditi Essa si presenta qualche giorno sotto la forma d'un uomo vigoroso ed astuto.
In quanto ad astuzia, il nostro pagliaccio ne aveva quanto uno dei pi corrotti abitanti dei sobborghi Parigini.
La sua vita era un romanzo comico, ove l'abbondanza e la miseria si davano sempre di gomito. Era un saltimbanco in tutta la forza della parola: avrebbe fatto un negro del signor Leverrier ed un gigante del signor Limayrac.
Aveva incominciato col far da cieco e col cantare accompagnato da un fratello a nolo, nei caff, nelle corti, tastando la vita colla punta del bastone.
Quand'ebbe raccolto qualche soldo colla cecit, comper un Rhotomago e vendette la buona fortuna.
Noi appelliamo Rhotomago o Tomaso quella specie di boccale entro cui si bilancia un bimbo di legno, che ascende e discende, secondo che si posa o si ritira il dito:  quel fantoccio annegato, che si interroga e che emette i responsi vendibili per un soldo a quelli i quali vogliono conoscere il passato, il presente e l'avvenire.
"Signor Rrho... Rrho... Rrho...tomago ci dir chi voi siete!"
Si guadagna molto denaro con questo mestiere, assai pi che a tirare le carte.
Btinet se la godette, finch ebbe tutto mangiato; poi ritorn a fare il cieco.
Infine gli si presenta una propizia occasione e rivede la luce del cielo. Egli trova mezzo d'associarsi al direttore d'una Compagnia, il quale, conoscendo il pregio d'un buon pagliaccio, gli assegna una parte dei beneficii ed indovina quale vantaggio possa ricavare dalla sua astuzia ed allegria.
Btinet s'incarica delle missioni delicate e le adempie con successo tutte.
Allora ferveva una lotta terribile tra i direttori ed i saltimbanchi.
Il solo Larache diede pi di 30,000 lire, pei diritti sui teatri, ai poveri.
Btinet s'incarica di far cascare il nemico nelle reti.
Un giorno, per la fiera di San Quintino, parte pel primo arriva a mezzo giorno, resta colle vetture alla porta della citt, leva la sua blouse di viaggio, ne prende una pi lacera, straccia i calzoni come taluni reggimenti fanno colla bandiera, imbratta il suo berretto, rompe le scarpe, poi domanda ove si trovi il teatro.
Vi si reca, monta la scala degli artisti, e si fa annunziare al direttore.
Rifiutano di riceverlo, egli insiste.  introdotto.
Il direttore, avanti quell'ammasso di cenci, va alla finestra e l'apre.
Btinet saluta con aria stolida e racconta la sua storia.
- Ho un piccolo gabinetto di magia bianca, assai decente.
Il direttore lo guarda dall'alto al basso e sorride.
- Se il signor direttore volesse permettermi di dare qualche rappresentazione nel suo teatro...
- Ci  troppo! esclama il direttore, si leva e prende il cappello.
- Allora, dice Btinet, sar costretto ad arrischiare la pubblica piazza ad erigere col il mio teatro. Ma in quanto ai diritti... sono s povero!
- Potete darmi venti lire? domanda il direttore, prendendo il cappello.
- Venti lire  un po' caro pel tempo che corre; ma se il signor direttore vuol firmare la ricevuta, eccole...
Btinet tira da una vecchia calza sdrucita venti lire in quattro pezzi da cento soldi.
Il direttore firma, ed il permesso  dato.
Due giorni dopo, lo stesso direttore discende la scala e guarda in piazza; egli scorge a s davanti, in faccia al teatro, un immenso edificio, un Campidoglio in legno e riconosce il miserabile dell'antivigilia in un piccolo ometto affaccendato, che imparte ordini, come Cesare, a quattro falegnami per volta.
Egli s'avvicina, si discorre; il direttore protesta di esser stato derubato, e va al tribunale per citarvi Btinet. Comincia la causa.
L'avvocato del teatro trascina i saltimbanchi e Btinet nel fango.
Btinet, alla sua volta, s'avanza.
Associando la derisione alla compassione, l'ironia alle lagrime, si difende. I suoi fanciulli piangono, sua moglie sta per partorire. Egli si lascia trasportare dal torrente ed afferra il lacero stendardo dei saltimbanchi.
"Io sono in blouse, grida egli, ma essa  decente; ho scarpe, ma coi talloni, mentre conosco certi stivali... (e qui il suo occhio va ad indagare sotto la toga dell'avvocato, povero diavolo che marcia sulle suole e non sa nascondere i suoi piedi.)
"Per pagare, mi cavo sangue, ma non vado debitore verso alcuno. Domandate al signor Doublet, l'onorevole calzolajo della Via Ntre Dame.
"S, disse Doublet che era nell'uditorio.
Il colpo  terribile: la stella del direttore impallidisce. Btinet allarga discussione.
"Quel signore ha detto: (e qui mostrava il povero avvocato rosso di vergogna, coi piedi nascosti) che i saltimbanchi si ubbriacavano e battevano le loro donne.... (una pausa). Val meglio bere vino che sangue e battere la moglie in una baracca, anzich assassinarla in un palazzo." Era l'anno dell'assassinio della signora Praslin; l'emozione fu immensa. Si corse dal tribunale alla baracca, tutti i posti furono affittati ed il teatro rimase vuoto.
Un'altra volta, nel 1849, arriva a Limoges. Non vi ha spettacolo organizzato, ma soltanto un direttore teatrale. In nome del suo privilegio e bench non dia rappresentazioni, questi reclama i suoi diritti sui saltimbanchi.
Il direttore non era un imbecille, n mancava d'energia. Egli si dirige al cuore del giudice per la via onesta del dovere, coraggiosamente compito.
"Ho diritto d'essere ascoltato dal Tribunale; il mio passato mi serve di garanzia. Io sono il primo tenore e nello stesso tempo il direttore; ma quando fu necessario lavorai bravamente colle mie mani e smossi la terra per le officine nazionali...
Btinet si alza.
"Voi calunniate le officine nazionali, nessuno vi lavorava.... (i giudici ascoltano favorevolmente)!...
"Se voi parlate di voi stesso, io parler di me.
"Mentre voi rovinavate la patria al Campo di Marte, noi la servivamo nelle fiere. I saltimbanchi facevano questue pei poveri ed uno d'essi, in nome di tutti, vers lire... (precis la cifra), nelle mani... volete macchiarle anch'esse?... di Lamenais e di Brannger."
Per isfortuna, si lasci inebbriare dall'eloquenza e fu condannato, per aver agitato le menti, a pagare al direttore 60 lire, ossia il quinto de' suoi beneficii.
Il quinto? La sua vendetta fu trovata. Egli stesso annunzi al pubblico che entrando nella baracca non si pagherebbe in denaro. Ciascuno si procurerebbe il biglietto d'ingresso con croste di pane, patate, ciabatte, gilets di lana. Il direttore avrebbe la sua quinta parte.
Si presenta un individuo con una clysopompe.
"Passate ai primi posti.
Bisognava udir Btinet, quando narrava le sue follie: filosofo ironico e scettico, egli ghignava in faccia ad ogni nuovo caso e derideva la sua decadenza con un'allegria mordente, la quale destava l'ilarit della baracca quando il lavoro veniva meno.
Rosita non era l'ultima nell'applaudire collo sguardo, colle labbra, i di lui motti felici.
Mi sentivo geloso pei successi di Btinet, quando la vedova attenta a' suoi racconti, senza perderne una di lui parola, non badava punto al gigante, attendendo lo scioglimento.
Il mio cuore si serrava e ridevo di bile, quando dovevo sghignazzare. Il dolore mi rese ingiusto e cattivo. Tentai rovinare la popolarit del pagliaccio, di menomargli il successo sotto i piedi con interruzioni maligne, o con riflessioni d'uomo annojato.
Mal mi capit. Mi attirai contro l'opinione pubblica, e Btinet mi ammazz colla sua ironia fredda e maliziosa, col suo gergo temerario, colla sua pittoresca lingua del sobborgo. Si rese amici gli schernitori e Rosita non mi difese.
Alla di lei attitudine, scopersi ch'ero ormai perduto. La mia scienza era sconfitta; mi trovavo meno forte di Btinet, giacch il mio latino non aveva servito, se non a farmi battere. L'abisso era spalancato: sentii la terra mancarmi sotto i piedi.
Tutte le mie parodie scritte, i miei discorsi preparati non valevano le improvvisazioni di Btinet, che tutto lasciava al caso, sicch le persone stesse della baracca, ristucche di tutto, trovavano piacere alla parata e vi assistevano, come i giornalisti alle prime rappresentazioni.
Che inventer questa sera? diceva Rosita agli altri, arrampicandosi sul palco, senza guardarmi, o stringermi la mano. L'uomo senza braccia applaudiva coi piedi e la donna senza gambe si alzava sulla sua specie di sedile, per ammirarlo.
Io soltanto mi teneva assiso e silenzioso, non osando guardare, perch Btinet aveva gesti che mi facevano impallidire, n volevo che gli altri si accorgessero del mio dolore.
Ah! quali momenti passai, allora! Oggi mi sono quasi abituato, ma il primo giorno, qual supplizio! Pena tanto pi dolorosa in quanto che mi dibatteva nel dubbio e soffrivo la febbre, l'angoscia, colla convalescenza e colle ricadute dell'uomo, che non sa e non vuoi sapere! Sofferenze mille volte pi tristi della realt! Il cervello si sforza a fabbricar scuse, il cuore... che vede chiaro!... si stringe, si agita, s'apre e si ferma. Se tutto ci avesse durato qualche settimana ancora, sarei morto.
Ma un giorno seppi tutto: intesi la padrona che rimproverava amaramente Rosita, perch le aveva rubato Btinet, ed una lotta s'ingaggi fra le due donne, in cui la padrona riusc la pi forte.
Discesi dal mio posto di gigante e la separai.
Rosita mi guard stupefatta, quasi vergognosa, vergognosa per me! L'altra creatura mi sogghign in faccia. L'uomo senza braccia e la donna senza gambe fecero eco. Per fortuna, apparve il padrone e tutto rientr nel silenzio.
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Capitolo 4.
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A misura che il gigante parlava, il suo occhio diveniva pi triste e la sua gran mano, ch'egli levava di tratto in tratto, febbrilmente, segnava sul muro disegni bizzarri, alla luce della povera candela, che stava per finire.
Ma a questo momento del racconto, s'arrest immobile.
Piegato in due ed affranto dall'angoscia, egli aveva l'aspetto d'una di quelle statue degli dei indiani, immersi nei sogni, su cui pesa l'immutabile fatalit.
Metteva paura a vederlo, quell'uomo, atleta e gigante, cui una mano di donna curvava e la cui testa, come un grand'albero carico di pioggia, abbassavasi sotto l'urto di ricordi strazianti. Io non interruppi il suo silenzio. Dopo qualche istante, rassegnato e grave, il gigante rialz la fronte riprendendo, ove l'aveva lasciato, il doloroso racconto de' suoi tristi amori.
"Tutto era finito. Quella, per cui avevo fatto sacrificio della vita onesta, a cui avevo dato il mio corpo da gigante e come uomo venduta la mia anima, quella avventuriera delle fiere m'ingannava per un pagliaccio ubbriacone, cinico, fuggito dai sobborghi corrotti.
Fu un rovescio terribile, come se cadessi dall'alto della mia statura. Restai sbalordito pel colpo.  gi scorso qualche tempo, eppure - aggiunse egli con un sorriso melanconico, mettendosi la mano sul cuore - la ferita rimane ancora aperta.
Avrei meno sofferto se la di lei scelta fosse caduta meno basso: il mio dolore s'irritava per la sua degradazione. Ero stato ingannato. Come le sue pari, aveva la nostalgia delle brutture, e quando le supponevo un'anima degna di comprendere la mia, ohim! povero pazzo! non teneva calcolo delle sue impressioni d'infanzia e di giovinezza, del vicinato del sobborgo e dell'intimit colla canaglia.
Volete sapere come sia terminata questa scena e quale ne sia stato lo scioglimento?
Ella neg sfrontatamente ed io, vile, debole, feci sembianza di prestar fede a suoi giuramenti, rispondendo agli scherni ingiuriosi col sorriso!
Ah! quel sorriso mi cost caro: tutto il mio corpo dovette contorcersi, per lo strazio.
Ci che mi avvenne dappoi, lo crederete voi?
Quando lasciammo la baracca, d'onde ci cacciava il suo tradimento, chiesi al pagliaccio, a lui stesso, di seguirci.
Fanfarone ridicolo, io volevo provare con ci che non credevo punto alla calunnia; forse temeva altres, che senza di lui, Rosita non sarebbe partita. Il mio egoismo cos parlava! Avevo sciupata l'esistenza e volevo che la palla, a cui stava fissa la mia catena, venisse con me, ovunque.
Checch ne sia, i fatti successero cos e Btinet dava il braccio a Rosita, quando uscimmo dalla baracca.
Fa d'uopo esser ben vile, ben pazzo, ben codardo! non  vero?
Ma colui, il quale non fu mai pazzo e vile avanti le donne, getti la prima pietra!"
Ci dicendo, il gigante alzava la testa e il suo occhio ardente sembrava sfidare un nemico invisibile.
"Vi faccio grazia delle mie emozioni; la vita non  composta soltanto di passioni; i sospiri non nutriscono; il dolore slomba.
Trattavasi di guadagnar del pane.
Per una crudele fatalit, il cholera invase il villaggio ove vivevano il vecchio pagliaccio e sua sorella: perirono ambedue.
Era necessario ritrovare Violetta. Un mattino, la povera piccina ci raggiunse in un'osteria.
Dicevasi ch'ella mi rassomigliasse, anzi Btinet lo faceva notare ghignando: egli la detestava per tale ragione, e Rosita non osava baciarla davanti a lui.
Poverina! non visse a lungo, grazie a Dio, ma ahim, quale terribile dramma!
Ci eravamo recati alla fiera vicina, per cercar lavoro: pur troppo le compagnie erano complete e la mia specialit gi presa da altri.
La voga era per un gigante, il quale misurava sette pollici pi di me. Ci valeva assai dippi, che tutti i miei diplomi, compreso quello di baccelliere. Era disceso un mattino dalla sua montagna, cogli zoccoli, e l, dietro una tenda, aveva esposto il suo corpo: i denari gli arrivavano sino al ginocchio.
Rosita e Btinet avrebbero potuto trovare un posto per la parata, ma dovevamo separarci e nessuno lo voleva, n Btinet la cui pigrizia stava in guardia, n io, che tutto avrei fatto, piuttosto d'abbandonarla.
Per fortuna, in fondo alla fiera trovavasi un serraglio, il cui proprietario era stato orribilmente mutilato. Ci offrirono, a Rosita ed a me, di sostituire il domatore; noi saremmo entrati assieme nelle gabbie.
Vi meravigliate, che d'un colpo ci sia stata mossa tale offerta e che sia stata accettata?
- Passi per voi, ma Rosita? domandai io.
Oh Rosita, non esit! Si sarebbe detto, ch'ella era contenta, l'infelice, d'affrontare presso di me un pericolo. L'indomani istesso della mia vergognosa scoperta, quando fu sicura che nulla avevo creduto delle sue ardite menzogne, ella si compiacque, con grazia colpevole e con tenerezze lascive, ad irritare la ferita, da lei stessa aperta.
Talvolta avrei giurato, ch'ella mi amava ancora!
Accettammo dunque la pericolosa successione del domatore, e cominciamo ad imparare il nostro mestiere.
Triste mestiere quello dell'animale feroce in Francia!
Vedeteli l, meditabondi e fiacchi, sulla polvere dell'assito!
Andarono a rapirli nel deserto, ove la sabbia  ardente.
Essi erravano liberi, sotto il cielo; alla mattina vedevano sorgere il sole, cacciavano durante la giornata e la sera rientravano nella tana: i loro ruggiti si perdevano nell'immensit.
Ora, sono l, in una gabbia di tre metri, vinti, schiavi, rassegnati! Essi urlavano, sbadigliavano, mangiavano carne vivente, bevevano il sangue che fuma; ora si misura loro il pasto e talora  necessario che lo guadagnino.
Laggi, bel D'Artagnan, sta coricato! Fa il morto!
Tacete voi, belve!
Leoni, tigri, pantere, leopardi, lupi, jene! L'orso bianco, questo naufrago del Nord, che scendeva il mare, rintanato su un pezzo di ghiaccio, urlando al vento,  l; come un camello, avanza il collo verso le sbarre e dimena la testa, come i pazzi, gettando attraverso l'inferriata, il suo pianto monotono e lugubre. L'udite?
Ma come ve la cavaste? domanderete voi!
Noi venuti jeri in questo harem dagli acri odori, come potevamo conoscerne i misteri e saperne i secreti? Quasi vi fosse un secreto!
Le carezze che snervano le belve, i profumi che proteggono, la bacchetta di Morok, incandescente, supposizioni, leggende!
- Ma come faceste adunque?
-  il legittimo trionfo del coraggio sulla brutalit, della pazienza sulla furia, dell'uomo sulla bestia. Alcuni prigionieri si rivoltano, mostrano i denti, sollevano i peli: levate il bastone e percuotete con forza sulla loro faccia; rompete loro le reni, se non vogliono piegarle.
La maggior parte si rassegna e si lascia educare, come i cani e i fanciulli: una carezza, due scappellotti, molto zuccaro ed il tiro  fatto.
Se la bestia  alta, un po' vecchia, vi si impiegano maggior tempo e sguardi. E noi ci appigliammo a questo partito.
Durante una ventina di giorni, d'ora in ora, gironzavamo avanti ciascuna gabbia, guardando il rinchiuso, chiamandolo col suo nome, facendoci prima conoscere, poi amare. Se mi avessero predetto ci, quando ero reggente di settima! Ma nel viaggio avevamo gi veduto dei serragli, ci era gi capitato di passare la nostra mano nella gabbia delle jene e dei leoni, rassicurati dall'esempio dei guardiani, che si comportano colle belve feroci, come i cacciatori coi cani. Del resto,  un pregiudizio la loro ferocia. Dalla mia finestra, vidi in una camera assai tranquilla, mogli di domatori, che facevano la calza, mentre alcuni piccoli leoncini giuocavano con ameni orsacchiotti.
Eppure, il mio cuore batt ben forte quel giorno, in cui entrai per la prima volta nelle gabbie. E ne comprenderete il perch.
Volli, prima di Rosita, esporre me solo, non lasciandola entrare se non nel caso che io ne uscissi.
Scelsi pel primo saggio il leone, quello stesso che aveva divorato a met il suo padrone.  nel mio carattere di gettarmi in mezzo al pericolo; forse per vilt, per finirla una volta, per vincere o morire.
Entrai.
Dietro la porta del fondo semiaperta, Rosita; armata d'una punta, guardava; avanti la sbarra, Btinet, a cui guadagnavo il vitto, teneva una sbarra di ferro, attendendo.
Il leone non si mosse, lev verso di me i suoi occhi melanconici e si addorment. La paura mi prese in faccia di quel colosso cui doveva svegliare e forse, se Rosita non fosse stata l e se Btinet non fosse stato il suo amante, sarei uscito, per non rientrarvi pi. Ma avanti a lei ed a lui, volevo mostrarmi coraggioso. Del resto, Rosita non doveva venir con me? Trattavasi di umiliare la belva.
M'avanzai, ed afferrando il leone per le orecchie, sollevai la sua grossa testa, scuotendola nelle mie mani: egli mand un sordo ruggito, tent di ribellarsi, ma io stetti fermo. Se avesse voluto, col solo volger del collo, mi avrebbe schiacciato presso le sbarre. Invece, non lo tent. Mi ritirai di fianco e l'attesi. Il leone gir un po' intorno a s stesso, quindi sdraiossi come una sfinge: allora lo sforzai ad alzarsi ed a camminare a me d'intorno: il leone obbed.
Re decaduto, sarebbe stato necessario il sole d'Africa ed il vento del deserto, per destargli la sete del sangue umano!
Lo mirai quasi con piet e senza emozione feci segno a Rosita d'entrare.
Entr e chiuse la porta.
"Ci manger ambedue" diss'ella sottovoce, mettendo fra le mie mani quella destra, cui il mattino stesso, fra due usci, avevo veduto perdersi, tutta febbrile, nella capigliatura di Btinet.
Ma il leone, in luogo di gettarsi su di noi, la fiut, fregando la sua criniera contro le di lei sottane: d'allora si lasciarono da parte le armi di difesa: la nostra mutua conoscenza era stabilita.
Uscimmo dalla gabbia del leone, per entrare in quelle del tigre, delle jene, degli orsi, dei lupi.
Tre settimane dopo, s'annunzi il nostro primo spettacolo col titolo: I martiri Cristiani.
Vestiti, ella da vergine romana, io da Poliuto della decadenza, rappresentammo i cristiani dati alle fiere. Io stesso scrissi il discorso, cui recitava avanti le gabbie Btinet, camuffato da carnefice! Dolce ironia! Noi eseguimmo le pose dei suppliziati, ora colla nostra testa sotto quella della tigre, ora col nostro braccio nella gola del leone.
I nostri costumi risplendevano sotto la luce del gas; la taglia gigantesca mi dava l'aspetto d'un eroe indomabile. Rosita, inebbriata dai pericoli, colle carni frementi sotto la maglia rosea, sembrava una santa Teresa, spirante nell'estasi!
Gli spettatori ci seguivano commossi, il collo teso, la gola secca, talvolta lasciavano sfuggire un sospiro di terrore, alcuni mormoravano:
- Come  bella!
Ed io, come se avessi voluto veramente strappare la loro preda alle belve feroci, la stringevo tra le mie braccia nude. Talvolta provavo il desiderio di soffocarla, quando co' suoi grand'occhi azzurri, fremente e pallida, dimentica del gigante e del leone, ella cercava, per sorridergli, avanti le gabbie, Btinet, il ridicolo carnefice.
Eravamo largamente pagati e facevamo furore. Ma il domatore mutilato trov, una mattina, occasione di vendere il serraglio. Ancora una volta, ci trovammo sul lastrico e senza economie, giacch con Btinet non se ne facevano. Per buona fortuna, il proprietario, che era un brav'uomo, ci cedette due delle sue gabbie, accordandoci una dilazione per soddisfarlo.
Le prendemmo, sperando di guadagnarci l'esistenza, ma la miseria ci assal.
Fissammo dimora per qualche settimana in una piccola citt del mezzod, tentando di combinare qualche affare e d'aggiungere una tigre, un orso, del personale.
Non concludemmo niente. Prima del termine di un mese, eravamo colmi di debiti all'albergo e presso il macellajo, che ci rifiut un mattino il nutrimento per le belve, finch non l'avessimo pagato.
Che sarebbe avvenuto di noi?
Avevamo annunziato l'ingresso nelle gabbie per la sera stessa, giorno di festa, e gli animali non avevano ancora mangiato. Essi irrompevano terribili contro le sbarre, ruggivano; avevano del sangue negli occhi ed il vuoto nel ventre.
Io lanciavo orribili bestemmie; Btinet aveva lo spirito turbato; Rosita piangeva con Violetta nelle braccia. La povera bimba mordeva, in un canto, l'ultimo pezzo di pan bigio rimasto.
Vidi in taluni circhi mancar paglia nelle scuderie ed avena nelle mangiatoie: ma i cavalli attendono.
Nei serragli invece, non si attende.
E l'ora della rappresentazione s'avvicinava.
Dovevamo entrare? La morte era certa.
Rosita corse ancora una volta dal macellaio, che teneva sospesa la nostra vita sui ferri della bottega; ma ritorn disperata.
Allora, strappando Violetta dalle sue mani, corsi anch'io da quel beccajo, e mostrandogli la piccina che rompeva i suoi denti sopra un boccone di pane:
- State certo, che sarete pagato! Annunzier per le vie, questa sera, che entrer nella gabbia del leone, e che gli morder le narici con tanaglie, perch urli e diventi furioso. Ed avr con me mia figlia!
- Volete che il leone abbia mangiato prima? mi richiese colui.
Il leone mangi ed alla sera la folla accorse, folla infame che voleva quell'orribile spettacolo e che domandava (secondo la promessa fattale) di vedere il padre e la bimba nella gabbia.
Per la prima volta, ebbi paura; l'animale sembrava furioso! Ma era necessario obbedire! Le grida del pubblico, il timore del macellajo, il bisogno di vivere mi spinsero nel corritojo che dava nelle gabbie, ed entrai portando Violetta tra le braccia.
Il leone la conosceva, giacch nella stessa mattina ella aveva lambito colle manine la sua criniera.
Ma il digiuno forzato di quel giorno l'aveva irritato, sicch rugg sordamente, quando entrai.
Poi, senza che la mia sferza avesse parlato, levossi sulle zampe, le pose sul mio petto e mi fiss immobile.
La sua testa mi parve enorme! Il suo soffio ardente mi percuoteva il viso.
Tremai ed il leone lo sent.
Cadde sulle sue quattro zampe, muto, tranquillo.
Volli uscire, ma la belva si mise tra l'uscio e me.
Allora raccogliendo tutta l'energia e facendo uno sforzo supremo, con una mano mi serrai al petto Violetta piangente e coll'altra sferzai il muso alla belva.
Il dolore le strapp un formidabile ruggito, che agghiacci il cuore agli spettatori.
- Uscite! gridarono alcuni.
- Assassini! perch mi avete lasciato entrare?
Potei avvicinarmi ed alzare la porta, ma perci dovetti stornare il mio sguardo ed abbandonare per un istante gli occhi del nemico,
Lo udii spiccare un salto, mi rivolsi... Il delitto era commesso!
La nostra povera bimba non era ormai, se non una larga piaga sanguinolenta, i suoi occhi pendevano lacerati dalle zampe del leone.
D'un solo colpo, le aveva schiacciato il viso e soffocato il gemito con una zampa. La folla alz un urlo d'orrore, quando vide quella testa sbranata: la bimba non aveva pi bocca per poter gridare.
La bestia s'era ritirata in un canto: ora, potevo uscire.
Violetta visse qualche tempo ancora, ma non era pi lei: ci che restava del suo viso, destava orrore; avrei guadagnato denaro, esponendola come un mostro.
Il dolore di Rosita fu profondo; per alcune settimane, pi non vidi Btinet entrare di sotterfugio nel covo, che le serviva d'alcova.
Astuto com'era, odiosamente astuto, era fuggito dopo il nostro disastro, anzi credo che al ritorno fra noi abbia persino trovato lagrime, il coccodrillo! per compiangere le sofferenze di quella madre!
Ed io che feci? Una follia!
Uccisi il leone, in una lotta a due.
Nella gabbia trovarono la belva uccisa, me bagnato del mio sangue, colla fronte nelle sue ferite."
E qui, il baccelliere aperse il gilet, mostrandomi il petto, coperto di spaventevoli cicatrici.
"Uccidendo quel leone, rovinai noi tutti; per guarirmi vendettero ogni cosa.
Trascinammo ancora qualche magra jena per le fiere, ma non vi si guadagnava niente; per ultimo, venduta ad una ad una tutte le teste del nostro gregge selvaggio, cademmo nell'ultima specie dei saltimbanchi e dovemmo vivere d'espedienti; fortunati ancora di poter comperare una carretta e le assi della baracca!
Ora, potrei finire il racconto delle mie avventure, tanto pi (diss'egli con rassegnazione) che qui finisce il dramma.
Ma l'onta fu accettata. Violetta  morta, io non reagisco pi contro la corrente, seguendola vigliaccamente
Btinet oggi ancora  l'amante di Rosita, la batte, la inganna: io la consolo e la nutrisco.  lui che Rosita ama!
Faccio sembianza di nulla sapere e quando le capita di tradirsi avanti a me, volgo dall'altra parte l'orecchio compiacente e vile!
Talvolta odo attraverso le pareti i loro sospiri, le loro risa, bench l'allegria diventi tra noi sempre pi rara. Ma pi non mi nascondo, quando credo ch'essi mi possano vedere, e non mi caccio negli angoli oscuri, quando passano!
Di tempo in tempo, mi si fa l'elemosina della volutt ed io l'accetto; piacere malsano, amori infami!
Ed ecco trascinata, nelle feste volgari, la nostra famiglia a tre - cinico terzetto di galeotti!
Ciascuno, dal canto suo, potrebbe guadagnarsi il pane, ma no!
Per una specie di muto compromesso, ove la gelosia e la vilt si danno la mano, noi viviamo nel fango sino al ventre, nell'onta sino al cuore!
Cos passarono i giorni, i mesi, gli anni e quass sollevando la capigliatura, sonvi peli grigi!
E dovevo riuscire utile a' miei simili, e potevo occupare il mio posto nel mondo!
Che giudicher Iddio, quando mi domander ci che ho fatto?
Talvolta, mi sentii assalito dal desiderio di partire. Ma per dove?
Credete voi che la vita mi sarebbe facile al presente e che mi basterebbe rientrare in collegio, per ritrovarvi la cattedra e gli allievi? E se li abbandonassi, che avverrebbe di loro? Sono io la pi bella carta del loro giuoco; io posseggo l'arte di vincere.
Btinet  un vile; del resto, l'acquavite gli ha tolto ogni spirito.
Rosita trovasi vicina a quaranta ed  troppo grassa per la ginnastica. Resteremo assieme, finch uno di noi morr.
Eglino, mentre s'amano, si disprezzano; al povero gigante resta per unica consolazione la fiera volutt del sacrificio. Che succeder?
Qualunque disgrazia avvenga, ho meritata la mia pena e non mi lagner del castigo."
Discendemmo ed alla fresca aria del mattino, continuammo a discorrere, poi lo lasciai.
Attesi, gironzando, che Parigi si svegliasse e m'allontanai, meditando su quella storia, la storia dell'umanit. Eterna commedia! Btinet deride il gigante, il pagliaccio uccide l'eroe.
Ritornai al campo della fiera.
Di lontano, scorsi il gigantesco saltimbanco, seduto e calmo sopra una pietra, presso la vettura. Attendeva che Btinet e Rosita s'alzassero dal loro letto!
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FINE.
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GIULIO VALLS. NOTE BIOGRAFICHE.
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"La vittoria consentanea al progresso  magnifica: la sconfitta eroica  sublime.
V. HUGO.
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"Fui e sar sempre l'amico dell'operajo, il difensore del povero, il delegato della miseria."
J. VALLS.
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La lettura dei Refrattari dester certamente il desiderio di conoscere a sommi capi la biografia del Comunardo che li scrisse.
In attesa che dalla bohme, imprecata dagli uni per paura, maledetta dagli altri per rabbia, e dai pi derisa per ignoranza, sorga un Mrger od un Valls, il quale sia degno di tessere l'epopea dei refrattari, spinti dallo sconforto durante l'impero del demi-monde napoleonico, morti di dolore a Cajenna sotto la sferza del sole e degli aguzzini, massacrati dai rurali nelle vie di Parigi, o condannati dai gendarmi di Versailles, mi  forza spigolare le notizie biografiche su Valls nei giornali e negli opuscoli del partito avverso alla causa socialista.
Pur troppo, la splendida figura dei refrattari, irreconciliabili sotto l'Impero e comunardi sotto la clericale, aristocratica e bancaria repubblica di Versailles, non ci appare se non attraverso la falsa luce della storia ad usum delphini. Derisi, combattuti, perseguitati durante la vita, neppure nella morte trovano un asilo contro la calunnia. No: neppure nella fossa, in cui furono gettati in massa dai liberatori di Parigi, neppure nelle fortezze e nelle isole penitenziarie, i bohmes della Comune trovarono finora una penna degna di celebrarli.
Quando la societ decreta il Pantheon ai colpevoli, purch fortunati, e cinicamente tesse l'apoteosi del successo ad ogni costo,  logico che Delescluze e Valls, Blanqui e Flourens, Ferr e Rossel, Jourde e Grousset, Dombrowsky e La Cecilia, cento e cento altri aspettino ancora uno storiografo, che constati la gloria del diritto, oppresso dalla forza.
Di tratto in tratto qualche esule getta in faccia ai vincitori l'onta delle loro gesta, riassumendo gli atti dell'Htel de ville e quelli di Versailles; ma le pagine di Malon e Gambon, il Livre rouge e le Storie della Rivoluzione di marzo bastano forse a rivendicare la memoria della Comune, non a farci conoscere (quanto si meritano) gli uomini che vi presero parte.
Siccome nella storia della Comune, la bohme della politica  rappresentata da Delescluze e Pyat, quella dell'armata da Cluseret, Rossel e Dombrowsky, quella dell'arte da Courbert e Billioray, quella della scienza da Beslay e Rogeard, quella del lavoro da Assy e Megy, cos la bohme della letteratura vi  splendidamente personificata in Rochefort, Grousset, Maroteau, Rigault, Vermorel, Vermesch, Vsinier, Millre, Tridon, Valls.
I refrattari del secondo impero divennero i Comunardi del 71; fu la bohme delle arti e delle scienze, dei giornali e delle officine, dell'esercito e del commercio, quella che diede il pi glorioso contingente alla rivoluzione socialista. Sino al 1871, la propugnarono nelle file della scapigliatura, fra gli spostati ed i perduti; dal marzo al maggio di quell'anno, la diressero come delegati alla guerra, alle finanze, all'istruzione, agli esteri; oggi i non assassinati dai fucili e dalle mitragliatrici dell'ordine, per lei stoicamente subiscono le conseguenze della sconfitta, forzati nei bagni, deportati, esuli e poveri.
Giulio Valls, nato a Puy nel 1833, crebbe in seno ad una famiglia, tutt'altro che agiata. Dotato dalla natura di vivacissima intelligenza e d'istinto alla ribellione, seppe distinguersi nelle scuole di Sant tienne e di Nantes, ad onta della condotta irrequieta e turbolenta. Scoppiata nel febbrajo 48 la rivoluzione a Parigi e proclamata la repubblica, il quindicenne Valls offerse il suo braccio alla causa della democrazia e del socialismo, le cui teorie radicali e generose tanto lo appassionavano.
Al pari di tutti i giovani destinati a conquistarsi un nome, seguendo l'esempio del Jeune homme de province, miniato da Balzac, a sedici anni il nostro repubblicano accorse a Parigi, promettendo al padre di prepararsi alla carriera dell'insegnamento, ma in realt per realizzare quel mondo di folli aspirazioni e di fantastiche utopie, che gli frullavano nella massa cerebrale.
Infatti, per arrivare all'immortalit, scelse la via delle cospirazioni politiche. A 17 anni, Valls non pens, n pi n meno, che a rapire Luigi Napoleone, allora presidente della repubblica e sospetto alla democrazia, come pretendente al trono.
Il piano fu ideato dall'imberbe rivoluzionario, il quale seppe trovar compagni per un'impresa altrettanto difficile nei mezzi e pericolosa nell'attuazione, quanto ardita per le conseguenze. Ma dal pensiero all'azione ci corre un bel tratto; impadronirsi del presidente, gettarlo in una vettura e metterlo al sicuro, non era un affare da prendersi a gabbo: qualche collega di cospirazione cominci a parlare di temporeggiamento, qualche sentore del complotto giunse al vigile orecchio della polizia, ed i cinque congiurati furono rinchiusi a Mazas.
Uscito dal carcere, venne assunto come segretario dal celebre critico e bohme Gustavo Planche, il refrattario illustre di questo volume, uno del pi splendidi ingegni analitici della generazione del 1830. Avrebbe fatto onore all'Accademia di Francia, se lo avessero eletto fra i sessanta: invece mor all'ospitale come Escousse, Gilbert, Moreau, Mrger.  appunto dal commovente racconto delle miserie di Planche, che comincia la carriera letteraria del futuro comunardo!
Divenuto professore, ma disistimato da tutti i pedanti della provincia, Valls pubblic a Nantes un opuscolo, il quale lev gran rumore, opera magistrale dal lato dello stile, abbagliante dal lato dei paradossi ed intitolata: Il denaro. Quale ne sia il concetto, lo si scorge in questo lampo d'ironia della prefazione: "Facciamo del denaro, perdio! Realizziamo un lieto indomani e sappiamo comperare amore, cavalli, uomini!" Camors, la personificazione della corruzione imperiale, non avrebbe meglio riassunto l'ideale della societ borghese, oggi onnipotente.
Ma alla vita di provincia ben presto non pot pi resistere. Parigi l'attirava irresistibilmente colle febbrili emozioni della politica, della letteratura, della scapigliatura. Fra una cospirazione in favore della repubblica ed una polemica artistica, tra un calice di absinthe ed una serata alla Closerie des lilas, Valls scriveva drammi ed odi, ma i primi non trovarono mai un capocomico che li mettesse in iscena e le seconde un editore che le pubblicasse. Anzich i torchi, gemevano le di lui tasche sempre vuote, onde fu forza al giovane spostato subire per quattro anni il giogo pi pesante che esista, il burocratico, negli uffici della Mairie del quartiere Vaugirard! Quale sia stata l'esistenza di Valls in quel periodo, lo lascio immaginare ai lettori; dal canto suo, la sub con tale stoicismo che, nella Rue esprime la certezza gli verr compensata nell'altro mondo.
Pieno di energia, intelligente, ribelle ad ogni autorit, avido della vita pubblica, ed impiegato! Lui, il compagno di bohme di Planche, il cospiratore, il poeta, il refrattario insomma, condannato all'afa dicasterica. Eppure, quei quattro anni di domicilio coatto non valsero ad inacerbirne l'indole, pazzamente generosa. Testa leggera e cuor d'oro, scettico a parole e buon diavolo nei fatti, noi vediamo Valls spendere quel po' di salario, che tanto gli costava, per gli amici pi bisognosi di lui, per gli ignoti della miseria.
Purch oggi gli fosse dato di venir in ajuto a qualche povero, non preoccupavasi dell'indomani. Cercava la propria felicit nel sorriso dei diseredati dalla fortuna.
E come se ne intendeva di miseria! Per fotografarla colla cupa evidenza dei Refrattari, per tesserne la fisiologia in tutte le sue fasi, per darcene la pi commovente autopsia che noveri la letteratura contemporanea, fa d'uopo che Valls non solo le abbia dato di gomito qualche volta, ma che l'abbia sofferta per anni intieri. La sua  la scienza del dolore.
Siccome le Scene della bohme valsero la celebrit a Mrger, cos la fama cominci ad arridere a Valls nel 1860, quando pubblic la Domenica d'un giovane povero, uno dei capitoli pi commoventi di questo volume.
Ci che  bello veramente, trova tosto in Parigi l'ammirazione che si merita. Ignoto alla vigilia del suo articolo, il giovane refrattario trovossi all'indomani sulla soglia della rinomanza e dell'agiatezza, ma non seppe o non volle trar profitto n dell'una, n dell'altra, tanto erasi abituato all'oscurit ed alla miseria. Anzich dargli di volta il cervello, la fortuna lo rese ancor pi generoso verso i poveri e noncurante di s stesso.
Alla fisiologia della Domenica d'un giovane povero tenne dietro quello studio generale sui Refrattari, che ora serve di prefazione al capolavoro di Valls. Mrger nel Manicotto di Francine e nei Bevitori d'acqua, Moreau e Gilbert nei loro canti pi cupi, e Balzac nei capitoli pi tristi dell'immortale Commedia umana, sono i soli scrittori che possono essere confrontati coll'autore dei Refrattari nella potenza e nella verit della fisiologia della bohme. Ma Valls tutti li supera nell'intendimento, giacch Mrger non ha scopo sociale, Moreau e Gilbert conducono alla disperazione, Balzac alla misantropia, i Refrattari alla battaglia contro le ingiustizie.
Vivendo in quell'ambiente di ostinati sognatori, di ribelli inconciliabili, di figli della borghesia coalizzati col proletariato, anzi alla sua avanguardia contro il privilegio, sembra ch'egli sentisse (in piena letargia della patria sotto l'impero) la necessit di una rivoluzione sociale, tant' vero che cos la invocava fino dal 1861: "Datemi trecento di questi refrattari, ponetemi di fronte a qualche reggimento che faccia fuoco e vedrete che cosa far alla loro testa dei cannoni nemici e di quelli che se ne servono!"
Pi che un voto, non vi pare codesta una profezia? Giunse il momento della lotta invocata e predisposta dai Refrattari, e nessuno manc all'appello. Ai tempi di Moreau si suicidavano, ai tempi di Mrger cercavano l'oblo nel vino e nelle donne; con Valls corrono alle barricate, e muojono combattendo.
Ed invero da ogni sua pagina, fremente di energia e di vendetta, traspira la religione della rivolta.
Quanto pi il Valls facevasi conoscere co' suoi scritti, tanto pi scemava in lui una delle caratteristiche dei refrattari stessi: la povert. Infatti, dal 1861 al 1865, il nostro bohme pass da un giornale all'altro, guadagnando larghi compensi e la simpatia dei lettori, meravigliati dalla selvaggia originalit del giovane scrittore.
A peso d'oro comperavano i suoi scritti la Revue Europenne, la Presse, la Libert, il Figaro, l'Epoque.
N perci mutossi d'un punto l'animo di Valls, giacch continu a conservarsi lo storiografo dei miserabili, dei saltimbanchi, degli spostati, delle esistenze misteriose, ajutandoli col denaro, difendendoli colla penna.
A quest'epoca, sul rivoluzionario del 48, sul cospiratore del 1851, sul partigiano di Blanqui, lo spettacolo di tante miserie esercit un'azione curiosa: la questione sociale gli fe' perdere di vista, per qualche tempo, la questione politica, quasich la prima non dipendesse dalla seconda, e si potessero attuare le riforme del socialismo, senza conquistare colle armi le libert repubblicane. A fargli commettere tale errore, contribu soltanto lo stato vergognoso in cui giaceva allora l'Europa, abbagliata dall'orpello del secondo Impero, o vi ebbe gran parte anche il subitaneo mutamento di fortuna? Forse e l'una causa e l'altra cooperarono a fargli dimenticare, per un momento, la prima necessit della democrazia: la rivoluzione politica.
 in tali condizioni, che Valls strinse intimit con una buona popolana, il cui amore sviscerato e l'inesauribile potenza di sacrificio mai non lo abbandonarono, nemmeno durante la semaine sanglante della Comune. Costei era un'operaja infaticabile, tutta cuore ed affetto, ma non atta di certo ad appagare i gusti artistici del giovane romanziere. Al pari di Rousseau e di Diderot, anche Valls fu preso da uno di quegli amori, cui saprebbero spiegare soltanto gli studiosi di Balzac, di Stendhal di Chamfort, i fisiologi delle umane contraddizioni.
Conquistata d'assalto la celebrit, ottenuta la cronaca dell'Evnement coll'onorario annuo di 18,000 lire, il refrattario prese a godersi la vita, ad assaporare tutte le volutt di cui  prodiga Parigi, e che aveva sognato nei giorni della miseria, in una soffitta del Quartiere latino, od in un bugigattolo dei sobborghi.
Ma le delizie di Capua lo snervarono, il passaggio dalla privazione del necessario all'abuso del superfluo, lo rese indolente. Gli tolsero il posto cui trascurava, e di l a poco la miseria torn ad assidersi al suo fianco. Col nome guadagnatosi nel mondo letterario e con mirabile costanza cre successivamente diversi giornali, ma tutti furono soffocati dalla cuffia del silenzio della Procura imperiale, ad eccezione della Rue, nella quale brilla in tutta la sua originalit il simpatico ingegno di Valls, a cui facevano corona molti altri bohmes della stampa e futuri membri della Comune, quali Arturo Arnould, Ranc, Maret, Cavalier (detto Pipa di legno) e Maroteau.
Scopo precipuo di Valls nella Rue si era la demolizione del principio d'autorit, la guerra ad oltranza contro tutte le istituzioni del secondo Impero, l'apologia della rivoluzione in filosofia come in politica, nell'ordinamento economico come nel morale, in letteratura ed in arte. In tutto insomma.
Paradossale sino alla temerit, il redattore della Rue fece sventolare il vessillo della rivolta contro le istituzioni e le idee, oggi ammesse dai pi senza esame e con pecorina rassegnazione, sconvolse tutto il convenzionalismo delle vecchie scuole col dimostrar necessaria la rivoluzione nel campo dei principii e dei fatti. Brillante assieme ed incisivo, or sarcastico, ora inspirato dai sentimenti pi generosi, egli non volle mai saperne di idolatrie; anzi lo spirito battagliero lo spinse a muover guerra anche contro le celebrit dell'opposizione ed i repubblicani conservatori. Di tal guisa, videsi in breve denigrato dagli uni, inviso agli altri, perseguitato dai potenti, mal accetto agli uomini seri dei partiti che si contendevano la Francia. Vera sentinella perduta della bohme!
Allora gli uomini sferzati a sangue da quel Giovenale della scapigliatura, si coalizzarono contro di lui, perch caduto; e da qui un diluvio di calunnie, di denigrazioni, le une pi vergognose delle altre. Arrivarono persino a muovergli l'accusa d'essersi venduto all'Impero, lasciandosi portare come candidato a Parigi, di fronte a Jules Simon. Quanta fede meritino simili invenzioni, lo dimostrarono i Parigini in ogni occasione e specialmente coll'eleggerlo membro della Comune. Del resto, fra Jules Simon, (sedicente repubblicano, socialista e razionalista finch non gli riusc carpire il potere, complice dippoi delle stragi di maggio e della reazione versagliese quando fu ministro) e Giulio Valls, il povero declass sempre pronto a difendere le cause pericolose ma giuste,  logico che al primo si prodighino gli incensi, al secondo le insinuazioni.
Eppure, n il veto imperiale contro la Rue, n l'insuccesso elettorale del 68, n i disgusti d'ogni giorno, d'ogni ora, contro nemici di tutte le tinte, n le angustie in cui trovavasi colla madre, valsero a disarmare l'indomabile soldato della democrazia radicale. Fondatore del Peuple, inalber senza mezzi termini la bandiera socialista, erigendosi nuovamente a difensore del proletariato e dei refrattari d'ogni classe. Invero, nessuno meglio di lui aveva il diritto di dichiararsi "l'amico dell'operajo, l'avvocato della miseria." Ma i giudici dell'Impero strozzarono ben presto il pericoloso giornale di quel perduto stesso, cui tentavano screditare col vecchio, ma infallibile sistema delle calunnie.
Quando scoppi la guerra contro la Prussia, Valls sempre primo nell'azione, come nel pensiero, si pose alla testa delle sommosse contro il Bonaparte, il quale lo fece arrestare nell'agosto 70, poco dopo Wrth e Forbach. Ma il popolo lo liber da Mazas il 4 settembre, lo elesse capo battaglione e ripose in lui quella fiducia, che s'era meritato con una vita d'abnegazione, di costanza, d'intrepidezza, in favore delle classi diseredate. Quindi si ascrisse all'Internazionale, per meglio contribuire al miglioramento economico, intellettuale e morale delle classi lavoratrici e durante l'assedio mostr la massima energia, ispirando negli operai il sentimento dell'associazione, spingendoli alla rivolta contro il governo della Difesa Nazionale, i cui errori e le cui colpe furono la causa della capitolazione di Parigi e della reazione, oggi ancora trionfante.
Al 31 ottobre prese le armi contro l'Htel de ville, ma la fortuna non gli arrise; sottoposto a processo per aver usurpate le insegne di maire nel nono quartiere, si difese con queste testuali parole: "Mi sono serrato intorno il corpo la sciarpa, per impedire che non la ponessero intorno il collo del maire; dunque l'ho salvato." Cos sfugg alla condanna e riprese con maggior lena il lavoro iniziato da Flourens contro Trochu e soci.
Senza ricordare quanto aveva sofferto nel giornalismo militante, il 22 febbraio 1871 fond il Cri du peuple, uno dei giornali che prepar il terreno alla rivoluzione sociale, propugnando il programma radicale. In seguito al 18 marzo, il refrattario della politica, il bohme della letteratura, venne eletto membro della Comune. Di tal maniera ottenne la pi splendida dimostrazione di stima e d'affetto che il proletariato poteva accordare al delegato della miseria. Sia che Valls s'illudesse sul conto dei repubblicani alla Thiers, sia che stimasse atto politico l'esprimere una fiducia che veramente non sentiva, sia che credesse realizzata davvero la sua pi intensa aspirazione, quella del trionfo del diritto sulla forza, egli cos rivolgevasi ai Parigini poco dopo la proclamazione della Comune: "Non pi sangue, deponiamo il fucile! Ne abbiamo abbastanza della guerra civile! Dopo aver vinto nella lotta, riconfortiamoci col lavoro!" Ed a questo scopo generoso, ma inattuabile, dedic ogni sua opera. Come rispondesse Versailles ai tentativi di conciliazione, lo dicano le contumelie ogni d scagliate contro Parigi dall'Assemblea, le deliberazioni terroriste dei rurali contro la Comune, gli eccessi contro i prigionieri, la sdegnosa ripulsa d'ogni trattativa, l'epopea del maggio 1871.
L'eco delle fucilazioni dei prigionieri comunardi ed il bombardamento dai forti contro la citt tolsero a Valls ogni illusione sulla possibilit di evitare la guerra civile. Il 18 aprile, recandosi ad un gabinetto di lettura della via Casimir Delavigne, per regolare i suoi conti, si esprimeva con queste parole: " necessario far tavola rasa: so ci che m'attende. Morremo, ma sulle rovine di Parigi. Non vorrei lasciare dietro di me neppure il minimo sospetto sopra qualsiasi mio atto."
Ed il 16 maggio leggiamo le seguenti righe, dettate dalla disperazione, nel Cri du peuple: "Da alcuni giorni abbiamo ricevuto le notizie pi gravi, che oggi si confermano. Vennero prese tutte le misure per impedire alle truppe l'ingresso in citt. I nostri forti potranno esser presi l'un dopo l'altro, potr essere occupata la linea di cinta, ma i soldati non entreranno impunemente in Parigi. Sappia l'armata di Versailles che Parigi  decisa a tutto, piuttosto che ad arrendersi!" E i difensori della Comune fecero onore alla promessa di Valls, combattendo senza speranza di vittoria, collo sconforto e la rabbia nel cuore, per una bandiera destinata non a piegarsi, ma ad essere arsa.
Il 23 maggio, mentre a migliaja cadevano sulle barricate, nelle vie, nelle case, i Comunardi, mentre a migliaja si fucilavano i prigionieri, febbricitante per la lotta, fremente d'indignazione, Valls pronunciava in faccia ad alcuni suoi conoscenti, al gabinetto di lettura Morel, parole di vendetta, e questi alla loro volta cercavano tranquillarlo, facendogli comprendere che se fosse rimasto in Parigi, di certo sarebbe stato fucilato: "E che m'importa, rispondeva egli; ben lo sapevo quando mi gettai a corpo perduto nella Comune!"
Che avvenne del refrattario? si domandarono per qualche tempo gli amici di Valls. Cadde col fucile in mano, difendendo una barricata? Mor come Delescluze, esponendosi inerme ai nemici della Comune? Oppure  riuscito a rifugiarsi all'estero, come asseriscono i pi?
Quest'ultima supposizione era conforme al vero, giacch affermasi ch'egli abbia potuto fuggire, travestito da prete e dopo aver servito quattro mesi da becchino in un ospitale di Parigi.
Un vecchio signore senza parenti ed ardente ammiratore di Valls, gli aveva lasciato in eredit la somma di lire 15,000, cui non aveva neppur cercato liquidare, essendo tutto occupato all'Htel de ville e nelle cure della difesa. "E dire che non posso regalare quella piccola sostanza alla vecchia mia madre (diceva Valls). Povera donna! Come l'avrebbe ajutata ne' suoi bisogni! Avrei dovuto visitarla pi di sovente;  tanto tempo che non l'ho baciata!"
E tale ricordo strappava le lagrime a lui, che stoicamente affrontava la morte colle armi in pugno, od il supplizio.
In quel momento, spaventata come una pazza, giunge la sua amante:
- Via, fuggi, Giulio, o ti uccidono. Vieni con me!
- Non lo posso, risponde Valls, il mio dovere mi chiama nell'Htel de ville!
- No, non voglio che tu mi lasci!
- No! no! all'Htel de ville,  il nostro dovere!
E disparve.
E in un caso e nell'altro, Valls avrebbe terminata la sua vita a Parigi da vero refrattario: sepolto coi ventimila assassinati dagli uomini d'ordine, o seppellitore di quelli stessi, che gli furono compagni nella rivolta.
La Bohme non  pi il peristilio dell'Accademia o dell'ospitale, ma conduce dall'Htel de ville, alle fosse del Campo di Marte, a Satory, in Caledonia, al bando.
L'Accademia oggi  riservata agli Ollivier ed ai d'Aumale, agli ex repubblicani divenuti ministri del Bonaparte ed ai principi pretendenti. L'ospitale  divenuto un asilo fin troppo confortable pei pi fortunati tra i refrattari. Ai nostri giorni, eglino cadono fucilati nelle vie in nome dell'ordine, languono nelle prigioni, od aspettano in terra straniera il dies irae.
...
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...
FINE.